HANDICAP E PSICOLOGIA: I DISTURBI DISSOCIATIVI |
A cura di Monica Barassi,
Psicologia in Movimento |
DISTURBI DISSOCIATIVI
Nell’ambito delle disabilità mentali, i disturbi dissociativi rivestono grande rilevanza clinica.
Di seguito essi vengono descritti nello specifico delle forme dei Disturbi Dissociativi propriamente detti e i Disturbi da Depersonalizzazione.
Agli albori della psichiatria psicodinamica, gli studiosi Janet e Freud apparvero
molto interessati circa la risposta dell’individuo al trauma. Janet, per spiegare
alcuni stati di coscienza alterati, postulò che i ricordi del trauma persistono
come idee fisse non del tutto assimilate; in tale stato le energie nervose potrebbero
indebolirsi a tal punto che certe funzioni si rendono autonome rispetto al controllo
centrale, un processo mentale passivo che egli ha definito dissociazione.
Freud, invece, postulava il concetto di rimozione, uno spostamento attivo di determinati contenuti mentali dalla consapevolezza,
che continuano ad essere attivi nella mente inconscia e possono riemergere sotto
forma di sintomi. Egli riteneva quindi che il processo mentale sottostante a tale
meccanismo fosse attivo.
Negli ultimi anni, l’interesse degli psichiatri per la dissociazione è cresciuto,
poiché i clinici psicodinamici contemporanei danno un peso importante all’influenza
patogenetica degli eventi reali, e non solo alle fantasie psichiche collegate
al trauma esterno subito.
Vi è da dire, come considerazione generale, che l’essenza della dissociazione
rappresenta il risultato di una mancata integrazione di aspetti della percezione,
della memoria, dell’identità e della coscienza. La dissociazione si verifica in
particolare come difesa nei confronti del trauma. Le difese dissociative assolvono
la duplice funzione di aiutare le vittime a “distaccarsi” dall’evento traumatico
e di posporre il lavoro di elaborazione mentale del medesimo.
Disturbo Dissociativo di Personalità
Nella Dissociazione si realizza una scissione dei contenuti mentali, che vanno
a coesistere in una serie di coscienze parallele. Secondo Horowitz (1986), i ricordi
del Sé traumatizzato devono essere dissociati in quanto non sono coerenti rispetto
al Sé della vita quotidiana, che sembra mantenere pieno controllo. Nel Disturbo Dissociativo dell’Identità o anche definito Disturbo da Personalità Multipla (da ora in avanti indicato come DID) coesistono due o più identità o stati della personalità distinti, ciascuno
con le proprie modalità, relativamente stabili, di relazione, di percezione, di
pensiero rispetto all’ambiente e al Sé. Almeno due di queste identità o stati
della personalità devono periodicamente assumere il controllo del comportamento
dell’individuo. Il DID è anche caratterizzato da un’estesa amnesia riguardante
importanti informazioni personali.
IL DID ha funzione adattiva, in quanto i pazienti si convincono che i traumi vissuti siano accaduti a qualcun
altro. Le diverse personalità raggiungono rapidamente delle forme di autonomia
secondaria: tuttavia la personalità del paziente consiste nell’insieme di tutte
le personalità.
Lo studioso Kluft (1984) ha proposto una teoria eziologia del disturbo basata
su quattro fattori:
1) capacità di attuare una dissociazione difensiva;
2) esperienze esistenziali traumatiche travolgenti;
3) le forme precise assunte dalle difese dissociative nel processo di formazione
dell’altra personalità vengono determinate da esperienze plasmatrici e dai substrati
disponibili;
4) insufficienti esperienze rassicuranti e ristrutturanti ottenute dalle figure
significative.
Secondo Kolk (1987) la disponibilità di una figura genitoriale rassicurante,
su cui riporre una fiducia incondizionata, quando le capacità di autorassicurazione
sono inadeguate, è il fattore più importante per il superamento dell’impatto del
trauma psicologico.
