IL DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITÀ |
A cura di Monica Barassi, Psicologia in Movimento |
DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITÀ
La dipendenza affettiva è una tematica che riscuote da sempre un interesse universale. Ogni individuo
è in qualche misura dipendente dagli altri e sono numerosi i pazienti che in un
setting clinico presentano conflitti sui loro sentimenti di dipendenza. Soprattutto nella cultura
americana, dove vige il mito dell’indipendenza e dell’individualismo, il termine
dipendenza viene spesso usato in senso peggiorativo; è vero, però, che tutti hanno bisogno
di trovare negli altri approvazione, empatia, validazione e ammirazione, per sentire
sostegno e regolare l’autostima. La categoria del disturbo dipendente di personalità
del DSM-IV intende descrivere una dipendenza così estrema da essere patologica.
Il Manuale lo inserisce nel cluster C dei disturbi di personalità, detto anche
gruppo degli ansiosi. Il disturbo dipendente di personalità è descritto nell’individuo
come una situazione pervasiva ed eccessiva di necessità di essere accuditi, che determina comportamento sottomesso e dipendente e timore della separazione,
che compare nella prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come
indicato da cinque (o più) degli elementi sotto riportati.
Criteri diagnostici
Una situazione pervasiva ed eccessiva di necessità di essere accuditi, che determina
un comportamento sottomesso e dipendente nonché il timore della separazione, compare
nella prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti, come indicato
da cinque (o più) dei seguenti elementi:
1. ha difficoltà a prendere le decisioni quotidiane senza richiedere una eccessiva
quantità di consigli e rassicurazioni;
2. ha bisogno che altri si assumano le responsabilità per la maggior parte dei
settori della sua vita;
3. ha difficoltà ad esprimere disaccordo verso gli altri per il timore di perdere
supporto o approvazione (nota: non include timori realistici di punizioni);
4. ha difficoltà ad iniziare progetti o a fare cose autonomamente (per una mancanza
di fiducia nel proprio giudizio o nelle proprie capacità piuttosto che per mancanza
di motivazione o di energia);
5. può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri,
fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli;
6. si sente a disagio o indifeso quando è solo per timori esagerati di essere
incapace di provvedere a se stesso;
7. quando termina una relazione stretta, ricerca urgentemente un’altra relazione
come fonte di accudimento e di supporto;
8. si preoccupa in modo non realistico di essere lasciato a provvedere a se stesso.
In un individuo la diagnosi di disturbo dipendente di personalità raramente è
posta come diagnosi principale o esclusiva. Vari studi hanno dimostrato l’esistenza di alte percentuali di comorbilità (coesistenza di due o più patologie diverse in uno stesso individuo) per i pazienti
che soffrono di questo disturbo. Fra le condizioni frequentemente associate a
tale disturbo vi sono: depressione maggiore, disturbo bipolare, alcuni disturbi d’ansia e disturbi dell’alimentazione. La diagnosi di disturbo dipendente di personalità viene posta più frequentemente
nelle donne piuttosto che negli uomini. Questo tuttavia può essere correlato a
stereotipi culturali legati al genere, che considerano la dipendenza più accettabile
nelle femmine e consentono alle donne di esprimerla in maniera più vistosa.
