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L’IPNOSI CLINICA

A cura della Dott.ssa Emanuela Boldrin

Storia dell’ipnosi

L’ipnosi è nota sin dai tempi dell’antichità. I sacerdoti dell’antica Grecia e dell’Egitto la usavano per fini religiosi, rafforzando la loro autorità con “miracoli” e guarigioni. Gli antichi indù, fachiri e gli sciamani dell’Africa centrale riuscivano ad autoipnotizzarsi contemplando la punta del naso o del proprio ombelico. In questo stato perdevano la sensibilità al dolore o al calore e potevano essere punti o cauterizzati.
Nel 1700 il medico svizzero Franz Anton Messner partendo dallo studio dei testi di Paracelso, cominciò ad usare l’ipnosi in seguito alla scoperta che alcuni pazienti selezionati rispondevano in maniera soddisfacente a leggeri colpi sulle braccia e sulle parti sofferenti ed a suggestioni di sonno. Attribuì tali risultati al trasferimento sui pazienti di una qualità di “magnetismo minerale ed animale”, elaborando la teoria che in ogni sostanza fosse presente un fluido con proprietà risanatrici e di modificazione dei corpi. Se il fluido non circolava bene, quindi, l’uomo si poteva ammalare. La terapia ipnotica di Mesner si avvaleva di magneti/calamite che venivano posizionati su diverse parti del corpo e ristabilivano il fluido originario.
La comprensione psicologica del fenomeno iniziò nel 1841 con James Braid che dapprima la avversò ma poi ne divenne il più ardente fautore. Fu lui che inventò il termine Ipnotismo e che cercò di stabilirne una validità scientifica.
Nel 1800, il neurologo Charcot, docente alla scuola della Salpetriere, formulò la teoria sulla genesi dell’ipnosi fondata su una concezione energetica, la considerava come uno stato nevrotico prodotto sperimentalmente o patologico inducibile nelle persone isteriche. Agendo sia manualmente su alcune zone cutanee (testa, ovaie) sia sull’immaginazione (con soffi d’aria sul volto o fissazione di una fiamma) era possibile riprodurre degli stati isterici con immobilità, chiusura delle palpebre ed insensibilità completa.
Anche Freud utilizzò l’ipnosi prima di mettere a punto la psicoanalisi; egli aveva intuito che si trattava di una valida forma di suggestione, ma poi la abbandonò considerandola troppo direttiva. L’evoluzione dell’ipnosi verso la forma in cui è oggi praticata clinicamente, la si deve al medico e psichiatra M. Erickson (soprannominato Mr. Hypnosis) che utilizzò l’ipnosi in modo creativo fino alla sua morte nel 1980. Egli si avvaleva di una serie di rituali standard, basati su un particolare stile comunicativo; osservava i minimi cenni del corpo, adattando ad essi le proprie suggestioni, utilizzava l’individualità del paziente, la sua unicità. Era capace di indurre una trance partendo da racconti, ricordi, episodi della sua vita o fatti inconsueti che sembravano non essere collegati per nulla al problema del paziente, che poi veniva congedato senza ricordare nulla di quanto accaduto. Scopo della sua ipnosi era quella di accedere al potenziale inconscio ed alla capacità naturale di apprendere del soggetto.
Nel 1957 in Italia fu praticato il primo intervento di appendicectomia con l’ipnosi e ciò contribuì ad una analisi più scientifica di questo strumento e dei suoi campi di applicazione.

Che cos’e l’ipnosi?