Molto interessante è anche la spiegazione psicodinamica dei comportamenti autodistruttivi
presenti nei pazienti affetti da DID, che pone l’accento su una serie di caratteristiche
presenti nel disturbo: la rivittimizzazione, la paura dell’abbandono, la dimensione
intergenerazionale e le autoaccuse.
La rivittimizzazione è uno schema di comportamento tipico delle vittime di incesto e di abusi infantili:
gli uomini vittimizzano gli altri, identificandosi con l’aggressore; invece, le
donne, spesso si legano a uomini che hanno comportamenti di abuso, esponendo se
stesse e i figli a un’ulteriore vittimizzazione.
La paura dell’abbandono: i bambini abusati preferiscono un genitore maltrattante alla totale assenza
dei genitori.
La dimensione intergenerazionale: i genitori, risentiti per essere stati privati violentemente dell’innocenza,
invidiano quella dei propri figli perciò li attaccano e li danneggiano in modo
simile.
L’Autoaccusa è il disperato tentativo di dare un senso a situazioni terrificanti.
La caratteristica comune al disturbo è che nel paziente si verificano attive
compartimentalizzazioni dei contenuti mentali; difese per evitare contenuti affettivi
ed esperienze spiacevoli. Tutto ciò conduce alla disgregazione del Sé che non
può svilupparsi in un modo armonioso e costante. Per quanto riguarda le forme
di trattamento del disturbo, si hanno la psicoterapia individuale supportivo-espressiva
a orientamento psicodinamico, la farmacoterapia, il trattamento ospedaliero e
la psicoterapia di gruppo.
La
psicoterapia individuale supportivo-espressiva a orientamento psicodinamico consente un lavoro focalizzato ad una maggiore coesione
del Sé;
La
farmacoterapia svolge una funzione supportiva diminuendo l’ipervigilanza;
Il
trattamento ospedaliero è indicato soprattutto in caso di scompensi intensi;
La
psicoterapia di gruppo permette il confronto con altre persone e favorisce la capacità di accettare
la propria diagnosi.
Disturbo da Depersonalizzazione
Nel Disturbo da Depersonalizzazione, il soggetto vive un sentimento di irrealtà
rispetto al proprio corpo, al Sé e all’ambiente ed esperisce alti livelli di stress
psicofisico.
La funzione adattiva del Disturbo da Depersonalizzazione è che consente all’individuo
che sperimenta una situazione traumatica, pericolosa o altamente stressante di
acquisire il necessario distacco per pensare a come destreggiarsi per risolvere
la situazione problematica: in tutto ciò si verifica una scissione fra un Sé che
osserva e un Sé che è coinvolto in una situazione di crisi.
Fra le varie spiegazioni dell’origine del disturbo è particolarmente interessante
la teoria di Harlow (1966) secondo cui il Sé coinvolto in una situazione di pericolo
è considerato estraneo dal Sé osservante: in questo modo si ritiene che il conflitto
pericoloso si svolge all’interno di un estraneo, invece che all’interno del Sé
(funzione di controllo degli impulsi).
Il trattamento del Disturbo da Depersonalizzazione è possibile sia farmacologicamente
che tramite la psicoterapia psicodinamica. Farmacologicamente si utilizza la somministrazione di antidepressivi tricliclici
e fluorexina. Invece, con la psicoterapia psicodinamica si aiuta il paziente a
raggiungere l’abreazione dei ricordi traumatici che possono aver determinato l’insorgere
del disturbo e si può così comprendere ciò che ha condotto all’insorgenza del
quadro sintomatologico.
Bibliografia
Quick Reference to the Diagnostic Criteria from DSM-IV by American Psychiatric Association, Washington D.C., 1994-1995
Gabbard Glen O. (2000), Psychodynamic Psychiatry in Clinical Practice, American Psychiatry Press, Inc. (trad. it. Psichiatria psicodinamica, Raffaello
Cortina Editore, Milano, 2002)
DISTURBI DISSOCIATIVI