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LA DIPENDENZA DAL GRUPPO

A cura della Dott.ssa Monica Monaco

L’aggregazione sociale è una tendenza naturale ed il “gruppo” è una dimensione fondamentale della vita dell’uomo, l’espressione di bisogni di appartenenza e di condivisione con radici arcaiche. I momenti trascorsi in gruppi naturali o artificiali hanno una grande risonanza sulla vita mentale ed è per questo che essi riescono a contraddistinguere, influenzare, trasformare e, in taluni contesti, anche ad annullare la personalità individuale. Così, a partire dalla spontanea socialità umana, si può diventare perfino “dipendenti dal gruppo”, come esito di una graduale e ingannevolmente silenziosa “ingestione” di un individuo, bisognoso e inconsapevole, da parte del gruppo che finisce per assoldarlo e asservirlo per i propri fini. L’obiettivo di un gruppo che genera dipendenza spesso è infatti quello di raggiungere un secondo fine, attivando quei processi di “manipolazione mentale” e di “abuso psicologico” che consentono di controllare emozioni, pensieri e comportamenti delle persone dipendenti, con la possibilità di ottenere vantaggi per il gruppo e per chi lo conduce.

Il gruppo, la setta e la dipendenza

Un “gruppo ” è un insieme di individui che interagiscono tra loro in modo reciproco sulla base della condivisione tra loro di interessi, scopi, caratteristiche e regole, sviluppando ruoli e relazioni interne.

Uno dei termini con cui spesso si tende a connotare negativamente un gruppo è quello di “setta ”. Tuttavia, con tale nome anticamente venivano designate le scuole chiamate “sectae” in cui erano insegnate alcune discipline sia agli studenti che a persone esterne, utilizzando pertanto il termine vicino a quello odierno per riferirsi, in modo neutro o positivo, a gruppi che studiavano e divulgavano discipline diffuse e apprezzate nella società. Gradualmente il termine ha assunto un significato dispregiativo e più ristretto rispetto alla sua etimologia, derivante dal latino “sequor” che vuol dire genericamente “seguire”; pertanto oggi si definiscono “sette” quelle organizzazioni, generalmente minoritarie , politiche, filosofiche, religiose o di cosiddetta “evoluzione di sé” (psicosette o sette comportamentali), caratterizzate da una marcata tendenza a fare proseliti attraverso metodi immorali e/o illegali.

Le sette si contraddistinguono in quanto strettamente connotate da una tendenza a sostenere un’appartenenza esclusiva al gruppo , da una chiusura rigida al mondo esterno e da una condizione in cui diviene estremamente difficile uscire . Quest’ultimo aspetto coincide con la “dipendenza dal gruppo ” che è l’esito di diversi metodi di “persuasione coercitiva” agiti dal gruppo secondo diverse modalità che variano di setta in setta, ma che talvolta possono essere osservate persino in alcune famiglie chiuse che non permettono l’autonomia.

Processi e metodi che generano la dipendenza dal gruppo

Il nucleo centrale della possibilità di produrre dipendenza dal gruppo è la condizione di “influenza coercitiva” definita più spesso come “controllo o manipolazione mentale ”, un processo che in passato veniva chiamato con il termine giuridico “plagio”, indicandone la sua massima espressione coincidente con la riduzione a forme di schiavitù. Tuttavia, già da tempo anche i livelli minori di assoggettamento mentale e comportamentale sono studiati scientificamente, descritti in modo dettagliato e designati mediante termini che definiscono sfumature intermedie rispetto alla totale violazione e soppressione della coscienza e volontà, come avviene ad esempio nel caso dell’“abuso psicologico”.

A partire dallo studio del “controllo psicologico” ottenuto in alcune sette di evoluzione personale in grado di generare dipendenza in seguito a dei veri e propri “processi di riforma del pensiero”, sono state individuate quattro componenti del controllo mentale (Hassan S., 1999).

