I DISTURBI DI PERSONALITÀ: IL DISTURBO SCHIZOIDE |
A cura di Monica Barassi, Psicologia in Movimento |
IL DISTURBO SCHIZOIDE
In psicologia, quando i tratti di personalità di un individuo risultano rigidi
e non adattivi e causano una compromissione significativa o una sofferenza soggettiva,
essi costituiscono un Disturbo di Personalità (DSM-IV-TR). Anche se i soggetti non si ritengono insoddisfatti dei propri tratti
personologici, il loro comportamento risulta così disturbante o distruttivo per
gli altri da causare un grado di menomazione sociale e/o lavorativa significativa
(DSM-IV-TR, Case studies).
Un disturbo di personalità rappresenta un modello di rappresentazione mentale,
esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative
della cultura di appartenenza, è pervasivo e inflessibile, esordisce nell'adolescenza
o nella prima età adulta, e determina disagio o menomazione. È un disturbo rigido,
stabile nel tempo, sul quale si costruisce l’organizzazione mentale dell’individuo,
influenzando il suo equilibrio. Tale modo costante di pensare, agire, sentire
e comportarsi si manifesta in almeno due delle seguenti aree:
- cognitività (modi di percepire e interpretare se stessi, gli altri e gli avvenimenti);
- affettività (varietà, intensità e adeguatezza della risposta emotiva);
- funzionamento interpersonale;
- controllo degli impulsi.
Molti dei disturbi di personalità sono egosintonici, cioè non vissuti dal soggetto
come problematici. Questo rende difficile il trattamento e anche la possibilità
stessa che questo venga richiesto. Tali disturbi alterano globalmente il comportamento
di un individuo e sono piuttosto resistenti al cambiamento. Nel primo gruppo (A)
nell’asse II del DSM-IV, Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali,
afferiscono tre tipi di disturbi, presenti nella popolazione, caratterizzati da
comportamenti eccentrici e bizzarri e sono:
• Disturbo Paranoide di personalità: chi ne soffre mostra una tendenza persistente e irrealistica ad interpretare
le intenzioni e le azioni degli altri come umilianti o minacciose. Di solito viene
percepito dagli altri come polemico, ostinato, difensivo e non disponibile al
compromesso.
• Disturbo Schizoide di personalità: le caratteristiche principali di questo disturbo sono la mancanza di relazioni
interpersonali e l'assenza del desiderio di queste relazioni. Gli altri vengono
considerati come intrusivi e poco gratificanti e le relazioni come instabili e
indesiderabili. Di conseguenza, questi individui sono spesso descritti come distaccati,
appartati ed isolati.
• Disturbo Schizotipico di personalità: caratteristiche principali sono, oltre all'isolamento sociale, l'affettività
inappropriata e coartata e il comportamento insolito, le stranezze delle cognizioni
che ruotano attorno a temi come le credenze bizzarre o il pensiero magico.
Nello specifico, in questo lavoro, dedicheremo la nostra attenzione al Disturbo schizoide di personalità, presente con una casistica interessante e a diversi gradi di entità, nella
popolazione.
Comprensione psicodinamica
I pazienti schizoidi sono caratterizzati dal fatto di vivere spesso ai margini
della società. Possono essere considerati “disadattati”, “strambi”, “toccati”,
oppure essere semplicemente lasciati soli a condurre un’esistenza appartata e
riservata. Il loro isolamento può condurre gli altri a rammaricarsi e a cercare
di stabilire un contatto, ma spesso questi tentativi falliscono e la gente rinuncia,
dopo essere stata ripetutamente respinta. Spesso sono i familiari a spingere affinché
il congiunto cerchi aiuto, preoccupati o esasperati dal comportamento bizzarro
del soggetto. Altre volte sono i pazienti stessi a cercare aiuto, per libera scelta,
spinti dalla loro dolorosa solitudine.
Il mondo interno del paziente schizoide, può differire notevolmente dall’apparenza
esterna dell’individuo. Indubbiamente queste persone sono spesso un coacervo di
contraddizioni. Lo studioso Akhtar (1987) ha raggruppato queste contraddizioni
suddividendole in manifestazioni scoperte e coperte. L’individuo schizoide è “manifestamente”
distaccato, autosufficiente, distratto, disinteressato, asessuato e radicalmente
morale, mentre “segretamente” è estremamente sensibile, emotivamente bisognoso,
molto attento, creativo, spesso perverso e corruttibile. Queste polarità riflettono
e sono espressione di una scissione o frammentazione del Sé in diverse rappresentazioni
di sé che rimangono non integrate. Da una prospettiva psicodinamica, la designazione
“schizoide” riflette questa fondamentale scissione del Sé. Il risultato è una
diffusione d’identità – i pazienti schizoidi non sanno con sicurezza chi sono
e si sentono tormentati da pensieri, sentimenti, desideri e pulsioni fortemente
conflittuali. Questa diffusione d’identità, rende problematiche le relazioni interpersonali.