Comprensione Psicodinamica
Nella storia dei pazienti con disturbo dipendente di personalità è probabile
che sia presente un modello pervasivo di rinforzo genitoriale sulla dipendenza che agisce in tutte le fasi dello sviluppo. Un attaccamento
insicuro è un segno caratteristico del disturbo dipendente di personalità e in
modo particolare il tipo di attaccamento invischiato. Molti pazienti sono cresciuti
con genitori che, in un modo o nell’altro, hanno comunicato che l’indipendenza
era piena di pericoli. Possono essere stati sottilmente spinti a mantenersi legati
ai loro genitori, che sembravano rifiutarli in risposta a tutti i loro tentativi
di raggiungere una maggiore autonomia. La motivazione principale dei pazienti
con disturbo dipendente di personalità è quella di ottenere e mantenere relazioni
rassicuranti e supportive. Per raggiungere tale obiettivo possono impegnarsi in
comportamenti attivi ed assertivi che risultano del tutto adattivi: es. chiedono
aiuto quando si trovano in difficoltà, cercano l’assistenza di un medico in presenza
di sintomi fisici etc etc. Un atteggiamento sottomesso nei confronti degli altri
può avere una molteplicità di significati. Sostanzialmente il paziente dipendente
cerca persone che si prendano cura di lui a causa di ansie più profonde. Il clinico
dovrebbe chiedere a ciascun individuo che cosa lo spaventa a proposito dell’indipendenza
e della separazione. L’aggrapparsi agli altri da parte dei pazienti dipendenti
spesso maschera l’aggressività, può essere visto come una formazione di compromesso,
nel senso che difende dall’ostilità che contemporaneamente viene espressa. Infatti,
la persona che costituisce l’oggetto di attaccamento del paziente dipendente può
percepire le richieste di quest’ultimo come ostili e tormentose. Il comportamento
dipendente può essere un modo per evitare la riattivazione di esperienze traumatiche
del passato. Il terapeuta dovrebbe esplorare con il paziente ogni ricordo delle
separazioni vissute nel passato e il loro impatto. Spesso le successive separazioni
in età adulta e ogni azione indipendente riattivano nel paziente terribili ansie
associate a precoci e traumatiche separazioni infantili. O spesso l’individuo
vive, in età adulta, la messa in atto di azioni di indipendenza come comportamenti
aggressivi verso la figura di attaccamento. Così come nell’infanzia i genitori
trasmettevano al bambino l’idea che l’autonomia fosse un atto aggressivo e sleale
nei loro confronti e che avrebbe causato la perdita del loro amore.
Considerazioni psicoterapeutiche
La psicoterapia dei pazienti con disturbo dipendente di personalità presenta
sin dall’inizio un dilemma terapeutico: affinché questi pazienti superino i loro
problemi di dipendenza, devono prima sviluppare una dipendenza nei confronti del
terapeuta. Il rischio è, però, che il paziente veda la dipendenza dal terapeuta
come una meta in sé, anziché considerarla come mezzo per raggiungere una meta.
Il loro unico scopo potrebbe diventare, nel corso della terapia, il mantenimento
del loro attaccamento al terapeuta. Una regola pratica nel trattare i pazienti
dipendenti è quella di ricordare che ciò che dicono di volere probabilmente non
è ciò di cui hanno bisogno. Tenteranno di far sì che il terapeuta dica loro che
cosa devono fare, permettendo che la loro dipendenza continui, e colluda con il
loro evitare di prendere decisioni o di affermare i propri desideri. Il terapeuta
deve sentirsi sereno nel frustrare queste tendenze e nel promuovere invece l’indipendenza
di pensiero e di azione del paziente. Deve riuscire a trasmettere che l’ansia
prodotta da tale frustrazione è tollerabile e anche produttiva, in quanto può
portare ad associazioni sulle origini della dipendenza e delle paure ad essa associate.
Un’altra comune evoluzione transferale consiste nell’idealizzazione del terapeuta. Il paziente può cominciare a considerare il terapeuta come “colui che sa tutto”,
e dunque desiderare di trasferire su di lui tutte le responsabilità per le decisioni
importanti. Spesso i pazienti hanno la fantasia che la soluzione di tutti i loro
problemi sia diventare esattamente come il terapeuta. Questo desiderio di aggirare
il difficile compito di trovare un senso autentico di sé separato del terapeuta
ha bisogno di essere interpretato e confrontato man mano che la terapia progredisce.
