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IL DOPING E COME COMBATTERLO

A cura del Dr. Ubaldo Garagiola,
specialista in Medicina dello Sport

Per poter parlare correttamente di doping occorre conoscere bene la normativa vigente, con le differenze esistenti tra quella italiana e quella internazionale. In Italia attualmente è in vigore la Legge 14 dicembre 2000, n° 376: “Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping”, G.U. n. 294 del 18 dicembre 2000.

Nell’art. 1 i commi 2 e 3 definiscono ciò che viene considerato “doping”:

2. Costituiscono doping la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti.

3. Ai fini della presente legge sono equiparate al doping la somministrazione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione di pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche, finalizzate e comunque idonee a modificare i risultati dei controlli sull’uso dei farmaci, delle sostanze e delle pratiche individuati nel comma 2.

Interessante e più esteso per certi versi il regolamento per il controllo del doping approvato dal Comitato Esecutivo della FIFA del 10 dicembre 2000:

“Il doping è ciascun tentativo, da parte dell’atleta stesso, o in seguito all’istigazione da parte di qualsiasi altra persona quale manager, allenatori, preparatori atletici, medici, fisioterapisti o massaggiatori, volto ad incrementare la prestazione psico-fisica in modo non fisiologico o di trattare malattie o lesioni, quando non giustificato, per il solo scopo di prendere parte alla competizione. Ciò include l’uso (assunzione orale o iniettiva), la somministrazione o la prescrizione di sostanze proibite prima o durante la competizione. Queste norme sono applicabili al di fuori della competizione per gli steroidi anabolizzanti e gli ormoni peptidici così come per le sostanze che producano effetti analoghi. Sono classificati come doping altri metodi proibiti (ad es. doping ematico) o manipolazioni dei campioni biologici (sangue, urine, ecc.) utilizzati per il controllo. Il doping contravviene all’etica dello sport e rappresenta un pericolo acuto o cronico per la salute del giocatore, con possibili conseguenze fatali”. Importante, ma non ben sottolineato in realtà dagli addetti ai lavori, il riconoscimento di truffa sportiva anche il solo fatto di utilizzare farmaci che attenuino il dolore o una patologia infiammatoria presente nell’atleta per consentirgli di prendere parte ad una competizione!

Qualche chiarimento sulla terminologia adottata nella normativa italiana

  • sostanza biologicamente attiva: non necessariamente un farmaco, ma anche semplicemente un integratore, se questo integratore viene utilizzato oltre i limiti del normale fabbisogno; esempio chiarificatore: la creatina, il cui fabbisogno nell’atleta agonista è stato portato comunque a valori superiori a quelli di un soggetto sano ma solo moderatamente attivo, ma si attesta ai 3 grammi al giorno! Superare i 3 grammi al giorno di creatina vuol dire utilizzare farmacologicamente tale sostanza e quindi siamo in una situazione di “doping”.
  • pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche: l’utilizzo di somministrazioni anche di sola soluzione fisiologica (acqua + sali minerali) per via endovenosa (flebo) per il recupero dei liquidi in un soggetto che non presenta viceversa alcun problema nel bere!
  • sostanze farmacologiche non giustificate da condizioni patologiche: farmaci che possano avere funzioni metaboliche o che comunque abbiano precise indicazioni di terapia (esempio: l’ademetionina, nome commerciale Samyr, che risulta indicato come antidepressivo!)

Resta una zona d’ombra nella normativa italiana la somministrazione di farmaci per consentire ad esempio ad un atleta di “sopportare” alcuni suoi malanni pur di prendere parte ad una competizione, come ad esempio un antinfiammatorio che gli consenta di non avvertire un dolore muscolare o articolare (esempio ormai noto è quello del diclofenac, nome commerciale Voltaren, molto utilizzato negli atleti con malanni dell’apparato locomotore). Qui il dubbio nasce dal fatto che tale pratica non aumenta le capacità dell’atleta, ma tuttavia gli consente di essere attivo e quindi partecipare a una gara-competizione anche se il suo stato fisico non glielo consentirebbe. Posizione decisamente chiara contro questa pratica è infatti quella della Commissione Medica della FIFA, che viene citata subito dopo la normativa italiana, che si esprime contro “la pratica di trattare malattie o lesioni, quando non giustificato (passa il dolore ma la patologia è ancora presente, ossia l’atleta non è guarito!) per il solo scopo di prendere parte alla competizione” .

A questo punto un tentativo di definizione chiara e facilmente comprensibile a tutti gli atleti potrebbe essere la seguente:

DOPING = qualunque pratica che consenta di ottenere un rendimento superiore alle doti fisiologiche possedute dall’atleta in quel momento della sua vita.

Ancora più semplice: “Qualunque pratica che consenta all’organismo di andare oltre le sue reali possibilità”.

Si ritiene che queste definizioni siano più calzanti con il concetto di “frode sportiva” rappresentato dal doping, ed in tale definizione rientrerebbe anche l’utilizzo di farmaci che attenuino patologie non particolarmente gravi ma che potrebbero interferire, per la presenza di dolore, con la prestazione sportiva in una competizione viceversa importante. (È meglio per una squadra in una gara decisiva avere un atleta di valore con una lieve tendinite o una modesta lombalgia, o un atleta sano ma che abitualmente è una riserva?!) Non rientrerebbe in questo caso l’adozione di reintegro idrosalino per via endovenosa, perché non aumenta le capacità prestative, ma tuttavia la normativa italiana dovrebbe avere l’effetto di allontanare comunque la pratica di interventi per via endovenosa negli atleti, poiché in tal modo non si correrebbe il rischio che all’atleta oltre ad acqua e sali vengano somministrate altre sostanze realmente dopanti!