Più precisamente, le prime tre dimensioni psicologiche su cui si può far leva per ottenere un comportamento dipendente dal gruppo sono quelle sottolineate nella “teoria della dissonanza cognitiva” da L. Festinger, secondo il quale l’induzione graduale di contrasti tra diverse dimensioni interiori (in questo esempio: emozioni, pensieri e comportamento) produce una “dissonanza” che agisce come un bisogno, generando una tensione e una conseguente ricerca di un nuovo equilibrio che può spingere al cambiamento delle altre aree psicologiche ritenute in contrasto con quella manipolata. È facile dedurre che non sempre la ricerca di uno stato di alleviamento della tensione imboccando il cambiamento consonante coincide con una vera scelta personale, poiché è una scelta volta ad evitare una crisi in cui non si vuole entrare o da cui non si sa altrimenti come uscire. È una “libera scelta” come quella fatta quando si imbocca l’unico vicolo (quello cieco) perché si scappa da qualcuno o qualcosa.

Sulla base di queste premesse e generalizzando a partire dallo studio di ciò che accade in altri cambiamenti psicologici, sono state individuate tre possibili azioni psicologiche che consentono il “controllo mentale” e che possono essere messe in atto ad una ad una o contemporaneamente, attraverso una o più metodologie di “influenza coercitiva”, arrivando anche a ciò che in alcuni contesti (soprattutto militari) e nelle forme più violente è stato definito anche “lavaggio del cervello”. Le predette azioni possibili sono:

  1. Il controllo emotivo , che fa leva principalmente sulla possibilità di stimolare degli “stati emotivi vincolanti”, quali il senso di colpa, il senso di impotenza, la vergogna e la paura, che vengono attivati principalmente attraverso la costruzione di nemici esterni o l’immaginazione di situazioni negative fuori dal gruppo (che generano paura e persino fobie condizionate) o ancora mediante l’ammissione di errori passati (che genera colpa, vergogna, impotenza e tentativo di redimersi attraverso i modelli di redenzione del gruppo);
  2. Il controllo del pensiero , che consiste nell’addestramento a pensare secondo la dottrina del gruppo, bloccando ogni forma di critica esterna e divenendo in grado di rispondere ai principali “perché di vita” attraverso il “pensiero di gruppo”, in modo da affrontare con esso ogni problema e condizione;
  3. Il controllo del comportamento , che inizia dalla possibilità di condizionare gli aspetti più quotidiani della vita, quali l’abbigliamento, l’alimentazione i ritmi sonno/veglia, le pause di riposo e le attività fisiche, ma che può arrivare a riguardare anche attività più personali e saltuarie come le visite mediche, i rapporti con amici e parenti e persino la scelta del partner/coniuge o gli investimenti del proprio denaro.

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L’azione su una, due o tutte e tre le dimensioni psicologiche è possibile principalmente attraverso una “forma propedeutica di controllo ”, individuata da S. Hassan e definita controllo dell’informazione . La riduzione della “dissonanza cognitiva” infatti può essere effettuata in diversi modi e uno di questi è l’integrazione di un nuovo elemento cognitivo (informazione) in modo da modificare gli elementi dissonanti e favorire altre forme di ricerca dell’equilibrio, ossia mutamenti nelle aree dissonanti non ancora cambiate in modo da raggiungere la dipendenza dal gruppo. Le informazioni a disposizione della mente sono, infatti, le fondamenta del pensiero critico e della possibilità di confrontare i pensieri del gruppo con altre forme di pensiero, sviluppando anche opinioni del tutto autonome e individuali. Il controllo delle informazioni viene facilmente attuato attraverso la proposta di testi sacri del gruppo e la colpevolizzazione di letture di confronto, ma anche attraverso la limitazione delle vie di accesso alle informazioni televisive, radiofoniche, editoriali che si ottiene suggerendo di diffidare da tali inganni o impegnando le giornate in riti legati alle informazioni condivise dal gruppo. Anche l’accesso di nuovi membri è strettamente tenuto sotto controllo, proprio per garantire il passaggio minimo di informazioni critiche. In genere i nuovi adepti vengono affiancati ad personam da un tutor, ossia da un membro anziano. In seguito il controllo è garantito da un meccanismo di reciproco controllo.

