SCIALPINISMO - VALANGHE: Conoscerle per evitarle
SCIALPINISMO VALANGHE |
A cura di Renzo Zonca
in collaborazione con il Dott. Giovanni Peretti,
direttore del Centro Nivologico Regionale della ARPA Lombardia (Bormio) |
Definizioni
Le valanghe, concettualmente, sono definibili come masse di neve più o meno grandi
che si mettono improvvisamente in movimento lungo un ripido pendio montano, scendendo
velocemente a valle.

Sostanzialmente, possono suddividersi in due tipi:
- valanghe di neve a debole coesione
Hanno un'origine (o punto di rottura) puntiforme, e sono inizialmente costituite
da una piccola quantità di neve (solitamente meno di 1 metro cubo) che inizia
a scivolare lungo il pendio. In questo movimento verso valle la massa di neve
si ingrossa progressivamente, e occasionalmente può raggiungere dimensioni rilevanti.
- valanghe di neve a lastroni
Sono costituite da grandi lastre (o strati) di neve compatta, che si mettono
in movimento a seguito di una frattura nella lastra stessa. Lo spessore della
lastra può variare dai 10 centimetri ai 10 metri (mediamente intorno al metro),
e la lunghezza della frattura può essere di pochi metri, ma può anche superare
il chilometro. Sono queste le valanghe di gran lunga più pericolose per lo scialpinista , sia per la difficile individuazione che per l'enorme quantità di energia che
si mette in movimento: un semplice lastrone rettangolare di 10 x 20 metri, dello
spessore di 50 centimetri, pesa (mediamente) qualcosa come 25 tonnellate (il peso
specifico della neve può infatti variare da 30 a 500 chilogrammi per metro cubo).
Fattori di formazione
I principali fattori che concorrono alla formazione delle valanghe sono, in pratica,
gli stessi che occorre considerare in sede di prevenzione, sia prima di compiere
la gita (studio della cartina, ascolto del bollettino nivometeorologico, raccolta
di informazioni) che durante l'escursione e la discesa (studio e osservazione
del terreno e delle condizioni della neve).
- Neve fresca
La causa prima delle valanghe è costituita, ovviamente, dalle precipitazioni
nevose, la cui entità comporta un graduale aumento del pericolo, secondo la seguente
progressione indicativa, riferita a precipitazioni in assenza di vento sensibile:
- fino a 30 centimetri: il pericolo aumenta in modo trascurabile; - da 30 a 50
centimetri: il pericolo è limitato ai pendii ripidi (oltre 30 gradi di pendenza),
e si richiede già molta prudenza; - da 50 a 80 centimetri: il pericolo interessa
tutti i pendii, anche non ripidi; - oltre 80 centimetri: il pericolo è grave e
generale, interessando anche il fondovalle, le vie di comunicazione e i centri
abitati; possibilità di valanghe eccezionali e catastrofiche.
- Vento
Il vento è stato definito "il fabbricante di valanghe" (in particolare di valanghe
a lastroni) in quanto determina la struttura del manto nevoso, creando accumuli
sui pendii al riparo dal vento e "denudando" viceversa i pendii esposti. Si vengono
così a creare cornici sulle creste, lastroni nelle conche e negli avvallamenti,
mentre i costoni appaiono pressoché "pelati", ingannando sulla reale consistenza
del manto nevoso. In presenza di vento, sono già sufficienti 10 - 20 centimetri
di neve fresca per creare una situazione di concreto pericolo.
- La temperatura
La temperatura è il fattore determinante dell'evoluzione del manto nevoso: -
se la temperatura resta costantemente bassa, anche il pericolo di valanga si prolunga
nel tempo, anche per mesi, in quanto la metamorfosi dei cristalli nevosi, e quindi
l'assestamento, è rallentato; - se la temperatura cresce gradualmente, la coltre
nevosa può assestarsi e consolidarsi, con graduale diminuzione del pericolo. Se
a questo riscaldamento graduale segue un raffreddamento, la resistenza del manto
nevoso aumenta, con ulteriore diminuzione del pericolo; - se la temperatura si
alza rapidamente, si ha un altrettanto rapido aumento del pericolo.
