DISTURBO SCHIZOTIPICO
B - I sintomi non compaiono in concomitanza con la schizofrenia, né con un disturbo dell’umore di tipo psicotico, né con altri disturbi psicotici o disturbi dell’età evolutiva (se i criteri si manifestano prima dell'insorgenza della schizofrenia, al disturbo si aggiunge la dicitura "Pre-morboso"). Come si evince dai criteri riportati dal manuale diagnostico dei disturbi mentali, i deficit sociale e interpersonale sono gli elementi caratterizzanti del Disturbo Schizotipico di Personalità. La diagnosi diviene ancora più probabile se ad essi si associano un disagio acuto, una ridotta capacità per le relazioni strette e una distorsione ed eccentricità nei comportamenti. Di fatto, questi ultimi sono supportati da una serie di idee di tipo delirante, che impegnano gli individui di questo gruppo nosografico in rituali magici, in atteggiamenti superstiziosi o in fenomeni paranormali che vanno al di fuori delle norme della cultura di appartenenza. Per esempio, i soggetti schizotipici possono sentire di avere il potere speciale di intuire gli eventi prima che avvengono o di leggere i pensieri degli altri, possono, altresì, credere di avere un controllo magico su persone o cose. Le bizzarrie comportamentali che ne conseguono si riflettono nella sfera comunicativa. Così, il linguaggio è spesso caratterizzato da costruzioni insolite, idiosincratiche, eccessivamente concrete o eccessivamente astratte. Il vestiario si presenta frequentemente trasandato, sporco e poco attento alle convenzioni sociali. La gestualità, la mimica e la postura risentono di una incapacità di utilizzare l’intera gamma di affetti e di condotte interpersonali. Sebbene chi è affetto da Disturbo Schizotipico di Personalità possa esprimere interesse per le relazioni sociali, il comportamento concreto sembra invece evidenziare un disinteresse per i rapporti con altri individui. Ne consegue l’assenza di amici o confidenti al di là di un familiare di primo grado e quindi la conduzione di un’esistenza isolata e riservata. Diversi fattori sono invocati come causa della patologia, tra questi occorre citare i fattori genetici, visto che il disturbo sembra avere una concentrazione familiare e ha una prevalenza maggiore tra i consanguinei di primo grado degli individui con schizofrenia che nella popolazione generale. Tuttavia, la sola componente biologica non è in grado di spiegare la presenza del disturbo. Numerosi sono stati, a proposito, gli studi psicodinamici, che nella figura di Balint hanno considerato questi pazienti come aventi un “difetto fondamentale” nel relazionarsi, originato, prevalentemente, dall’inadeguatezza delle cure materne ricevute nei primissimi anni di vita. Una volta divenuti adulti, questi soggetti, in tale ottica percepirebbero come pericolose tutte le relazioni, dalle quali fuggirebbero per evitare di evocare quei desideri intensi di accudimento e dipendenza che già una volta sono rimasti inappagati. Sotto questa luce è abbastanza ovvio come gli obiettivi principali di una terapia individuale, con un paziente affetto da Disturbo Schizotipico di Personalità, siano quelli di sciogliere le relazioni oggettuali interne e di fornirgli un nuovo modo di stare insieme all’altro. Si tratta in sostanza di permettere l’introiezione di una relazione sana tramite una psicoterapia supportivo-espressiva, anziché interpretare il conflitto “desiderio dell’altro contro paura dell’altro” per mezzo di una psicoanalisi. Il compito non risulta affatto semplice quanto piuttosto paradossale. Al terapeuta, infatti è richiesto di far apprendere al paziente a relazionarsi, quando il deficit relazionale risulta essere l’aspetto più patogeno dell’individuo schizotipico. Secondo Stone, solo alcuni soggetti, affetti da tale disturbo, sarebbero maggiormente favoriti a trarre benefici da una psicoterapia. Nello specifico, sono segni distintivi di possibili miglioramenti: un esame di realtà integro, una discreta o sufficiente capacità di giudizio e una bassa percentuale di errori cognitivi. Di contro, per i soggetti con uno scarso funzionamento dell’Io, il terapeuta deve tollerare che i progressi possano essere minimi e riguardare aree diverse da quella relazionale e più spesso devono funzionare come Io ausiliario del paziente per quanto riguarda l’esame di realtà, il giudizio e la differenziazione del Sé dal non Sé.
Un altro trattamento terapeutico particolarmente utile per i pazienti schizotipici è la terapia di gruppo. Molto spesso, i soggetti con tale sintomatologia sono restii a essere inseriti in un gruppo, visto che le loro ansie principali riguardano la sfera relazionale. In un contesto di gruppo i pazienti, tuttavia, potrebbero gradatamente e in una modalità protetta venire a contatto con altre persone, verificando la possibilità di nuove conoscenze e divenendo, via via, più tranquilli alle esposizioni con gli altri. I vantaggi appena citati, valgono tuttavia solo per gli schizotipici che non presentano un comportamento bizzarro o un pensiero psicotico. In questi casi, infatti, esiste il rischio che tali pazienti diventino i capri espiatori del gruppo, per il fatto di essere troppo diversi dagli altri. Bibliografia:
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