Ci sono varie definizioni associate all’ipnosi. IPNOSI etimologicamente significa “sonno”. Tuttavia essa non può essere definita come tale ma, in generale, come una modalità di funzionamento del sistema nervoso, uno “stato alterato di coscienza”, diverso sia dal sonno naturale che dalla veglia, che in seguito a stimoli precisi attiva un processo mentale ed un coinvolgimento del corpo. L’ipnosi è anche una tecnica terapeutica che conduce il soggetto da una condizione di “sonnolenza” ad una di “sonno apparente”, con integrità di coscienza fino ad una condizione di “sonno profondo”. A livello neuropsicologico l’ipnosi si pone così all’interno del continuum dei livelli di vigilanza dell’individuo, in cui l’eccitazione e l’inibizione della corteccia cerebrale, cioè dell’attività nervosa superiore, crescono in modo diverso. Il processo ipnotico si distingue da quello della veglia, del sonno e della fase REM (sogno), proprio perché a determinarlo intervengono strutture cerebrali diverse da quelle degli altri tre processi, e con modalità differenti. L’ipnosi può essere classificata sia secondo un criterio quantitativo (di profondità del sonno ipnotico) sia secondo un criterio qualitativo: si hanno allora lo stato di ipnosi letargico, catalettico e sonnambulico.
- Nella fase letargica il soggetto sprofonda in uno stato stuporoso con la tendenza a non reagire a forti stimolazioni esterne come rumori o a sollecitazioni del corpo.
- La fase catalettica è quella nella quale si induce ad un irrigidimento della muscolatura che permette di mantenere le posizioni suggerite per molto tempo. Ad esempio la mano del soggetto, sollevata dall’ipnotista, resta nella posizione in cui è stata posta senza che il soggetto non dia alcun segno di stanchezza, sino a quando il terapeuta non gliela abbassi o gli ordini di abbassarla.
- Nella fase sonnambulica invece la persona può muoversi, camminare, reagire alle sollecitazioni del terapeuta e sembrare sveglio. È solo in questo stadio che è possibile indurre fenomeni di automatismo come ad esempio il grattarsi.

Cosa non è l’ipnosi?

Si dimentichi la classica frase “A me gli occhi!”. L’ipnosi non può essere indotta da uno sguardo magnetico o da un fluido emesso dall’ipnotista. L’ipnosi non è una cura ma un insieme di strumenti che possono essere usati per alterare lo stato di coscienza di una persona. L’ipnosi non è una pratica “spettacolare”.

Come agisce sul cervello?

L’ipnosi abbassa temporaneamente lo stato di coscienza dell’emisfero sinistro e “parla” direttamente a quello destro. Inoltre crea un ponte tra mente e corpo attraverso l’azione dell’ipotalamo che si trova nel sistema limbico. Nell’emisfero sinistro, quello dominante, è collocata la parte conscia e razionale della mente, in quello di destra la parte inconscia e irrazionale basata sul piacere, la fantasia e le emozioni.
L’ipotalamo, sotto l’effetto dei suggerimenti dati in ipnosi, converte gli impulsi nervosi della mente in messaggi ormonali tramite la ghiandola ipofisi. I messaggi ormonali modificano la reazione dell’organismo agendo anche sulle difese immunitarie.

Ci sono soggetti predisposti o non adatti all’ipnosi?

Molti fenomeni ipnotici sfuggono ad un’analisi rigorosa perché non si può studiare l’ipnosi se non si tiene conto del soggetto in quanto realtà concreta e unica nel suo insieme. Per “entrare” nel profondo di una persona, quindi, è necessario disporre di quante più informazioni è possibile, oltre a rispettare la sua individualità e la disponibilità al trattamento.
Certamente esiste una maggiore o minore suscettibilità a sviluppare ipnosi. Sono importanti, in questo senso, i fattori legati all’ambiente in cui la si attiva, la personalità del paziente e quella dell’ipnotizzatore. Nell’ambito di questa forma di approccio un ruolo importante sono le aspettative reali e implicite di entrambi i soggetti (terapeuta-paziente) e dal grado di empatia che si stabilisce tra i due.
Per quanto riguarda il paziente, vanno considerate le capacità che Hilgard chiama di “involvement” cioè di partecipazione totale, intensa di tutta la persona a particolari esperienze (musica, lettura, arte) motivazioni, aspettative. Tra quelli riferibili all’ipnotista ci sono la capacità di comprendere i bisogni del soggetto, essere sicuri, chiari e semplici, sentirsi parte dell’altro entro certi limiti. In alcune situazioni, ad esempio, quando l’unica motivazione è eliminare il dolore, ci sono maggiori probabilità di successo, sempre che si usi l’induzione adatta.

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L’ipnosi fa male?