- La struttura del manto nevoso
I cristalli di neve al suolo sono sottoposti a una continua trasformazione (metamorfosi),
dovuta sia alla temperatura che alla pressione (peso) dei nuovi strati di neve
fresca. Dapprima i cristalli di neve più complessi e ramificati tendono a rompersi
e a cadere l'uno sull'altro: la neve si assesta e, se lo spessore e la pendenza
del pendio superano un determinato limite, si hanno valanghe di neve a debole
coesione. Le nuove nevicate, specie se accompagnate dal vento, possono poi creare
strati di neve compatta e resistente, "nascosti" all'interno del manto nevoso,
o anche in superficie. Questi strati (o lastroni) di neve possono facilmente non
essere "uniti" (o saldati) tra loro, a causa soprattutto della cosiddetta "brina
di superficie". Si hanno così strati di neve semplicemente appoggiati gli uni
sugli altri, che possono mettersi in movimento sia per cause naturali (rottura
dell'equilibrio interno) che per sollecitazioni esterne (passaggio di uno sciatore).
- I pendii
Un altro elemento fondamentale da considerare è la morfologia del terreno, ovvero
la pendenza, l'esposizione e la tipologia dei pendii su cui poggia la neve. Salvo
casi eccezionali, il distacco di valanghe a lastroni è possibile solo su pendii
aventi pendenza superiore a 25-30 gradi (tenere conto della pendenza massima,
e non di quella media). Ovviamente un pendio pianeggiante può essere reso pericoloso
da un sovrastante ripido pendio. Occorre considerare anche l'esposizione del pendio,
per la sua rilevanza riguardo alla temperatura (le zone ombreggiate tendono ad
assestarsi più lentamente) e ai venti (i pendii al riparo dai venti dominanti
possono facilmente presentare accumuli e lastroni). Altrettanto importante è la
configurazione del terreno, in quanto i dossi, i costoni e le creste sono generalmente
più sicuri di conche, canali e avvallamenti. La conoscenza del terreno nelle sue
condizioni estive è senz'altro utile: un ripido e uniforme pendio erboso è sicuramente
più rischioso di una irregolare pietraia o di un versante ricco di vegetazione.
Scala europea del pericolo
La scala europea del pericolo da valanghe si compone di 5 gradi di pericolo crescente,
individuati con indici numerici da 1 a 5. Occorre sottolineare che la scala non
è lineare, in quanto il grado mediano (3 marcato) non rappresenta un pericolo
medio, bensì un pericolo superiore.
| Numero |
Scala del pericolo |
Probabilità di distacco valanghe |
Indicazioni per sci alpinisti escursionisti e sciatori fuori pista |
| 1 |
DEBOLE |
Il distacco è generalmente possibile solo con forte sovraccarico su pochissimi
pendii estremi. Sono possibili solo pochissime valanghe spontanee. |
Condizioni generalmente favorevoli per gite sciistiche. |
| 2 |
MODERATO |
Il distacco è possibile soprattutto con forte sovraccarico su pendii ripidi indicati.
Non sono da aspettarsi grandi valanghe spontanee. |
Condizioni favorevoli per gite sciistiche ma occorre considerare adeguatamente
locali zone pericolose. |
| 3 |
MARCATO |
Il distacco è possibile con debole sovraccarico sui pendii ripidi indicati, in
alcune situazioni sono possibili valanghe spontanee di media grandezza, in singoli
casi, anche grandi valanghe. |
Le possibilità per le gite sciistiche sono limitate ed è richiesta una buona
capacità di valutazione locale. |
| 4 |
FORTE |
Il distacco è probabile già con un debole sovraccarico su molti pendii ripidi.
In alcune situazioni sono da aspettarsi molte valanghe spontanee di media grandezza
e, talvolta, anche grandi valanghe |
Le possibilità per gite sciistiche sono fortemente limitate ed è richiesta una
grande capacità di valutazione locale. |
| 5 |
MOLTO FORTE |
Sono da aspettarsi numerose grandi valanghe spontanee, anche su terreno moderatamente
ripido. |
Le gite sciistiche non sono generalmente possibili. |
Definizioni:
- sovraccarico forte: gruppo compatto di sciatori, mezzo battipista … ;
- sovraccarico debole: singolo sciatore, escursionista senza sci … ;
- piccole valanghe: generalmente non arrecano danni alle persone;
- medie valanghe: si limitano ai versanti;
- grandi valanghe: raggiungono il fondovalle;
- pendii ripidi: con inclinazione superiore a 30 gradi;
- pendii ripidi estremi: con caratteristiche sfavorevoli per quanto riguarda l'inclinazione, la forma
del terreno, la vicinanza delle creste, la rugosità del suolo ... ;
- distacco spontaneo: che avviene senza l'intervento dell'uomo.