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Elenco delle sostanze e pratiche dopanti

Quello che lascia perplessi è osservare che in tutte le pubblicazioni a scopo “educativo-divulgativo” sul tema del doping, quando si citano le sostanze dopanti si chiarisce il perché vengano utilizzate (ossia il motivo grazie al quale tali sostanze possano incrementare le prestazioni di un atleta), ma viceversa si lascia poco, troppo poco spazio, a quanto nello stesso tempo possano causare di infausto all’organismo di chi ne faccia ricorso! Perché non spiegare chiaramente anche quali conseguenze possa avere l’assunzione di tali sostanze oltre all’effetto “dopante”?!

Per questo motivo è utile rielencare brevemente le sostanze e le pratiche dopanti, senza citarle singolarmente, ma solo per classe, e anziché segnalare quali siano gli effetti ricercati (che comunque sono già ben chiari nella definizione della classe di appartenenza), indicare quali siano, tra i tanti effetti collaterali negativi, quelli che sicuramente sono più rischiosi per la salute.

1. SOSTANZE DOPANTI

Stimolanti collasso, infarto miocardico
Narcotici depressione respiratoria, tossicodipendenza
Anabolizzanti sterilità, tumori al testicolo o al fegato, mascolinizzazione nella donna
Diuretici blocco renale
Ormoni diabete (ACTH), trombosi (EPO), cardiopatie (GH), shock (insulina), sterilità e tumori epatici (hCG, LH)

2. PRATICHE DOPANTI

Autoemotrasfusione trombosi
Somministrazione di trasportatori artificiali dell’ossigeno o di sostituti del plasma trombosi
Manipolazioni farmacologiche chimiche o fisiche lesioni renali

3. SOSTANZE VIETATE IN DETERMINATE CONDIZIONI

Alcool/Cannabinoidi alterata coordinazione
Anestetici locali (infiltrazioni) shock anafilattico
Cortisonici ipertensione arteriosa
Beta-bloccanti arresto cardiaco, crisi asmatica

Come vincere il doping

Il doping non si può sconfiggere solo accentuando i controlli e le punizioni, tra cui l’averne riconosciuto la qualifica di reato vero e proprio, ma piuttosto con uno sforzo maggiore nell’opera di rieducazione allo sport. Quando un ragazzo decide di avviarsi alla pratica di un’attività sportiva è necessario che qualcuno lo aiuti a porsi in modo chiaro quali possano essere i suoi obiettivi. Dato per scontato che la scelta di uno sport nasca come prima spinta per l’istintivo piacere che si prova durante tale attività, come ad esempio dare calci a un pallone o impugnare una racchetta, correre o saltare o nuotare o pedalare, o altro ancora, compito dell’educatore (allenatore, istruttore, medico, insegnante, genitore) sarà quello di aiutarlo a comprendere bene due punti:

  • dove voglio arrivare (obiettivi personali)
  • come ci posso arrivare (quanta fatica devo fare)

Questo significa che occorre una valutazione obiettiva delle proprie doti atletiche e di conseguenza, in base alle esigenze dello sport preferito, pianificare come migliorarsi (= pianificazione dell’allenamento). È vero che campioni si nasce (e solo pochi lo sono), ma è altrettanto vero che atleti lo si diventa grazie ad un corretto allenamento, e tutti possono diventare atleti.

Principio essenziale su ci si basano tutti i programmi di allenamento: sono io, atleta, l’avversario da superare.

Gli obiettivi che ogni atleta si deve porre hanno un fattore comune: puntare a superare i propri limiti. Il solo ed eterno avversario di ogni atleta è sempre e solo se stesso. Questa premessa è fondamentale per poter affrontare una carriera sportiva con serenità, passione e garanzia di successo. E se questa premessa viene fatta propria dall’atleta, è sicuramente più difficile cadere nella tentazione del doping. Con queste convinzioni ben radicate in mente difficilmente la sconfitta viene vissuta come qualcosa di negativo, ma viceversa diventa una tappa inevitabile nel cammino di un atleta, necessaria per imparare a non ripetere gli stessi errori!

E in conseguenza di questo l’obiettivo a cui un atleta punterà sempre sarà: migliorare (e non “vincere a tutti i costi”!). E il raggiungimento concreto dei miglioramenti lo porterà conseguentemente anche a riportare successi che rafforzeranno la determinazione a continuare su questa strada.

Anche un buon piazzamento in una competizione importante è un successo, se sono cosciente del divario tecnico-atletico verso i miei avversari. Questa serenità mi consentirà di dare sempre il massimo (cuore) ed essere sempre concentrato (intelligenza) per raggiungere il mio obiettivo di miglioramento, e quindi i miei successi sportivi.

Conclusioni

Il vero successo nella lotta al doping dipende solo da me, singolo atleta. A nulla servono doti atletiche senza cuore e intelligenza. Fama e successo possono arrivare solo dopo lunghi sacrifici, ma la strada percorsa è una strada sicura anche se non facile, al contrario di altre apparentemente più brevi, ma che nascondono insidie che possono segnare per tutta la vita.

Infine, non va dimenticato che sbagliare è umano, ma riconoscere e ammettere i propri errori non è da tutti. Solo un grande coraggio e una grande umiltà possono spingere a farlo.

“La paura di soffrire è assai peggiore della stessa sofferenza. Nessun cuore ha mai provato sofferenza quando ha inseguito i propri sogni” L’alchimista. P. Coelho.

“È il cammino che ci insegna sempre la maniera migliore di arrivare, e ci arricchisce mentre lo percorriamo” Il cammino di Santiago. P. Coelho.

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