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IL DISTURBO SCHIZOTIPICO DI PERSONALITÀ

A cura di Katia Carlini, Presidente di Psicologia in Movimento

Tra i disturbi di personalità del gruppo A, oltre al disturbo paranoide e al disturbo schizoide, occupa un posto a se stante il disturbo schizotipico di personalità. Si tratta di un disturbo che fino al 1980 veniva considerato accorpato al disturbo schizoide: la necessità di distinguere le due patologie è dovuta agli studi genetici di Kendler che ha giustificato la distinzione basandosi sulle differenti modalità di rapportarsi alla realtà che dimostravano le due diverse categorie. Così, il disturbo schizotipico di personalità presenta diverse analogie genetiche, biologiche, fenomenologiche, di esito e di risposta alla terapia con la schizofrenia, distinguendosi pertanto dal disturbo schizoide di personalità, con il quale, tuttavia, permangono somiglianze rispetto alle difficoltà relazionali, al distacco sociale e alla coartazione dell’affettività.
Gunderson nel 1983 ha dunque teorizzato come i pazienti schizotipici costituiscano un continuum che va da quelli che su un estremo sono molto simili ai pazienti schizoidi - fatta eccezione per una lieve accentuazione di bizzarrie nel comportamento e nella comunicazione - a quelli più vicini alla schizofrenia, anche se il distaccamento dalla realtà è negli schizotipici più contenuto.

Secondo la moderna psichiatria il 3% della popolazione manifesta il Disturbo Schizotipico di Personalità, ma non si può parlare di tale disturbo prima del raggiungimento dell’età adulta, visto che il comportamento di alcuni adolescenti può essere caratterizzato da stranezze comportamentali che potrebbero far pensare ad atteggiamenti schizotipici. Il Disturbo Schizotipico di Personalità ha un decorso relativamente stabile e solo una piccola parte degli individui sviluppa la schizofrenia o un altro disturbo psicotico. Nello specifico il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali nella sua quarta versione, DSM IV, elenca i seguenti criteri diagnostici per il Disturbo Schizotipico:

A - Un pattern pervasivo di deficit sociali e di comunicazione interpersonale, che implica uno stato di disagio del soggetto nelle relazioni interpersonali strette, e una ridotta capacità in esse. La difficoltà del soggetto riguarda inoltre anche distorsioni cognitive (o percettive) ed eccentricità di comportamenti. Questo quadro comincia a presentarsi nella prima età adulta (diversamente si tratta di altra patologia). Si presenta in più contesti ed è caratterizzato da almeno cinque dei seguenti sintomi:
1. Idee di riferimento (idee ricorrenti che però non siano idee fisse);
2. Credenze insolite o stile di pensiero "magico", tale da influenzare il comportamento e non attinente alle norme e credenze del sostrato culturale (es: superstizione, chiaroveggenza, telepatia, sesto senso, negli adolescenti fantasie bizzarre);
3. Esperienze percettive insolite o stile espressivo con contenuto verbale oscuro (vago, circostanziale o "tangenziale", metaforico, troppo elaborato o stereotipato);
4. Sospettosità o ideazione paranoide;
5. Affettività ridotta, rigida e trattenuta o inappropriata ai contesti;
6. Comportamento o apparenza strani, eccentrici;
7. Assenza di amici stretti o confidenti all'infuori di parenti di primo grado;
8. Ansia sociale eccessiva, che non diminuisce familiarizzando con la persona e, diversamente dal disturbo evitante, tende a essere associata a paure di struttura paranoide e non a giudizi negativi su sé stesso

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B - I sintomi non compaiono in concomitanza con la schizofrenia, né con un disturbo dell’umore di tipo psicotico, né con altri disturbi psicotici o disturbi dell’età evolutiva (se i criteri si manifestano prima dell'insorgenza della schizofrenia, al disturbo si aggiunge la dicitura "Pre-morboso").
Come si evince dai criteri riportati dal manuale diagnostico dei disturbi mentali, i deficit sociale e interpersonale sono gli elementi caratterizzanti del Disturbo Schizotipico di Personalità. La diagnosi diviene ancora più probabile se ad essi si associano un disagio acuto, una ridotta capacità per le relazioni strette e una distorsione ed eccentricità nei comportamenti. Di fatto, questi ultimi sono supportati da una serie di idee di tipo delirante, che impegnano gli individui di questo gruppo nosografico in rituali magici, in atteggiamenti superstiziosi o in fenomeni paranormali che vanno al di fuori delle norme della cultura di appartenenza. Per esempio, i soggetti schizotipici possono sentire di avere il potere speciale di intuire gli eventi prima che avvengono o di leggere i pensieri degli altri, possono, altresì, credere di avere un controllo magico su persone o cose. Le bizzarrie comportamentali che ne conseguono si riflettono nella sfera comunicativa. Così, il linguaggio è spesso caratterizzato da costruzioni insolite, idiosincratiche, eccessivamente concrete o eccessivamente astratte. Il vestiario si presenta frequentemente trasandato, sporco e poco attento alle convenzioni sociali. La gestualità, la mimica e la postura risentono di una incapacità di utilizzare l’intera gamma di affetti e di condotte interpersonali. Sebbene chi è affetto da Disturbo Schizotipico di Personalità possa esprimere interesse per le relazioni sociali, il comportamento concreto sembra invece evidenziare un disinteresse per i rapporti con altri individui. Ne consegue l’assenza di amici o confidenti al di là di un familiare di primo grado e quindi la conduzione di un’esistenza isolata e riservata.