Ogni grado di pericolo corrisponde inoltre a un colore:
- Grado 1: verde
- Grado 2: giallo
- Grado 3: arancio
- Grado 4: rosso
- Grado 5: rosso/nero con quadrettatura nera
Prevenzione prima della gita
Poiché l'essere travolti e sepolti da una valanga comporta - sempre - un gravissimo rischio di morte (statisticamente valutato nel 50-60 per cento
dei casi), è della fondamentale importanza "evitare di finirci sotto".
Una corretta ed efficace prevenzione non può iniziare solo qualche giorno prima
della programmata escursione, ma dovrebbe partire fin dall'inizio della stagione
invernale, con la regolare consultazione del bollettino nivometeorologico (anche
quando non si hanno in programma gite). Questo, per rimanere costantemente aggiornati
sulle condizioni e sull'evoluzione del manto nevoso, e per crearsi una sorta di
utilissima "memoria storica".
Per consultare il bollettino della propria regione è possibile visitare il sito
AINEVA. Il bollettino fornisce la situazione e le previsioni meteorologiche, descrive
le condizioni del manto nevoso ed espone il pericolo di valanga secondo una scala
suddivisa in 5 gradi, come abbiamo visto in precedenza. Sulla base del bollettino,
si studia quindi accuratamente il percorso previsto sulla cartina, valutando in
particolare la pendenza dei pendii.
Abbiamo infatti visto come uno degli elementi più importanti del fenomeno "valanghe"
sia proprio la pendenza dei pendii, rilevabile osservando le linee di livello
di una carta topografica: più le linee sono vicine, più la pendenza è alta, e
viceversa. Si tratta ovviamente di una valutazione "a occhio", imprecisa ma comunque
preziosa. Di seguito si espone invece un semplice metodo analitico per determinare
con precisione la pendenza di un determinato pendio, sulla base della carta topografica.
- Scelto il pendio interessato, si consideri il dislivello esistente tra due linee
di livello assunte come riferimento: tale dislivello prende il nome di ALTEZZA.
- Utilizzando un righello millimetrato, si misuri la distanza esistente tra le
due curve di livello considerate. Si trasformi quindi questa distanza in millimetri
nella reale distanza sul terreno, servendosi della scala della cartina. Il valore
così ottenuto prende il nome di BASE.
- Si esegua la seguente divisione:
ALTEZZA / BASE
Il risultato di questa operazione, confrontato con la tabella seguente, consente
di determinare la pendenza del pendio.
| ALTEZZA / BASE |
0.36 |
0.47 |
0.58 |
0.70 |
0.84 |
1.00 |
| PENDENZA gradi |
20 |
25 |
30 |
35 |
40 |
45 |
Nota: il rapporto ALTEZZA / BASE è la tangente trigonometrica dell'angolo corrispondente
alla pendenza del pendio.
Prevenzione durante la gita
Una volta iniziata l'escursione, è importante guardarsi costantemente e attentamente
attorno, in modo da avere sempre nuovi elementi di analisi e di giudizio: spessore della neve, cornici, erosione dei costoni, valanghe già cadute, vento,
orario della giornata etc. L'esatto itinerario cercherà di sfruttare al meglio le caratteristiche
del terreno: saranno preferiti dossi o costoni, boschetti, zone accidentate o
terrazzate etc.
Dovendo attraversare un pendio a rischio è bene farlo il più in alto possibile,
e preferibilmente in leggera discesa. Ovviamente tutti i componenti della comitiva
saranno adeguatamente distanziati (almeno 15 metri) e, meglio ancora, si dovrebbe
eseguire l'attraversamento "uno alla volta". Seguire tutti la stessa traccia,
evitando di "pestare" la neve con gli sci. Esaminare attentamente il pendio circostante
alla ricerca di eventuali crepe o di altri indizi di un imminente distacco. Ricordarsi
anche di impugnare i bastoncini senza infilare la mano nei cinturini, come pure
di sganciare i cinturini degli sci.
