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DOMANDE E RISPOSTE SU FRATTURE DI TIBIA E PERONE

A cura di Maura Peripoli

La frattura della tibia e del perone consiste in una lesione potenzialmente grave, in quanto non viene danneggiato soltanto l’osso ma anche i tessuti molli circostanti, muscoli, vasi sanguigni, tendini, legamenti e cute. Una frattura può essere incompleta, se soltanto una parte dell'osso si spezza; con spostamento se i due monconi si spostano e non sono più allineati sullo stesso asse, senza spostamento se rimangono sullo stesso asse o comminuta se l'osso si spezza in piccolissimi frammenti. Nel caso delle fratture di tibia e perone, le ossa possono anche non rompersi contemporaneamente a seguito di un trauma da contatto, ma possono fratturarsi separatamente. È chiaro che le lesioni più gravi sono quelle che coinvolgono entrambe le ossa e che talvolta possono far sì che i due monconi ossei penetrino nei tessuti molli fino alla cute andando a creare quella che viene definita frattura scomposta esposta.
Di seguito, alcune delle domande più ricorrenti nei casi di frattura di tibia e perone con le relative risposte.

Quanti tipi di fratture esistono?
Si parla di fratture traumatiche quando un unico trauma causa l’interruzione di un segmento scheletrico sano. Di fratture patologiche (o fratture in ossa patologiche) quando un trauma di lieve entità, che normalmente non sarebbe sufficiente a causare l’interruzione di un osso, agisce su di un segmento scheletrico già fragile a causa di una patologia in atto o pregressa (fratture in sede di tumori, osteomieliti ecc.). Infine si parla di fratture da durata o da fatica (le "stress fractures") quando ripetuti microtraumi agiscono nel tempo su di un osso sano (è il caso, ad esempio, delle fratture delle ossa metatarsali nei maratoneti).

Come avviene la lesione, qual è il meccanismo che la provoca?
Oltre al trauma da “impatto” o da contatto, generalmente anche una flessione “anomala” può provocare una variazione della normale curvatura dell’osso fino alla rottura, così come una improvvisa torsione.

Come ci si accorge di aver subito una frattura?
In seguito ad un trauma non sempre è facile riconoscere se si è in presenza di una frattura o se più semplicemente si ha una distorsione o una lussazione e solo una radiografia potrà chiarire il dubbio. Tuttavia occorre tener presente che una frattura provoca un dolore violento, l’arto si gonfia subito e in molti casi si deforma; inoltre subentra l’incapacità di movimento. Nei casi più gravi, quando esistono più fratture (politraumi) il paziente può anche arrivare a subire uno stato di shock.

Quali sono i consigli per un primo soccorso?
In un primo soccorso ci si deve limitare a cercare di tenere l’arto più fermo possibile attendendo il trasporto in ospedale. Spesso, infatti, la lesione è più grave di quanto si possa pensare e possono essere stati coinvolti tessuti molli, vasi, legamenti. Nei casi più gravi l’osso può perforare la cute, andando a contatto diretto con l’ambiente esterno. In questo caso ci si trova di fronte ad un elevato rischio di infezione ossea dove solo un trattamento specifico in ospedale può prevenire eventuali ulteriori e gravi problemi. È quindi importante non somministrare all’infortunato bevande o cibi prima del trasporto in ospedale, in quanto potrebbe essere necessaria un’anestesia generale. In ospedale, sarà quindi compito del medico esaminare approfonditamente l’area infortunata, richiedere una radiografia, se necessario procedere con un eventuale intervento chirurgico ed infine utilizzare un fissatore esterno.

Quali sono i tempi di recupero per un infortunio di questo tipo?
Non meno di 40 giorni, ma dipende dal tipo di lesione. Una lesione composta di perone può essere recuperata in tempi estremamente brevi , ma per tornare a praticare un’attività sportiva, in particolar modo uno sport da contatto, è necessario attendere la calcificazione dell’osso che non avviene prima di 30 giorni e una completa riabilitazione. Nei casi più gravi si può parlare di mesi, soprattutto se vengono apportate delle piccole protesi. In ogni caso, contrariamente a quanto accadeva fino a qualche anno fa per cui si applicavano ingessature voluminose e per lunghi periodi, oggi vengono utilizzate ingessature e supporti che vanno ad immobilizzare l’arto per il periodo strettamente necessario alla formazione del callo osseo. È infatti importante permettere all’infortunato di mobilitare il prima possibile l’arto, attendendo però i tempi fisiologici riparativi. Una volta completato il processo riparativo, i medici rimuoveranno il supporto permettendo così di iniziare a mettere in movimento la gamba.

Che tipo di riabilitazione si deve fare in seguito ad infortuni di questo tipo?
È di fondamentale importanza avviare il recupero del tono muscolare che è stato perso durante il periodo di immobilizzazione. In un primissimo periodo (dopo circa 30 giorni) si possono anche effettuare degli esercizi di tonificazione in isometria, contraendo l’arto a intervalli di un minuto all’interno della gessatura. Dopo che è stata tolta la gessatura, sono consigliati esercizi di equilibrio sull’arto infortunato, poi esercizi di tonificazione in compressione assiale, ed in seguito esercizi di flesso estensione del piede e della gamba sulla coscia, così da rinforzare sia la muscolatura flessoria che quella estensoria.

Quando viene meno il tono muscolare nel polpaccio della gamba, a causa dell’immobilità, quali sono gli esercizi più efficaci da praticare?
Sicuramente il nuoto e la bicicletta aiutano molto a recuperare la parte muscolare, ma sarà anche efficace programmare una serie di esercizi sollevando e abbassando la gamba “lesa” per poter recuperare totalmente anche la tonicità del quadricipite della gamba che, in questo caso, inevitabilmente perderà la sua piena funzionalità.

Quando un osso si rompe, in quanto tempo potrà avvenire la totale calcificazione?
Occorreranno almeno 6 o 7 mesi per poter arrivare ad ottenere una totale calcificazione dell’osso. È utile sapere che il fumo rallenta questo processo.

Che cos’è la pseudoartrosi e quando si verifica?
È un termine medico con il quale si definisce una frattura che non si consolida. Esistono due tipi di pseudartrosi: serrata e lassa. Si definisce pseudoartrosi serrata quando si è presenza di un callo osseo, che risulta ben visibile radiologicamente ed è relativamente facile da trattare. La pseudoartrosi lassa, invece è caratterizzata dall'assenza di callo osseo, ma anche se non provoca dolore, impedisce la funzionalità dell’arto. In tutti e due i casi, in linea generale, si interviene chirurgicamente.

In collaborazione con il Dott. Federico Franzè

Per saperne di più leggi: Guarigione delle fratture ossee

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