Le quattro principali forme di controllo sopraelencate possono essere raggiunte attraverso svariate e innumerevoli “tecniche di manipolazione ”, che variano in ogni gruppo e che possono essere “personalizzate”; esse hanno tuttavia un aspetto comune: non fanno ricorso a metodi straordinari, né necessariamente all’uso di droghe. In generale, grazie ai racconti di diversi ex dipendenti o ex manipolatori redenti, sono state individuate e descritte alcune principali metodologie di plagio, tutte caratterizzate dalla possibilità di nascondersi dietro comportamenti apparentemente normali, quotidiani, giustificabili che permettono, proprio per questo, la “truffa mentale” e il movimento verso un “cambiamento inconsapevole” e prodotto attraverso un “consenso non informato” che nasce da un tacito assenso a qualcosa che non è mai esplicitato, né dichiarato, bensì spesso eccellentemente celato ad oltranza.

Una prima tecnica di istigazione alla dipendenza dal gruppo è chiamata “bombardamento affettivo ” o “love bombing ” e consiste nell’approccio seduttivo, soprattutto iniziale, basato sull’utilizzo di complimenti, lusinghe e diverse forme di “coccole” rivolte al nuovo arrivato da parte dei membri atti a dare il benvenuto o anche dall’intera setta.

Esistono poi le accennate forme di “isolamento ”, che in genere viene prodotto in misura gradualmente crescente grazie alla proposta di cammini spirituali e ritiri continui che fanno disgregare gradualmente i contatti con membri esterni al gruppo. Forme più avanzate e marcate di isolamento possono prevedere la convivenza in luoghi appartati e il controllo degli scambi telefonici e faccia a faccia.

Un’altra tecnica è l’uso di metodi suggestivi che abbassano le capacità critiche e razionali quali ad esempio stati di autoipnosi e di meditazione ripetitiva, amplificati grazie all’affiancamento di diete, di percorsi mentali di indottrinamento stressanti e di privazioni del sonno o della libertà nella gestione dei ritmi fisiologici, o ancora generando stati di stanchezza fisica in modo da allentare la vigilanza critica. Un metodo moderno utilizzato in alcuni contesti è l’uso di alcune tecniche di Programmazione Neuro Linguistica e tecniche di comunicazione ipnotica, basate sull’intonazione o sull’uso di parole chiave.

Ma i programmi più moderni di riforma del pensiero di basano soprattutto su tecniche volte ad attaccare il Sé e a produrre una crisi di identità attraverso confessioni, raccolte inizialmente sotto forma di condivisione e liberazione di emozioni e successivamente manipolate per generare falsi ricordi e per reinterpretare la propria storia personale fino a modificare il “bilancio di vita personale” e a generare una critica al Sé, destabilizzando le proprie credenze, la capacità di autovalutazione e di giudizio altrui e l’intero nucleo centrale della persona.

Infine l’imposizione di codici di gruppo (gergo, abbigliamento) crea una identificazione veloce con il gruppo e, al contempo, una difficoltà di pensiero critico condivisibile (si può parlare insieme solo di ciò che è già codificato), limitando le comunicazioni condivise dal gruppo all’esterno, quasi come se si cominciasse ad appartenere ad un paese straniero.

Effetti della dipendenza dal gruppo

La perdita gradualmente crescente del senso di individualità nel gruppo-setta a causa delle sue tendenze a produrre una confusione del “sé individuale” al “sé gruppale” può alimentare fenomeni simili a quelli che si osservano nelle folle che perseguono un ideale comune. Tra questi ne vengono elencati alcuni di seguito che possono essere riscontrati in forme lievi anche all’interno di gruppi non settari.