L’ipnosi è di per se innocua. Tuttavia vi sono situazioni in cui non va usata, così come altre in cui può essere impiegata evitando però l’applicazione di certe tecniche e adottando un’adeguata condotta.
Essa è generalmente controindicata in presenza, nell’individuo, di problematiche psicologiche profonde ovvero quando l’Io è debole o sono presenti forti conflitti inconsci. In questo caso, l’ipnosi potrebbe arrivare ad aggravare lo stato psicopatologico. Dal momento che è una tecnica che dissocia i due emisferi cerebrali, essa è controindicata a coloro che soffrono di disturbi psichiatrici. Da evitare è pure il suo utilizzo per l’eliminazione di sintomi somatici, espressione di meccanismi di difesa e di compensazione, quali certe diarree e ipertensioni; infine è sconsigliabile l’induzione di conflitti e di regressioni di età in pazienti ipertesi, ipertiroidei, cardiopatici di una certa gravità in cui le emozioni violente possono avere gravi ripercussioni.
Seppure le controindicazioni non siano molte, è comunque necessaria un’adeguata informazione sia da parte di chi viene indotto all’ipnosi sia da parte di chi la induce.

Si può indurre lo stato di ipnosi sugli anziani e sui bambini?

Fino a pochi anni fa, si credeva che gli anziani fossero refrattari all’ipnosi, a causa della maggiore rigidità della loro corteccia cerebrale.
L’esperienza clinica ha invece dimostrato che si ottengono buoni risultati, soprattutto nel voler restituire sensazioni di vitalità e di entusiasmo. Per quanto riguarda i bambini, la disponibilità all’ipnosi è molto elevata nei bambini dai 6 a 8 anni di età, raggiunge il massimo verso i 10 per poi diminuire gradualmente fino ai 14 anni, quando acquisisce stabilità. Per l’ipnosi con i bambini si può facilmente sfruttare il linguaggio simbolico delle favole; in pediatria viene utilizzata l’ipnosi soprattutto per le dermatiti e per i problemi respiratori.

Cosa succede in una seduta di ipnosi?

Durante una seduta di ipnosi viene inibita la relazione dell’individuo col mondo esterno e con la motilità, cioè l’attività muscolo-scheletrica controllata dall’Io. In queste condizioni il soggetto vive il rapporto col proprio corpo in modo diverso dall’esperienza quotidiana in funzione della limitata partecipazione dell’Io.

È possibile l’autoipnosi?

Si. Con un allenamento, la pratica corretta, con motivazione e serio coinvolgimento nel processo si può dirigere la volontà e cooperare nel processo, producendo uno spontaneo rilassamento.

Cos’è la trance?

La trance è una condizione di attenzione responsiva, una dissociazione dell’Io che, a seconda delle peculiarità del soggetto, può sfociare in una forma di meditazione profonda, in una creazione artistica o in uno stato di sonnambulismo con conseguente amnesia di quello che è avvenuto. Per far scattare la “trance” vengono usate generalmente immagini, metafore e suggestioni verbali.

TAPPE DI UN PROCESSO IPNOTICO

Induzione Il passaggio dallo stato di coscienza “normale” a quello “modificato” secondo un livello definito ipnotico, si può ottenere con vari modi e tecniche. Generalmente vengono evocate, da parte dell’ipnotista, emozioni, sensazioni, visualizzazioni, associazioni mentali nelle quali siano presenti elementi simbolici (fuoco, acqua ecc.). Attraverso tali evocazioni, si creerà una certa intimità tra terapeuta e paziente, presupposto indispensabile per il successo dell’ipnosi. Attraverso il rilassamento ipnotico, le visualizzazioni ed altri processi ancora, il soggetto vive nuove modalità espressive e di comunicazione, catarsi, diversi modi di rapportarsi col corpo ecc.
L’induzione può venire svolta attraverso le parole o con gli oggetti. I percorsi avvengono gradualmente ed interessano nell’ordine il sistema uditivo, quello ottico ed infine quello muscolare. In alcuni casi il terapeuta può sfiorare il soggetto con la mano andando a stimolare anche i recettori cutanei.
Una modalità spesso utilizzabile per l’ipnosi è quella denominata distensione immaginativa e si esplica in 3 fasi:

  • Contrazione-distensione: il soggetto viene addestrato ad apprendere la differenza tra tensione (legata alla contrazione muscolare) e rilassamento (assenza di attività muscolare).
  • Contrazione-distensione visualizzata: il soggetto impara a rappresentarsi visivamente senza fare alcun esercizio di contrazione-distensione imparato nella fase precedente.
  • Inventario corporeo: il soggetto deve orientare la sua mente sulle varie parti del proprio corpo, sperimentando le possibilità immaginative correlate a questa esplorazione.