Equipaggiamento di sicurezza
In questa sede ci si riferisce solamente all'equipaggiamento specifico riguardante
le valanghe, il cui "pezzo forte" è costituito dalla ricetrasmittente per la ricerca
delle vittime in valanga: il cosiddetto ARVA , ovvero Apparecchio di Ricerca in Valanga.
Il suo uso è sostanzialmente semplice, e si rimanda alle istruzioni allegate
all'apparecchio. Il fatto, tuttavia, che si porti l'ARVA senza mai usarlo - per
fortuna! - comporta il rischio di una scarsa (o peggio inesistente) dimestichezza
nel suo uso, che potrebbe rivelarsi in tutta la sua drammaticità proprio durante
la ricerca di un compagno sepolto. E' evidente come, in una simile evenienza,
non sarebbe proprio il caso di fermarsi a leggere il libretto delle istruzioni.
E' quindi di fondamentale importanza allenarsi a usare l'ARVA, memorizzando i
comportamenti e le tecniche di ricerca. Ciò rischia di essere noioso, è vero,
e per questo l'allenamento potrebbe essere impostato come un gioco (nascondino,
caccia al tesoro...), magari in una giornata di brutto tempo, quando si è bloccati
in rifugio o nel fondovalle. A questo punto è d'obbligo una fondamentale avvertenza:
l'utilizzo dell'ARVA non deve assolutamente dare una sensazione di maggiore sicurezza,
spingendo magari a rischiare di più. Si tratterebbe unicamente di una falsa sicurezza.
Recenti statistiche hanno infatti dimostrato come la mortalità dei sepolti dalle
valanghe dotati di ARVA - pari al 66 per cento - non sia poi di molto inferiore
alla mortalità dei sepolti non dotati di ARVA - pari al 74% - (H. Brugger , Servizio Valanghe Italiano, CAI).
Infine, ogni componente della comitiva dovrebbe essere dotato di una sonda e
di una pala da neve, che riduce anche di 5 volte i tempi di scavo. E questo, detto
brutalmente, potrebbe rappresentare la differenza tra la vita e la morte di un
compagno sepolto.
Un accenno anche al sistema ABS per il galleggiamento in valanga: esso prevede il rapido gonfiaggio di un serbatoio
di circa 150 litri di capacità, tramite un gas in pressione (azoto). Questo serbatoio
è situato nella patella superiore di uno zaino (fornito insieme al dispositivo
e solidale con esso) e gonfiandosi aumenta il volume complessivo dello scialpinista.
Questo aumento di volume, ma non di peso, causa una diminuzione del peso specifico
della persona travolta, a tal punto da permettergli di galleggiare sulla massa
nevosa. Un sistema tuttavia da perfezionare, dal costo elevato e ancora molto
poco diffuso.
Scende la valanga!
Essere coinvolti nella caduta di una valanga, sia direttamente che come spettatori,
è sicuramente un'esperienza traumatica, specie se fosse la prima volta. E' evidente
che in una simile situazione di emergenza non è facile reagire con lucidità nel
modo corretto. Le indicazioni seguenti cercheranno quindi di essere il più possibile
semplici e intuitive.
- Tentare la fuga: se si è sorpresi dalla valanga durante la discesa, si può tentare di "fuggire"
lateralmente in discesa diagonale, cercando di portarsi presso i margini della
valanga, sfruttando eventuali protezioni naturali quali alberi, roccioni o altro;
trovandosi nella parte alta della valanga, si hanno discrete possibilità di successo.
Se invece ci si viene a trovare nella parte bassa della valanga (o sotto di essa),
la situazione è decisamente più critica. Si può ugualmente tentare la fuga laterale
prima descritta, per portarsi almeno fuori dalla corrente principale della valanga.
Non è consigliabile tentare di fuggire con una discesa diretta lungo la massima
pendenza, ovvero davanti alla valanga: essa è solitamente più veloce, e ci si
troverebbe sepolti dalla corrente principale sotto un notevole spessore di neve.