Diversi fattori sono invocati come causa della patologia, tra questi occorre citare i fattori genetici, visto che il disturbo sembra avere una concentrazione familiare e ha una prevalenza maggiore tra i consanguinei di primo grado degli individui con schizofrenia che nella popolazione generale. Tuttavia, la sola componente biologica non è in grado di spiegare la presenza del disturbo. Numerosi sono stati, a proposito, gli studi psicodinamici, che nella figura di Balint hanno considerato questi pazienti come aventi un “difetto fondamentale” nel relazionarsi, originato, prevalentemente, dall’inadeguatezza delle cure materne ricevute nei primissimi anni di vita. Una volta divenuti adulti, questi soggetti, in tale ottica percepirebbero come pericolose tutte le relazioni, dalle quali fuggirebbero per evitare di evocare quei desideri intensi di accudimento e dipendenza che già una volta sono rimasti inappagati.
Sotto questa luce è abbastanza ovvio come gli obiettivi principali di una terapia individuale, con un paziente affetto da Disturbo Schizotipico di Personalità, siano quelli di sciogliere le relazioni oggettuali interne e di fornirgli un nuovo modo di stare insieme all’altro. Si tratta in sostanza di permettere l’introiezione di una relazione sana tramite una psicoterapia supportivo-espressiva, anziché interpretare il conflitto “desiderio dell’altro contro paura dell’altro” per mezzo di una psicoanalisi.
Il compito non risulta affatto semplice quanto piuttosto paradossale. Al terapeuta, infatti è richiesto di far apprendere al paziente a relazionarsi, quando il deficit relazionale risulta essere l’aspetto più patogeno dell’individuo schizotipico. Secondo Stone, solo alcuni soggetti, affetti da tale disturbo, sarebbero maggiormente favoriti a trarre benefici da una psicoterapia. Nello specifico, sono segni distintivi di possibili miglioramenti: un esame di realtà integro, una discreta o sufficiente capacità di giudizio e una bassa percentuale di errori cognitivi. Di contro, per i soggetti con uno scarso funzionamento dell’Io, il terapeuta deve tollerare che i progressi possano essere minimi e riguardare aree diverse da quella relazionale e più spesso devono funzionare come Io ausiliario del paziente per quanto riguarda l’esame di realtà, il giudizio e la differenziazione del Sé dal non Sé.
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Un altro trattamento terapeutico particolarmente utile per i pazienti schizotipici è la terapia di gruppo. Molto spesso, i soggetti con tale sintomatologia sono restii a essere inseriti in un gruppo, visto che le loro ansie principali riguardano la sfera relazionale. In un contesto di gruppo i pazienti, tuttavia, potrebbero gradatamente e in una modalità protetta venire a contatto con altre persone, verificando la possibilità di nuove conoscenze e divenendo, via via, più tranquilli alle esposizioni con gli altri. I vantaggi appena citati, valgono tuttavia solo per gli schizotipici che non presentano un comportamento bizzarro o un pensiero psicotico. In questi casi, infatti, esiste il rischio che tali pazienti diventino i capri espiatori del gruppo, per il fatto di essere troppo diversi dagli altri.

Bibliografia:
- AA.VV. (1999), DSM-IV. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Masson;
- Balint, M. (1968), La regressione. Tr. It. Raffaello Cortina Editore, Milano 1983;
- Gabbare, G.O. (1995), Psichiatria Psicodinamica. Raffaello Cortina Editore;
- Gunderson, J.G. (1983), DSM-III diagnoses of personality disorders, in American Psychiatric Press, Washington, D.C., pp. 20-39.
- Kendler, K.S. (1981), An independent analysis of the Copenhagen sample of the Danish adoption study of schizophrenia, II: the relationship between schizotypal personality disorder and schizophrenia. Arch. Gen. Psychiatry, 38, pp. 982-984;
- Stone, M.H. (1985), Schizotypal personality: psychotherapeutic aspects. Schizophr. Bull., 11, pp. 576-589.

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