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PSICOLOGIA E DANZA

A cura della Dott.ssa Monica Barassi,
Psicologia in Movimento

Da sempre, fin dalle popolazioni primitive, l’essere umano ha sentito il bisogno di esprimere le proprie emozioni, i propri vissuti i propri sentimenti attraverso i movimenti ritmici della danza. Per comprendere il significato psicologico della danza per l’uomo, quindi, bisogna risalire alle culture più arcaiche.

Lo studioso Neumann, psicanalista di stampo junghiano, rintraccia nelle comunità umane primordiali la presenza della danza con il significato di compimento di riti ancestrali. Compiere un rito significava, in origine, danzare. La danza è l’azione in cui, tramite il coinvolgimento dinamico del corpo, il singolo individuo trascende il suo Sé corporeo, per fondersi con il suo Sé spirituale e con il Sé spirituale del gruppo. Ballare al suono dei ritmi tribali permetteva così ai gruppi di uomini primitivi di sintonizzarsi con la propria dimensione spirituale e di entrare in contatto con la rivelazione dell’Assoluto.

Che la danza sia da sempre una componente essenziale della vita umana, né è testimonianza il fatto che, in tutte le epoche e latitudini geografiche, ha accompagnato i momenti di maggior rilevanza della vita personale e sociale degli individui. Oltre a dare corpo nelle cerimonie religiose, al contatto con il divino ha celebrato le nascite, le morti, i matrimoni, il raccolto e il cambio delle stagioni. La danza è stata così il veicolo degli stati d’animo più diversi, come l’esaltazione per la vittoria in guerra o l’innamoramento e nelle cerimonie funebri ha dato corpo al dolore e al lutto.

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Non si può dire, però, che il danzare sia appannaggio della sola specie umana, dato che i movimenti ritmici, le marce, gli scambi di posizione di uno o più individui sono presenti anche nel mondo animale, ad esempio quando si contendono il territorio, lottano per la supremazia o invitano una femmina all’accoppiamento. Quel che però caratterizza la danza nell’uomo sono i suoi profondi significati psicologici. Questi significati, come tutte le manifestazioni del pensiero e dell’affettività, hanno una sorta di atemporalità e universalità, nelle finalità e nelle forme espressive ma, al tempo stesso, subiscono le influenze delle epoche storiche e delle particolari culture in cui si costituiscono.

Come si è evoluto, storicamente il significato psicologico della danza nelle società, dall’antichità fino ad oggi?
Gli antichi Egizi univano nella parola “hby” il significato di “danza” a quello di “essere lieto” e i Greci facevano derivare la parola “chòros” (“danza”), da “chòra” (“gioia”). Danza, poesia e armonia erano interdipendenti e gli stessi Greci, in base a questi presupposti, svilupparono un lessico di gestualità e movimenti, la “cheironomia” (“cerimonia”), in cui i passi ballati, i versi e il suono formavano un tutt’uno, detto “mousikè”, l’arte delle Muse.
In molte danze, come nell’antica danza femminile ebraica “mahol” (dalla radice verbale indicante il turbinare del vento), nella danza dei Dervisci, nella medioevale “ridda”, nella quattrocentesca “volta” (antesignana del successivo “valzer”), o in numerose danze di popoli primitivi, questo elemento di esaltazione e di ebbrezza viene espresso da un elemento costante, ovvero dal movimento rotatorio. Questo schema motorio sembra chiamare, sul piano simbolico-culturale, il movimento circolare degli astri e l’ispirazione al contatto con il divino, mentre quello individuale-soggettivo rappresenta, probabilmente, il bisogno di centralità psicologica ed il desiderio di perfezione sociale. Questa forte componente vitalistica della danza venne tenacemente contrastata, a partire dall’epoca medioevale, soprattutto dalla Chiesa Cattolica, anche con editti e scomuniche. Evidentemente con esiti non definitivi, sia perché è praticamente impossibile impedire questa così profonda espressione umana, sia perché, nelle stesse cerimonie liturgiche, la danza rituale era parte e forma di ringraziamento e celebrazione. Presso le corti rinascimentali dei signori e dei nobili la danza, che era stata per lo più espressione popolare, spontanea e rurale, diventa arte codificata, con tanto di manuali e maestri ufficiali ed entra a far parte, in forma di “gagliarde”, “sarabande”, “carole”, della vita sociale e politica delle classi dominanti.
Più tardi, attraverso le festose cerimonie settecentesce, con i vari “minuetti”, “gavotte”, “contraddanze”, si potranno seguire prima l’ascesa e poi la caduta della nobiltà, a seguito della Rivoluzione francese e la dominanza napoleonica.
Alle soglie dell’era moderna, il congresso di Vienna del 1815 segna la spartizione dell’Europa tra le grandi potenze per tutto il XIX secolo, ma anche l’inizio dell’evoluzione industriale e borghese. Nel corso dell’Ottocento, “il gran secolo del ballo”, la danza non è più scissa tra formalizzazione estetica delle classi abbienti e colte da un lato, ed esplosione-vitalistico consolatoria delle classi contadine-popolari dall’altro, ma diviene una modalità di comunicazione più omogenea e diffusa. Il ballo è, per antonomasia, ballo di coppia e diventa, quindi, veicolo di messaggi emotivi ed affettivi e soprattutto, strumento di seduzione.