L’opinione più diffusa è che in una seduta di ipnosi, la persona ipnotizzata e messa in trance possa uscire da tale stato solo a seguito di un comando dell’ipnotista. In parte può essere così, ma bisogna considerare che la volontà del soggetto rimane sempre a galla, per cui senza il consenso del paziente il processo ipnotico risulta vano e non fa raggiungere concretamente gli obiettivi. La chiarezza di obiettivi, la condivisione di intenti e di contesto ottimale sono i presupposti fondamentali nella riuscita delle induzioni ipnotiche.

IMPIEGHI DELL’IPNOSI

L’ipnosi si è rivelata molto utile in ostetricia, anestesiologia, chirurgia ed odontoiatria con finalità diverse.

  • Ipnosi e ostetricia In ostetricia l’ipnosi può rappresentare un valido aiuto sia nel periodo della gestazione che al momento della nascita, eventi che possono essere vissuti con grande calma, serenità, fiducia in sé stesse, se si è riusciti a stabilire il giusto equilibrio psicosomatico, a facilitare lo scarico delle pulsioni aggressive e potenziare le motivazioni attraverso una condotta attiva e cosciente. L’ipnosi può inoltre consentire di vincere i disturbi legati alla gestazione quali nausea, vomito, ansia, insonnia e la componente “dolore” legata al parto.
  • Ipnosi e anestesiologia L’ipnosi può, in certi soggetti particolarmente recettivi, sostituire del tutto l’anestesia farmacologica, quando essa sia controindicata, o venire associata a dosi minori di anestetico non solo in interventi di piccola chirurgia ma addirittura in tagli cesarei, nonché in isterectomie o in altri interventi. Nel dolore le componenti psicologica e relazionale spesso prevalgono; in ipnosi si possono utilizzare tali componenti come informazioni per indurre rilassamenti e visualizzazioni. Una nuova tecnica usata è quella della progressiva diminuzione della mappa cerebrale, imparando a renderla progressivamente sfocata e poi inattiva nel trasmettere il dolore.
  • Ipnosi e chirurgia In chirurgia l’ipnosi dovrebbe permettere di affrontare con maggior sicurezza e minor ansia l’intervento, di ridurre la fatica cardiorespiratoria, epatica e renale, di attenuare o abolire rapidamente sintomi postoperatori quali tosse, vomito, ritenzione urinaria e di accorciare il periodo postoperatorio.
  • Ipnosi e odontoiatria Il campo di lavoro dell’odontoiatra è la bocca: una miniera di sensazioni, impulsi, emozioni e sentimenti. Sono frequenti le sensazioni d’ansia nel recarsi dal dentista; ecco allora l’importanza di aiutare il paziente ad affrontare ciò che lo preoccupa spostando l’attenzione da un piano percettivo ad un altro, cioè dal piano cinestetico a quello uditivo. In odontoiatria, tramite l’ipnosi, si può eliminare il vomito, si può ottenere l’immobilità della lingua e delle guance, si può ridurre la secrezione salivare, facilitare la presa di impronte e di radiografie oltre che ridurre l’ansia e la paura anche nei bambini.

L’ipnosi viene presa in considerazione inoltre nei disordini dell’alimentazione, nel controllo del fumo e nei disturbi legati all’impotenza ed alla frigidità.

Riferimenti bibliografici:

  • Crasilneck Harold B., Hall - J. A., Ipnosi clinica, Astrolabio
  • Erickson H. Milton, Opere vol.I La natura dell’ipnosi e della suggestione, Astrolabio
  • Erickson H. Milton, Opere vol.III L’indagine ipnotica deiprocessi psicodinamici, Astrolabio
  • Gualtieri G. a cura di, Il linguaggio del corpo in ipnosi, Edizioni postuniversitarie
  • Acta Hypnologica, rivista dell’Istituto Italiano Studi di Ipnosi clinica e psicoterapia “H. Bernheim”
  • Kline M.V., Freud e l’ipnosi, Piccin
  • Bandler R., Grinder J., Ipnosi e trasformazione, Astrolabio

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