IL DISTURBO DELLE CAPACITÀ MOTORIE |
A cura di Katia Carlini, Presidente dell’Associazione Culturale Psicologia in Movimento |
DISTURBO CAPACITÀ MOTORIE
Caratteristiche diagnostiche
Secondo il DSM IV il Disturbo delle Capacità Motorie è anche detto Disturbo dello Sviluppo e della Coordinazione. Esso presenta come caratteristica fondamentale una marcata compromissione dello
sviluppo della coordinazione motoria. Nello specifico, la prestazione nelle attività
quotidiane che richiedono coordinazione motoria, sono sostanzialmente inferiori
rispetto a quanto previsto in base all’età cronologica del soggetto e alla valutazione
psicometrica della sua intelligenza. Questo può manifestarsi con un notevole ritardo
nel raggiungimento delle tappe motorie fondamentali (per es. camminare, gattonare,
stare seduti), con il far cadere gli oggetti, con goffaggine, con scadenti prestazioni
sportive, o con calligrafia deficitaria (Criterio A). L’anomalia descritta al
punto A interferisce in modo significativo con l’apprendimento scolastico o con
le attività della vita quotidiana (Criterio B). L’anomalia, inoltre non è dovuta
a una condizione medica generale (per es., paralisi cerebrale, emiplegia, o distrofia
muscolare) e non soddisfa i criteri per un Disturbo Generalizzato dello Sviluppo (Criterio C). Se è presente Ritardo Mentale, le difficoltà motorie vanno al di là di quelle di solito associate con esso (Criterio D).
Le manifestazioni di questo disturbo variano con l'età e con lo sviluppo. Per
esempio, i bambini più piccoli possono presentare goffaggine e ritardo nel raggiungimento
delle tappe fondamentali dello sviluppo motorio (per es., camminare, gattonare,
stare seduti, allacciarsi le scarpe, abbottonarsi la camicia, e chiudersi la cerniera
lampo dei pantaloni). I bambini più grandi possono mostrare difficoltà nelle componenti
motorie dell'assemblaggio di puzzles, nel modellismo, nel giocare a palla, nello
scrivere in stampatello o nella calligrafia.
Il normale sviluppo dello schema corporeo
Innanzitutto si definisce schema corporeo il “nucleo della personalità come l’organizzazione
di tutte le sensazioni relative al proprio corpo in relazione ai dati provenienti
dal mondo esterno” (Vayer, 1985). Si evince facilmente, da tale enunciato, come
il concetto di schema corporeo abbia un carattere dinamico e in continua evoluzione
che non è dato una volta per tutte ma è frutto di un’evoluzione che raggiunge
la sua completa maturazione intorno agli 11-12 anni grazie allo sviluppo neurologico,
le influenze ambientali ed elementi psicologici legati al vissuto di accettazione
del bambino da parte della figura di accudimento. Ecco, allora, come il bambino
di pochi mesi muove gli arti senza coordinazione; poi il suo movimento si precisa:
comincia ad afferrare oggetti, impara a stare seduto, in piedi, poi a camminare,
e via via apprende movimenti sempre più complessi, fino a conseguire i primi automatismi.
In base a quanto detto l’organizzazione dello Schema Corporeo è distinta in quattro
fasi:
1.
La fase del corpo subito. Va dalla nascita ai 3 mesi, in questa fase il bambino si limita a percepire
e distinguere il proprio corpo in relazione alle stimolazioni provenienti dal
mondo esterno;
2.
La fase del corpo vissuto. È la fase che va dai 3 mesi ai 3 anni e si caratterizza per il fatto che il
bambino inizia a collegare i propri vissuti percettivi e struttura i primi schemi
motori di base;
3.
La fase della discriminazione percettiva va dai 3 anni fino ai 6 anni. Con essa si completa la lateralizzazione, migliora
la postura e la respirazione. Con il termine lateralizzazione s’intende il processo
attraverso il quale si struttura la lateralità, ovvero l’insieme delle padronanze
particolari di una o dell’altra delle parti simmetriche del corpo che sono governate
dall’emisfero opposto: l’emisfero sinistro comanda la parte destra del corpo e
viceversa. Normalmente un emisfero domina sull’altro determinando la dominanza
laterale. In questo periodo il bambino non ha ancora una padronanza e una coordinazione
fine ma comincia a controllare in modo ottimale il proprio corpo al fine di concretizzare
intenzioni e per meglio relazionarsi con il mondo esterno;
4.
La fase del corpo rappresentato va dalla scolarizzazione fino agli 11/12 anni. Il bambino è ora in grado non
solo di fare, in modo coordinato, ma anche di raccontare cosa sta facendo e cosa
intende fare, divenendo, pertanto, perfettamente capace di astrarsi dalla sua
esperienza per speculare e riflettere su un’ipotetica azione da svolgersi. Ciò
inevitabilmente è associato a un incremento dell’autonomia del bambino.
È normale ipotizzare che la mancata o la parziale evoluzione dello schema corporeo
implica difficoltà e deficit nello sviluppo delle abilità motorie e nel raggiungimento
di altre tappe fondamentali non motorie come quelle legate al linguaggio e alla
fonazione.
Secondo il DSM IV, il riconoscimento del Disturbo di Sviluppo della Coordinazione
avviene di solito quando il bambino fa i primi tentativi in attività come correre,
usare coltello e forchetta, abbottonarsi i vestiti, o giocare a palla. Il decorso
è variabile. In alcuni casi, la mancanza di coordinazione permane nell'adolescenza
e nell'età adulta. Differente è invece la difficoltà dei bambini con Disturbo
da Deficit di Attenzione/Iperattività che, parimenti ai soggetti con Disturbo
di Sviluppo della Coordinazione, possono cadere, sbattere contro oggetti, o far
cadere oggetti, ma ciò è di solito dovuto a distraibilità e impulsività, piuttosto
che a una compromissione motoria.
Trattamento e riabilitazione
In base a quanto detto precedentemente, le capacità coordinative sono influenzate
da condizioni neurologiche, ambientali e psicologiche, da qui la necessità di
offrire al bambino tutti gli stimoli necessari affinché si verifichi un buon funzionamento
del sistema nervoso e in particolare dell’apparato sensomotorio e un’adeguata
integrazione delle informazioni dei diversi sistemi percettivi (sistema visivo,
cinestesico, acustico, tattile e dell’equilibrio). Ciò si traduce attraverso un’educazione
motoria del bambino che tiene conto di un ottimale sviluppo delle capacità coordinative
a loro volta distinte, secondo Meinel, in capacità coordinative generali e capacità
coordinative speciali. Tra le prime, a loro volta, ricordiamo:
1.
Capacità di apprendimento motorio. Essa consiste nell’assimilazione e nell’acquisizione di movimenti o di parti
di movimenti precedentemente non posseduti, che devono poi essere immediatamente
stabilizzati;
2.
Capacità di controllo motorio. Così si definisce la capacità di controllare il movimento secondo lo scopo
previsto, cioè di raggiungere esattamente il risultato programmato del movimento/esercizio;
3.
Capacità di adattamento e trasformazione dei movimenti. È la capacità di cambiare, trasformare e adattare il programma motorio alla
modificazione improvvisa della situazione o delle condizioni esterne (diverse
da quelle abituali nelle quali si è appreso il movimento), per cui il risultato
dei movimenti non cambia o cambia solo di poco.
Le capacità coordinative speciali sono quelle legate a diversi contesti di attività
motoria e sportiva e comprendono: la capacità di equilibrio; la capacità di combinazione
motoria; la capacità di orientamento; la capacità di differenziazione spazio-temporale;
la capacità di differenziazione dinamica; la capacità di anticipazione motoria;
la fantasia motoria, ovvero la capacità di creare nuovi movimenti.
L’educazione motoria è volta a promuovere, attraverso esperienze concrete e il
controllo cosciente del movimento e dell’azione, uno sviluppo adeguato e una congrua
comunicazione del bambino con l’ambiente circostante tenendo conto delle potenzialità
dello stesso. Ciò si traduce con una buona conoscenza del bambino da parte dell’adulto
e dell’educatore. Conoscenza che si declina nella cognizione delle potenzialità,
necessità e limiti del soggetto per favorire uno sviluppo funzionale che tende
alla motivazione e alla valorizzazione del bambino nel rispetto dei suoi tempi
e dell’interazione con l’ambiente circostante. Questo significa che l’esercizio
fisico non va inteso semplicemente come un atto imitativo e ripetuto ma come un
atto intenzionale in cui il corpo non è solo uno strumento ma un modo di conoscere
e comunicare. Ecco, allora, come secondo Le Boulch (1989) la terapia psicomotoria
mira a ristabilire l’equilibrio attraverso il corpo e la tonicità del bambino
partendo dalle sue capacità e dalle sue inclinazioni, affinché egli possa trarre
dall’esperienza i feedback necessari per una crescita armonica. A questo proposito
l’insegnante dovrebbe scegliere, dal proprio repertorio tecnico-didattico, le
attività più adatte alla componente motivazionale e relazionale che intende stimolare.
Di fatto, la direzione dello sforzo verso un particolare fine è ottenibile se
esso è direttamente o indirettamente importante per il bambino. Bisogni fondamentali
di ogni fanciullo sono indubbiamente: esprimere se stesso; provare senso di pienezza
e padroneggiamento del proprio corpo; costruire ed esplorare una nuova esperienza.
Bibliografia
- AA.VV. DSM IV. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Masson, Milano 1999
- AA.VV. L’educazione motoria di base, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1987
- AA.VV. L’insegnante di fronte all’handicap. Manuale per l’intervento didattico nei diversi
handicap, Edizioni Scientifiche Magi, Roma 1997
- Le Boulch, Verso una scienza del movimento umano, Armando, Roma 1988
- Marcelli, Psicopatologia del bambino, Biblioteca medica Masson, Milano 1997
- Meinel, Schnabel, Teoria del movimento, Società Stampa Sportiva, Roma 1984
- Vayer, Educazione psicomotoria nell’età prescolastica, Armando, Roma 1985.
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