HANDICAP E PSICOLOGIA: LA SORDITÀ |
A cura della Dott.ssa Katia Carlini,
Presidente dell’Associazione Psicologia in Movimento |
SORDITÀ
Attraverso l’udito l’essere umano assorbe i valori della cultura, riceve informazioni,
messaggi emotivi, stabilisce rapporti sociali ed ha a disposizione un importante
strumento per il proprio sviluppo intellettuale. Il termine "sordità" identifica una perdita di funzionalità importante, che comporta, molto spesso,
problemi nello sviluppo del linguaggio. L’OMS, infatti, definisce il bambino ipoacusico come colui “la cui acuità uditiva non è sufficiente a permettergli di imparare
la sua lingua, di partecipare alle normali attività della sua età, di seguire
con profitto l’insegnamento scolastico generale”. Generalmente, la sordità è la
conseguenza di patologie genetiche (50%) o di problemi prenatali (embriopatia
o fetopatia). In una percentuale più bassa può essere la conseguenza di prematuranza
o sofferenza perinatale (20%), oppure acquisita durante l’infanzia per cause infettive
(meningiti), tossiche (streptomicina), traumatiche. Qui di seguito le maggiori affezioni
che comportano una disfunzione uditiva.
• Il neurinoma del nervo acustico è un tumore benigno che si sviluppa sul nervo acustico nell’orecchio interno
e che può colpire a qualsiasi età;
• La neuropatia uditiva è un disordine uditivo nel quale i suoni entrano normalmente, mentre risulta
compromessa la trasmissione del segnale dall’orecchio interno al cervello;
• La sindrome di Meniere è determinata da un cambiamento di volume del liquido presente nell’orecchio
interno e si caratterizza per vertigini, acufeni, ovattamento auricolare e perdita
uditiva fluttuante;
• L’otosclerosi consiste in una anormale crescita di un ossicino dell’orecchio interno che impedisce
la corretta trasmissione del suono, causando perdita uditiva. Molto spesso è genetica
ed insorge tra i 30 e i 40 anni di età;
• La sindrome di Usher presenta più di un sintomo, tanto da colpire sia l’udito sia la vista. Essa
è di tipo genetico e si manifesta sin dalla nascita;
• La sindrome di Waardenburg è una malattia ereditaria caratterizzata da vari livelli di sordità, cambiamenti
nella pelle e nella pigmentazione dei capelli;
• Il disordine nella processazione uditiva nel bambino (DPU) è una condizione in cui non si riconoscono le sottili differenze tra i suoni
nelle parole, anche se questi risultano chiari e forti.
Le conseguenze di tali patologie sono un deficit sensoriale che può essere più
o meno grave, a seconda della profondità e del periodo di insorgenza della sordità.
Si parla infatti di:
• sordità totale o cofosi, quando il deficit è superiore a 85 decibel;
• ipoacusia profonda quando il deficit è compreso tra i 60 e gli 85 decibel;
• ipoacusia lieve quando il deficit è compreso tra i 40 e i 60 decibel;
• sordastro, quando il deficit è inferiore a 40 decibel.
Da un punto di vista anatomofisiologico la sordità può essere di:
• trasmissione in cui la conduzione ossea è normale, così come la percezione
della parola;
• ricezione in cui si evidenziano difficoltà notevoli nell’apprendimento fonetico
e la ricezione delle parole è abbastanza deformata tanto da apparire isolate o
associate alle precedenti;
• alterazione dell’identificazione in cui l’integrazione uditiva e/o la simbolizzazione
al livello centrale risultano alterate.
La comparsa di una sordità profonda fin dalla nascita priva il bambino di una
fonte di informazione che, normalmente, gli permette di scoprire il mondo in un’interazione
circolare e di acquisire l’uso del linguaggio. Va da sé che le difficoltà saranno
tanto più importanti quanto più il deficit sarà massiccio, congenito o molto precoce.
Di fatto, il bambino completamente sordo che fisiologicamente utilizza il balbettio
intorno ai 2-3 mesi, cessa quasi del tutto di emettere i suoni già a partire dal
5-6 mese. Nel caso dell’ipoacusia lieve e del sordastro, invece, l’acquisizione
del linguaggio è ancora possibile ma mentre nel primo caso l’articolazione e la
voce resteranno difettose, nel secondo caso il linguaggio potrà seguire un normale
sviluppo. Tuttavia, si è soliti parlare, sia per l’ipoacusia lieve sia per il
sordastro di “dislalie autogene”, ovvero di difetti di pronuncia.
Un rischio molto frequente è la mancanza di una diagnosi precoce nei confronti
di un bambino affetto da piccoli deficit uditivi. In queste situazioni ci sarebbero
buone possibilità, attraverso una valida educazione logopedica e una buona protesizzazione,
di apprendere correttamente l’uso del linguaggio. Nella maggior parte dei casi,
invece, i bambini con lievi difficoltà uditive non vengono riconosciuti immediatamente.
Così, tacciati di pigrizia o di distrazione, i piccoli fanciulli non sono inseriti
per tempo in adeguati programmi rieducativi, fondamentali per il raggiungimento
di una normale integrazione sociale e scolastica.
Frequentemente la diagnosi di sordità, che colpisce in Italia 1 bambino su 1000,
non viene fatta prima dei due anni, età in cui il linguaggio ha il suo massimo
sviluppo. Da qui la necessità di sottoporre il prima possibile il bambino ad esami
che valutino l’integrità delle sue capacità uditive. Addirittura un primo esame,
il test delle Emissioni Otoacustiche, che testa la funzionalità dell’orecchio interno, può essere effettuato già
dal secondo, terzo giorno di vita. Un altro test, che può essere compiuto successivamente
e comunque durante il primo anno di vita, è l’esame dei potenziali uditivi (ABR). Nel caso di una diagnosi precoce di ipoacusia, i genitori possono immediatamente
avvalersi di personale specializzato (logopedista e audioprotesista) in grado
di offrire le indicazioni migliori per la stimolazione necessaria a potenziare
le abilità comunicative.
