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DISTURBO ANTISOCIALE
A. Un quadro pervasivo di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri che si manifesta fin dall'età di 15 anni, come indicato da tre (o più) dei seguenti
elementi:
Il termine antisociale viene, dunque, utilizzato oggi per descrivere quella serie di condotte un tempo
denominate psicopatie e successivamente sociopatie. Di fatto, il passaggio dall’uno all’altro nome deriva proprio dall’osservazione
che il conflitto, in cui si trova chi è affetto da tale disturbo, non si gioca
tra le sue istante psichiche, ma piuttosto tra lo stesso e il gruppo sociale di
appartenenza. Tuttavia, porre l’accento solo sulla legge che considera delinquente
chi trasgredisce, come nel caso dell’espressione “sociopatia”, sembra ribaltare
la questione quasi a dire che è la società a creare la patologia e la marginalità
del soggetto. La moderna nomenclatura vuole, invece, inquadrare l’insieme delle
condotte pervasive di inosservanza e di violazione dei diritti degli altri, attraverso
un modello multidimensionale di tipo bio-psico-sociale. Le caratteristiche salienti
del Disturbo Antisociale di Personalità sono dunque sintetizzabili nell’impulsività
e aggressività, nell’irresponsabilità e nella mancanza o scarsità di rimorso per
le conseguenze dannose delle azioni compiute. Nell’economica psichica del paziente
affetto dalla patologia, il minimo conflitto e la minima frustrazione possono
innescare una violenta scarica impulsiva, senza che il pensiero possa avere la
meglio sull’espressione agita. La gravità sociale e le conseguenze del comportamento impulsivo non sono assolutamente
prese in considerazione dal soggetto antisociale, sia al momento del passaggio all’atto sia in un momento successivo e non costituiscono
fattori di moderazione. Accanto, dunque, a una facile irritabilità che diviene
protagonista di risse, danneggiamenti, violenza sessuale, fughe, furti e altri
crimini non è presente senso di colpa né angoscia in relazione al gesto impulsivo.
Le ipotesi eziologiche sulla condotta antisociale sono numerose, tra queste acquistano
un peso i fattori biologici, ambientali e psicologici. Tra le cause organiche,
adottate per spiegare le condotte antisociali, sono da annoverare l’alta frequenza
delle seguenti condizioni: le alterazioni neuropsicologiche misurate attraverso
la presenza di anomalie dell’EEG nel 91% dei soggetti diagnosticati psicopatici
(onde lente, in particolare theta, localizzate talvolta al lobo temporale o scariche di punte positive); gli squilibri
neurochimici e ormonali; l’iperattività a livello di sistema nervoso autonomo.
Tuttavia, una comprensione esauriente del Disturbo Antisociale di Personalità
non può trascurare i fattori ambientali così come si evince dalle situazioni di
marginalità che spesso caratterizzano le famiglie d’origine dei soggetti antisociali.
Statisticamente si è visto che la psicopatia ha alla base:
Inoltre, secondo quanto afferma il DSM IV il Disturbo Antisociale di Personalità
è maggiormente presente negli strati della popolazione con un basso livello socioeconomico,
quasi a dire che proprio nelle zone declassate e sovrappopolate delle grandi città
è più facilmente osservabile il fenomeno, denominato da Durkheim, di anomia, in cui la perdite delle regole legittimano le aspirazioni e quindi le condotte.
Tra le ipotesi psicogenetiche, sembra esistere un certo accordo tra i vari psicoanalisti
rispetto alla struttura di base del paziente antisociale. Il soggetto con tale
diagnosi, dietro alla maschera della megalomania, nasconde una debolezza dell’ideale
dell’Io, così come si evince da un’immagine di se stesso svalutata, svilita e
sempre insoddisfatta. È altresì presente una grave deficienza nello sviluppo del
Super-Io. Gli individui con Disturbo Antisociale di Personalità mancano, infatti,
di empatia e tendono a essere indifferenti, cinici e sprezzanti nei confronti
dei sentimenti, dei diritti e delle sofferenze degli altri. Quello che ne risulta
è un sadismo estremo tipico di un’organizzazione arcaica di Super-Io. Questa struttura
incerta e fragile implica una serie di conseguenze. Il soggetto difficilmente
riesce a sviluppare capacità di adattamento all’ambiente circostante e altrettanto
difficilmente a creare delle relazioni d’oggetto stabili. Inoltre, i meccanismi
di difesa che ne derivano sono primitivi e caratterizzati dall’uso massiccio della
scissione, che implica il passaggio subitaneo da uno stato affettivo a un altro;
della idealizzazione del sé o dell’altro che in modo repentino può trasformarsi
nel disprezzo e nella indifferenza; dell’identificazione proiettiva che implica
l’adesione totale a un leader, a un ideale ecc. Nella pratica terapeutica di pazienti
antisociali, il clinico deve sempre tenere in considerazione che tale patologia
si muove lungo un continuum che va da una situazione con la possibilità di prognosi positive a situazioni
in cui i fattori predittivi non sono affatto favorevoli alla remissione della
sintomatologia neanche dietro trattamento. Secondo Gabbard e Coyne (1987) indici
di “curabilità” del disturbo sono sintetizzabili nel seguente schema:
Anche se altrove è stato detto che il paziente antisociale non è, effettivamente,
in grado di provare una vera e propria posizione depressiva, la possibilità che
esso abbia sperimentato e consapevolizzato un vissuto di frustrazione, ansia e
angoscia induce a pensare come vi possa essere la presenza di una, seppur, minima
parvenza di posizione superegoica. Il terapeuta, attento alle menzogne e al carattere
manipolatorio del paziente, deve riuscire a instaurare un’alleanza con la parte
“sana o depressa” dello stesso. Nello specifico il terapeuta deve sottoscrivere
un vero e proprio contratto con il quale il paziente si impegna a rispettarne
le regole. Il trattamento con tali soggetti non è affatto semplice e valgono a
proposito una serie di raccomandazioni, frutto di numerosi studi di Kernberg,
Meloy e Vaillant, che può essere così schematizzata:
Bibliografia
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