In effetti la più specifica caratteristica dei pazienti schizoidi è forse il loro
apparente non essere in relazione agli altri. Il lavoro psicoanalitico indica
che questi pazienti nutrono indubbiamente sentimenti e passioni verso gli altri,
ma sono congelati sul piano evolutivo a un precoce stadio di relazione. Questi
individui sembrano fondare la loro decisione di rimanere isolati sul convincimento
che il loro fallimento nel ricevere ciò di cui avevano bisogno dalle loro madri
implica che essi non possono in alcun modo tentare di ricevere altro da figure
significative incontrate successivamente. Gran parte della nostra comprensione
del mondo interno del paziente schizoide deriva dal lavoro dei teorici britannici
delle relazioni d’oggetto. Secondo Balint (1968), in questi pazienti è presente
un “difetto fondamentale” nella capacità di relazionarsi causato da una significativa
inadeguatezza delle cure materne ricevute nell’infanzia. Egli riteneva che le
difficoltà incontrate dal paziente schizoide nel porsi in relazione con gli altri
originassero da questa incapacità di base. Fairbain (1952) è forse lo studioso
che ha offerto il maggior contributo alla nostra comprensione dei pazienti schizoidi,
considerava il ritiro schizoide come una difesa contro un conflitto tra il desiderio
di entrare in relazione con gli altri e la paura che il proprio bisogno di loro
possa danneggiarli. Il bambino che inizialmente percepisce la madre come rifiutante
può ritirarsi dal mondo. In ogni caso, il suo bisogno di lei cresce fino ad essere
esperito come insaziabile. Il bambino allora teme che la propria avidità divorerà
la madre lasciandolo di nuovo solo. Pertanto proprio l’oggetto di cui il bambino
ha maggior bisogno può essere distrutto dalle sue pulsioni incorporative. Fairbain
definì questo concetto “fantasia di Cappuccetto Rosso”, basandosi sulla fiaba
nella quale la bambina scopre con orrore che la nonna è scomparsa, lasciandola
sola con la propria avidità orale proiettata sotto forma di lupo famelico.
Come Cappuccetto Rosso può proiettare la propria avidità nel lupo, i bambini
possono proiettare la propria avidità nelle loro madri, vissute poi come divoratrici
e pericolose. Questo dilemma infantile nei pazienti schizoidi si è congelato nel
tempo; essi temono innanzi tutto di poter divorare gli altri con i loro bisogni
e quindi di essere divorati dagli altri. Tale dilemma fa si che i pazienti schizoidi
oscillino tra la paura di tenere gli altri lontani e la paura che gli altri li
possano soffocare o distruggere. Ne risulta che tutte le relazioni sono vissute
come pericolose e come tali da evitare. Poiché la decisione di non relazionarsi
lascia l’individuo solo e vuoto, è spesso presente un “compromesso schizoide”,
per cui il paziente si aggrappa agli altri e simultaneamente li respinge. I pazienti
schizoidi vivono con un timore costante di abbandono, persecuzione e disintegrazione.
Accettare qualcosa da qualcun altro significa rischiare l’evocazione di desideri
intensi di dipendenza e di accadimento. L’amore viene a significare fusione con
l’altro, perdita della propria identità e distruzione dell’altro. Il caratteristico
ritiro dalle relazioni interpersonali del paziente schizoide può assolvere un’importante
funzione evolutiva. Secondo Winnicott (1965), l’isolamento del paziente preserva
un’importante autenticità che è assolutamente sacra per il Sé in evoluzione del
paziente. Il ritiro schizoide è un modo per comunicare con il “vero Sé” invece
di sacrificare questa autenticità a interazioni artificiali con gli altri che
porterebbero a un “falso sé”. Winnicott suggerisce che noi tutti abbiamo questo
nucleo intimo non disponibile alla comunicazione, e che dobbiamo rispettare il
diritto dell’individuo schizoide – e il suo bisogno- di non voler comunicare.
Periodi di estrema astinenza e isolamento possono aiutare gli individui schizoidi
a entrare in contatto con questo Sé sequestrato, così che esso può essere integrato
con le altre rappresentazioni di sé.