L'apprendimento del bambino sordo avviene attraverso la vista, che sostituisce
l’udito e con adeguate scelte metodologiche: lettura labiale e/o Lingua dei Segni
(LIS). Al di fuori di qualsiasi lesione specifica, legata ad una particolare eziologia,
lo sviluppo intellettivo del bambino sordo mostra un’intelligenza pratica vicino alla norma. Tuttavia,
dalla valutazione delle capacità intellettive con prove non verbali e con test
concepiti in maniera adatta, si evince un deficit nell’ambito dell’astrazione
e del pensiero formale. Alcune difficoltà si presentano, inoltre, nelle prove
di memoria visiva e di orientamento temporo-spaziale. Di fatto, la deprivazione
uditiva non può essere rimpiazzata dall’insieme delle informazioni provenienti
dalla vista. Tuttavia, questo tipo di ritardo tende a colmarsi con l’età, fino
a scomparire del tutto a partire dai 15-16 anni.
La profondità della sordità, così come il suo esordio precoce, comporta molto
spesso difficoltà emotive, alle quali genitori ed educatori devono porre attenzione. La consapevolezza
di non essere in grado di utilizzare la comunicazione verbale al pari di fratelli
e amici può originare un senso di esclusione nel bambino sordo. Il sordo ha una
percezione del proprio corpo come imperfetto e malato da cui deriva una profonda
ferita narcisistica che può manifestarsi con rumorosità, mancanza di disciplina
ed emotività assai labile. La disfunzione, inoltre, accresce il legame di dipendenza
e di protezione tra il bambino e i genitori o, comunque, gli adulti di riferimento.
Le conseguenze da un punto di vista psicologico sono le difficoltà a relazionarsi
con i coetanei, a comprendere e a condividere i sentimenti degli altri. Il comportamento
è infatti piuttosto egocentrico o comunque ripiegato su sé stesso. Nei casi in
cui la sordità non è troppo grave, il bambino in grado di parlare e di udire è
maggiormente inserito nel contesto relazionale, anche se non sarà comunque capace
di conoscere completamente gli stati emotivi degli altri, essendo inadeguato a
riconoscere le inflessioni della voce o i giochi di parole.
La sordità, che insorge in un’età più tardiva, comporta un importante vissuto
depressivo, con la necessaria conseguenza di dover elaborare il lutto per la grave
perdita subita. Di fatto, in queste situazioni, il soggetto sperimenta uno stato
regressivo, di sofferenza ma soprattutto un deterioramento dello schema corporeo.
In ogni caso, la stragrande maggioranza degli studi è d’accordo nel riconoscere
l’estrema importanza delle reazioni dell’ambiente esterno per l’equilibrio psicofisico
del soggetto sordo. In un’ottica biopsicosociale, appunto, devono essere considerate
al primo posto la salute e le potenzialità dell’individuo, mentre la sua disabilità
solo in relazione ai limiti che essa pone nei confronti delle normali attività
del soggetto. La finalità non è, infatti, una diagnosi ghettizzante ma lo spunto
per individuare le esigenze del particolare deficit uditivo e superare, per quanto
possibile, i limiti delle restrizioni alla partecipazione sociale. Si tratta in
altri termini di offrire al sordo una migliore qualità della vita attraverso adeguati
servizi di telecomunicazione (Dts e Videotelefonino), di informazione (spazi televisivi
mediante la Lingua dei Segni, interprete, sottotitolazione), di mobilità (segnali
luminosi per emergenze), di istruzione e formazione e di lavoro. Nello specifico
il Dts o Dispositivo Telefonico per Sordi è un telefono alternativo alla vocalità, poiché dotato di una tastiera con la
quale si può scrivere un messaggio a un altro utente munito del medesimo apparecchio.
Il videotelefono permette di vedere la persona contattata telefonicamente mediante una telecamera
e un computer e di interagire mediante la lettura labiale e/o la LIS. Inoltre,
non va dimenticato l’impiego massiccio delle moderne tecnologie con i loro relativi
servizi che vanno dal telefonino con gli sms a internet con le email e le chat.
Esse hanno permesso un’integrazione “naturale” del soggetto con problemi uditivi
nell’ambiente circostante.
Un discorso a parte merita la LIS o Lingua dei Segni Italiana. Si tratta di una vera e propria lingua con caratteristiche grammaticali proprie.
Così, se a uno sguardo profano la comunicazione LIS può apparire un semplice gesticolare,
solo la grande attenzione visiva del debole di udito percepirà una corrispondenza
precisa di significati nei segni prodotti da una o entrambe le mani del suo interlocutore.
Per approfondimenti:
- Ambrosetti U., Del sordomutismo, in Parliamone, anno 1996 n.8, Milano
- Arluno G. e Schindler O., Il bambino sordo nella scuola di tutti, Omega, Torino 1982
- Ardito B., Giochi di segni e parole, Franco Angeli, Milano 1998
- Bouvet D., La parola al bambino sordo, Masson, Milano 1986
- Greco A., Zatelli S., Dalla solitudine alla comunicazione. Psicologia dell’audioleso nell’età evolutiva, Omega, Torino 1996 - Volterra V., Linguaggio e sordità, La Nuova Italia, Firenze 1994
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