- La fuga non riesce: in questo caso, ci si deve liberare immediatamente dei bastoncini e degli sci
(aprendo gli attacchi), per evitare di rimanere imprigionati. Si deve quindi tentare di "nuotare" nella massa nevosa, eseguendo movimenti simili
al nuoto, mantenendosi il più possibile in superficie, tenendo chiusa la bocca.
- Quando la neve si è quasi assestata e fermata, cercare di tenere le braccia protese davanti al viso e in posizione fetale,
in modo da crearsi una importantissima "camera d'aria". Evitare di sprecare l'aria
con continue grida, ma chiamare solo di tanto in tanto, specie se si sentono dei
rumori. Si può anche tentare di aprirsi una via di uscita, scavando con le mani,
non senza aver verificato in quale direzione sia "l'alto" (ad esempio facendo
scendere della saliva dalla bocca).
I sopravvissuti
I compagni del travolto devono osservare attentamente la traiettoria della vittima,
e il punto in cui essa scompare alla vista. Questo punto, come pure quello iniziale
di travolgimento, devono essere contrassegnati, conficcando nella neve un bastoncino
o uno sci: in questo modo si ha una traiettoria indicativa del travolto, e un'idea
di dove potrebbe trovarsi. Disponendo di un telefono cellulare, si deve ovviamente
allertare immediatamente il Soccorso Alpino (118) , cercando di essere il più calmi e precisi possibile.
Facendo quindi attenzione a nuove possibili valanghe, si inizia a perlustrare
attentamente la superficie nevosa a valle del punto di scomparsa, alla ricerca
di oggetti o parti sporgenti, con l'orecchio ben teso a cogliere eventuali richiami
(spesso le vittime si trovano a non più di 1 - 2 metri di profondità). Contemporaneamente
si inizia la ricerca con l'ARVA, suddividendo l'area interessata tra i vari partecipanti
alla ricerca. Non disponendo di ARVA, la ricerca visiva deve essere ancora più
accurata, iniziando nel contempo un sondaggio della massa nevosa (con sonde, bastoncini
rovesciati, o le code degli sci) adottando un reticolo di circa 70 centimetri.
Possiamo poi avere due casi, a seconda del numero di componenti della comitiva.
Se i superstiti sono numerosi, e non è stato possibile allertare il Soccorso
Alpino tramite il telefono cellulare, tutti devono partecipare alle ricerche per
15 minuti. Successivamente, lo sciatore più abile scenderà a valle per dare l'allarme,
non senza aver ben memorizzato il luogo dell'incidente, in modo da poterlo ritrovare
anche con scarsa visibilità.
Se il superstite è uno solo, e anche se non è stato possibile allertare il soccorso
alpino con il cellulare, egli dovrebbe proseguire nella ricerca per almeno due
ore, scendendo a valle solo quando non ci saranno più ragionevoli speranze di
un ritrovamento.
Queste indicazioni sono ovviamente di carattere generale, e dovranno essere valutate
alla luce dell'effettiva situazione: estrema vicinanza di una stazione sciistica,
comitiva molto numerosa etc. Comunque sia, anche nel caso in cui il travolgimento
si avvenuto a poca distanza da una località sciistica, o sia stato possibile allertare
immediatamente il Soccorso Alpino con il cellulare, non rinunciare mai a una ricerca
del disperso, soprattutto nei primi cruciali 15 minuti. E' già accaduto, ad esempio,
che un travolto sia morto nonostante un suo sci sporgesse dalla neve: i suoi compagni
si erano subito precipitati a valle senza nemmeno guardarsi attorno.
La curva di sopravvivenza e i primi 15 minuti
Si è parlato dei primi 15 minuti. Perché sono così importanti? Per rispondere,
basta osservare con attenzione il grafico seguente, che rappresenta la cosiddetta
"curva di sopravvivenza" dei sepolti da valanga. Essa evidenzia, con grande efficacia,
l'estrema importanza della velocità dei soccorsi da parte dei compagni sopravvissuti:
se il sepolto è ritrovato entro 15 minuti, la probabilità di sopravvivenza supera
il 90 per cento! Oltre i 15 minuti, tale probabilità si riduce in modo drammatico,
con la cosiddetta "picchiata mortale della probabilità di sopravvivenza", fino
al "punto di non ritorno", verso i 40 minuti.
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