Come attività psicomotoria complessa, raffinato rituale sociale ed elaborata espressione estetica, valenza di rapporto uomo-donna, si possono riscontrare tali prerogative presso le cosiddette “danze da sala”, o “ballroom dance”. Questo, secondo la codifica delle federazioni nazionali italiane ed internazionali, si articola in due categorie fondamentali, che rimandano ad origini storiche, riti, regole, ritmi musicali e modalità espressive diverse: i balli che possiamo chiamare “tradizionali” e i balli “latino-americani”. Tra i primi vi sono il valzer viennese, il valzer lento (o valzer inglese), il tango, la mazurca, la polka, il fox-trot, il quick-step, lo slow-fox-trot. Tra i secondi si annoverano, invece, la rumba, il cha-cha-cha, il samba, il jive, il paso-doble e anche il rock and roll. Da qualche anno si è aggiunta anche la categoria delle danze cosiddette caraibiche: salsa, merengue, mambo. Simili alle latino-americane (assieme alle quali formano la più ampia categoria delle danze afro-cubane, per le comuni origini storico-culturali), si distinguono per i ritmi un po’ più scanditi. Oggi, come un tempo, nella danza da sala si ritrovano molteplici significati soggettivi e complesse dinamiche interpersonali. Sono proprio questi significati e queste dinamiche a rendere il ballo così divertente, attraente e formativo sia dal punto di vista fisico che psicologico. Ballare dal punto di vista fisico va ad aumentare la tonicità del corpo, la capacità cardiaca e polmonare etc.

Dal punto di vista psicologico, il ballo concorre a strutturare la personalità individuale in modo più consapevole e spontaneo e stimola a potenziare le capacità di socializzazione con gli altri nonché, infine, facilità il rapportarsi in modo naturale agli individui dell’altro sesso. Questi processi rimandano tutti ad un’esperienza particolare, quella di sentire il proprio corpo muoversi ad un ritmo musicale preciso ed in sintonia con il corpo di un’altra persona.
Proviamo ad osservare le diverse caratteristiche psicologiche e sociali di diversi tipi di danze. Prendendo, ad esempio, il valzer, il quale costituisce la prima danza ufficiale, rito musicale per eccellenza della società borghese in cui la coppia balla chiusa e quindi consente il nascere e l’esprimersi di un amore di tipo sentimentale e romantico, un’espressione delle emozioni e anche una posizione di subalternità della donna rispetto all’uomo. Nel valzer è l’uomo che guida, guardando avanti, decidendo le direzioni, le figure, le improvvisazioni. La donna ha uno scarso controllo visivo-motorio sull’esecuzione, poiché va all’indietro, deve seguire le indicazioni che l’uomo le trasmette col corpo, cui lei deve aderire completamente. Il valzer rappresenta l’espressione di quella che era la condizione della donna nella società dell’Ottocento, ed anche in parte del Novecento: mancanza di autodeterminazione e dipendenza. Un discorso a sé meriterebbe invece, il tango, specie nella sua versione originaria argentina, non solo per le sue origini storico-sociali (un mix originale di danze popolari locali e movimenti e ritmi europei nato inizialmente nei quartieri poveri ad opera di immigrati europei e campesinos argentini), ma anche soprattutto per l’aura di sensualità e audacia che lo ha reso da sempre oggetto al contempo di desiderio e riprovazione. Sostanzialmente, nel tango, attraverso complesse e affascinanti figure, entra in scena la narrazione dell’amore passionale fra un uomo dominante, che nella danza “comanda-segnala” alla donna l’esecuzione di precisi passi di ballo. Ma, al tempo stesso, durante il tango, la donna irretisce l’uomo in un sottile gioco di seduzione ed è capace indirettamente di gestire il rapporto con il ballerino. La ballerina esperta pur apparentemente facendosi guidare dall’uomo in realtà lo induce a ballare con lei nel modo più desiderato (il mantenere l’abbraccio chiuso in modo “milonguero” o aperto in modo “salon”, il ritmo da seguire etc).

Ancora diverse sono le danze afro-cubane. Pur esprimendo anch’esse il potere decisionale maschile (è sempre l’uomo che dà le indicazioni e manovra la partner), consentono, però, una maggiore autonomia e visibilità alla donna. La donna, ballando per lo più staccata dal corpo dell’uomo, che funge da perno ed eseguendo figure molto spettacolari ha uno spazio di espressione molto maggiore, spazio solitamente utilizzato in chiave erotica. Come avviene nella ramba-beguine, detta proprio danza dell’amore, in cui viene raccontato un vero e proprio corteggiamento. Sono, infatti, balli nati in seguito alle deportazioni di schiavi del XVI e XVII secolo, soprattutto nelle Antille, caratterizzati da un minor formalismo e una maggiore spontaneità rispetto alla vecchia Europa o ai nascenti Stati Uniti d’America.

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