  • La giustificazione morale è un meccanismo di pensiero con cui si autorizzano e nobilitano comportamenti riprovevoli quando si pongono al servizio di principi ritenuti superiori dal gruppo (es. purificazione sociale)
  • L’etichettamento eufemistico consiste nell’impiego di “forme verbali leggere”, spesso codificate dal gruppo, per descrivere eventi drammatici. È un processo che riesce a far prendere le distanze dagli effetti delle proprie azioni e ad attenuare le reazioni negative che esse possono suscitare (es. l’uso del termine “educare”).
  • Lo spostamento della responsabilità consiste nella giustificazione di fronte a se stessi e agli altri di un atto deplorevole, in base all’idea che è stato compiuto in conformità con gli ordini ricevuti da un leader.
  • La sottovalutazione delle conseguenze che consiste nella tendenza a minimizzare i risultati negativi gravi che può produrre un certo comportamento.
  • La colpevolizzazione e svalutazione della vittima che può arrivare fino alla deumanizzazione e consente di tollerare ogni forma di crudeltà in ragione di colpe attribuite alla vittima, soprattutto se estranea o ribelle al gruppo e alle sue ideologie.

“Fattori di rischio”

A questo punto è importante sottolineare che la dipendenza dal gruppo si instaura più facilmente in alcune persone rispetto ad altre. Ciò non dipende da una “debolezza di personalità” delle persone colpite, bensì dalla vulnerabilità del momento, ossia da uno stato che può essere transitorio e che può riguardare tutti i particolari momenti di vita stressanti, quali quelli che seguono un evento luttuoso, un problema familiare grave o uno stato depressivo. La capacità di non sopravvalutarsi e di riconoscere di essere in un periodo vulnerabile è il primo passo per prevenire la dipendenza dal gruppo, come altre dipendenze che possono far leva su stati affettivi e su bisogni umani.

Affrontare il problema

Per risolvere un problema di “dipendenza da un gruppo” si possono seguire diverse strade. Certamente tutto è più semplice se si riesce a favorire una graduale consapevolezza del legame dipendente che si è stabilito con il gruppo. Ciò è possibile quando la persona coinvolta nel problema riesce ad attivare/riattivare le proprie capacità critiche e logiche e la propria capacità di mettersi in discussione, rivedendo quegli aspetti di pensiero del gruppo che sono diventati dei nuovi punti di riferimento per lui. Un aiuto può, in alcuni casi venire da persone esterne, quali amici e parenti, consapevoli del problema e in grado di aiutare la persona dipendente, senza tuttavia assumere un atteggiamento aggressivo e di attacco al gruppo, né di critica eccessiva, bensì ponendosi come un punto di riferimento e come uno stimolo a guardare attraverso prospettive diverse.

In ogni caso occorre tenere sempre in considerazione che esistono diversi bisogni psicologici quando si è in fase di “disintossicazione da un gruppo” e soprattutto è necessario rispondere, spesso con l’aiuto professionale, al bisogno di rielaborare quanto è accaduto al fine di supportare il bisogno di appartenenza in modo positivo, aiutando a strutturare nuovi reti relazionali positive, nonché a dare un senso a ciò che è accaduto per evitare ricadute o problematiche psicosociali secondarie che comunemente possono seguire l’uscita dalle sette e che possono andare dalla depressione a forme di disagio mentale post-traumatiche.

Approfondimenti bibliografici

  • Hassan S., 1990, Combatting Cult Mind Control, Rocester, Park Street Press
  • Hassan S., 1999, Mentalmente liberi. Come uscire da una setta, Avverbi Edizioni, Milano.
  • Singer M. T.,1979, Coming Out of the Cults, Psychology Today, January, 72-82.

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