I pazienti schizoidi che permettono ai loro pazienti di accedere ai loro mondi
interni spesso riveleranno fantasie onnipotenti. Queste di solito accompagnano
gli aspetti più intimi del Sé verso cui il paziente si ritira. Queste fantasie
servono per puntellare una stima di sé fragile e alleviare l’ansia per la disintegrazione
del Sé. I pazienti schizoidi hanno fantasie onnipotenti che aumentano di frequenza
in proporzione inversa rispetto al livello della loro stima di sé. Non avendo
buone rappresentazioni interne del Sé e dell’oggetto che li possono aiutare a
portare a termine il percorso necessario per avere successo nelle relazioni o
nella carriera, i pazienti schizoidi si servono delle fantasie di onnipotenza
per aggirare tale percorso e raggiungere direttamente le loro fantasie grandiose.
I pazienti provano spesso una grande vergogna per le loro fantasie, e sono riluttanti
ad ammetterle con i loro terapeuti finché non si sentono sicuri nella relazione.
Considerazioni terapeutiche
I pazienti schizoidi possono essere aiutati con la psicoterapia individuale di
tipo supportivo-espressivo, con la psicoterapia di gruppo o con una combinazione delle due.
Psicoterapia individuale: Poiché la preoccupazione per le richieste interazionali di un setting di gruppo
produce di solito una notevole quota d’ansia, la maggior parte di questi pazienti
si sentirà più a suo agio cominciando con un processo individuale. La moderna
letteratura sulla psicoterapia dei disturbi schizoidi suggerisce che il meccanismo
dell’azione terapeutica è essenzialmente l’introiezione di una relazione terapeutica.
Il compito del terapeuta è quello di “sciogliere” le relazioni oggettuali interne
congelate del paziente fornendogli una nuova esperienza di relazione. Lo stile
schizoide emerge dall’inadeguatezza dei rapporti più precoci del paziente con
le figure genitoriali, quello che lo studioso Epstein (1979) definiva come “fallimento
maturativo primario”. Nel corso della vita, il paziente ha ripetutamente evocato
simili relazioni dall’ambiente, generando fallimenti maturativi secondari. In
altre parole, il paziente schizoide può continuare ad andare avanti nella vita
distanziando gli altri. I terapeuti devono trovare il modo di entrare in relazione
con il paziente utilizzando una modalità correttiva a fini maturazionali. Non
devono lasciarsi mettere da parte o allontanarsi, come avviene con ogni altra
persona nella vita del paziente. Questa strategia incontra invece notevoli ostacoli.
Innanzi tutto, la modalità fondamentale di esistenza del paziente è l’assenza
di relazioni interpersonali. Il terapeuta si rivolge a una persona che non si
mette in relazione con gli altri per spingerla nella direzione di una maggiore
relazionalità. I terapeuti che cercano di trattare il ritiro dei pazienti schizoidi
devono avere una straordinaria pazienza per via della lentezza e laboriosità del
processo di interiorizzazione. Devono anche adottare un atteggiamento permissivo
ed accettante verso il silenzio in quanto rappresenta una specifica forma di comunicazione
non-verbale, che può fornire informazioni essenziali sul paziente. Certi pazienti
risponderanno a questa accoglienza tollerante ed empatica con una maggiore apertura
nella relazione terapeutica. Tuttavia, spesso i terapeuti devono sapere tollerare
la delusione legata alla possibilità che i loro pazienti progrediscano unicamente
in aree diverse da quelle della relazionalità. Infine, bisogna tener presente
che spesso i pazienti schizoidi hanno bisogno di qualcosa di più di una psicoterapia
supportivo-espressiva. Quelli con funzionamento più disturbato necessitano anche
di una educazione all’acquisizione di determinate abilità sociali, di rieducazione
e di varie forme di supporto sociale.
Psicoterapia dinamica di gruppo: Obiettivo essenziale della psicoterapia di gruppo è quello di aiutare i pazienti
con la socializzazione. Il setting terapeutico di gruppo è il luogo idoneo in
cui si possono costruire nuovi legami. Gli altri pazienti possono funzionare per
l’individuo affetto da ritiro schizoide, come una famiglia ricostruita, che può
essere nel tempo interiorizzata per compensare gli oggetti interni più negativi
e spaventosi. Allorché i pazienti cominciano a sentirsi accettati e a scoprire
che le proprie paure non si sono verificate, i pazienti diventano progressivamente
più tranquilli con gli altri. Concludendo, bisogna tener presente che in caso
di pazienti con comportamento fortemente bizzarro o un pensiero psicotico, essi
possono divenire i capri espiatori perché troppo diversi dagli altri membri del
gruppo.
Bibliografia
- Quick Reference to the Diagnostic Criteria from DSM-IV by American Psychiatric Association, Washington D.C., 1994-1995.
- Gabbard Glen O. (2000), Psychodynamic Psychiatry in Clinical Practice, American Psychiatry Press, Inc.(trad. it. Psichiatria psicodinamica, Raffaello
Cortina Editore, Milano, 2002).
IL DISTURBO SCHIZOIDE