La psicoterapia dinamica a tempo determinato
ha avuto successo con molti di questi pazienti. Sapere fin dall’inizio che la
terapia avrà un termine costringe i pazienti ad affrontare le loro ansie più profonde
relative alla perdita e all’indipendenza. Ansie che sarebbero rimaste latenti
possono, in questo modo, venire in superficie quando il termine della terapia
si avvicina. Un sottogruppo di pazienti dipendenti semplicemente non sono in grado
o non vogliono servirsi della struttura di una psicoterapia breve. La prospettiva
di perdere il terapeuta dopo avere appena iniziato un percorso insieme, crea troppa
ansia. A causa della loro minore forza dell’Io o per la maggior gravità della
loro ansia da separazione, questi pazienti hanno bisogno di sviluppare un
transfert dipendente positivo nei confronti del terapeuta per un lungo periodo di tempo. Nonostante ciò, con
queste strategie di sostegno è possibile raggiungere significativi risultati terapeutici.
Certi pazienti cambiano nel setting psicologico, in virtù di uno “scambio trasferale”
con il terapeuta: sono disposti ad apportare certi cambiamenti nella loro vita
in cambio dell’approvazione del terapeuta. Altri possono divenire “pazienti a
vita”, in grado di mantenere significativi cambiamenti finché sanno che il terapeuta
sarà sempre lì con loro. Questi pazienti possono stare bene anche quando il terapeuta
diminuisce la frequenza delle sedute a una ogni pochi mesi, a condizione che non
ci sia alcun messaggio di fine terapia. I pazienti con disturbo dipendente di
personalità creano di solito problemi di
controtrasfert (ovvero, i sentimenti verso il paziente che il terapeuta alberga in sé in corso
di terapia) che sono correlati a conflitti sulla dipendenza nei loro terapeuti.
Gli psicoterapeuti devono prestare molta attenzione a sentimenti controtrasferali
di disprezzo o sdegno nei confronti del paziente dipendente. I desideri del paziente
possono entrare in risonanza con quelli inconsci del terapeuta, e una sintonia
empatica con tali desideri di dipendenza può risultare estremamente problematica.
I terapeuti che rifiutano i desideri del paziente possono stare ripudiando nello
stesso tempo anche i propri desideri. Altre difficoltà controtrasferali sono legate
al compiacimento per l’idealizzazione da parte del paziente, che porta il terapeuta
a evitare di confrontarsi con la mancanza di cambiamenti reali nel paziente. I
terapeuti possono anche divenire apertamente direttivi e autoritari, in particolare
se il paziente insiste in una relazione di abnorme dipendenza e non tiene conto
degli avvertimenti del terapeuta sul fatto che tale relazione è distruttiva.
Infine, dopo aver completato la disamina sul disturbo dipendente di personalità
secondo il DSM-IV, è importante ricordare che i pazienti con disturbi di personalità
di solito
non presentano la patologia in forma pura di disturbo. Il disturbo dipendente, spesso compare in forma
mista e raramente si riscontra come diagnosi principale ed esaustiva. L’unicità di
ciascun individuo è una sorgente di gioia e di sfida continua per il terapeuta
con formazione psicodinamica. Il terapeuta con formazione psicodinamica è più
interessato, infatti, a come i pazienti differiscono l’uno dall’altro piuttosto
che a come sono simili. È più interessato a esplorare e scoprire insieme al paziente
il significato e il senso della “voce” della sua sofferenza psicologica, che cerca
di farsi sentire attraverso i sintomi, piuttosto che a “renderla muta” e sedarla
con medicinali.
Bibliografia
- Gabbard Glen O. (2000), Psychodynamic Psychiatry in Clinical Practice, American Psychiatry Press, Inc.(trad. it. Psichiatria psicodinamica, Raffaello
Cortina Editore, - Milano, 2002
- Quick Reference to the Diagnostic Criteria from DSM-IV by American Psychiatric Association, Washington D.C., 1994-1995
DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITÀ