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PSICOLOGIA E LETTERATURA

A cura di Katia Carlini,
Presidente di Psicologia in Movimento

È merito di Dostoevskij se la letteratura europea diventa un campo psichico in cui domina la dimensione interiore. A differenza della narrativa oggettiva, con lo scrittore russo si assiste a un capovolgimento di scena a piacimento dell’inconscio. Si tratta di un nuovo modo di raccontarsi, visto che l’Io decide attivamente di sognare e di mettersi in contatto con il suo “sottosuolo” piuttosto che limitarsi a descrivere ciò che lo circonda. Del resto non è semplice permettersi di fare esperienza del proprio “sé”, poiché è doloroso e faticoso, tanto che il più delle volte ci si lascia trasportare dai 'canti delle sirene' del mondo fenomenico che per Omero devierebbe dal vero compito: la realizzazione del sé stesso. Il confronto con l’interiorità, spesso è dovuto ad un evento traumatico, da una crisi al punto che il periodo di introversione che ne consegue è percepito dal sociale come una malattia. Ed è proprio così che esordisce Dostoevskij nella sua opera più compiuta sotto il profilo dell’introspezione psicologica. “Sono un malato” dice “l’uomo del sottosuolo” nelle sue memorie.

Anche Herman Hesse nel suo celebre romanzo “Il lupo della steppa” compie un’approfondita indagine interiore in cui emerge un uomo che lotta tra i suoi opposti, tra i sentimenti più contrastanti. Ed è proprio il penoso confronto con la propria “Ombra” che porterebbe, secondo Jung, all’accettazione della essenziale duplicità che risiede in tutte le persone. Non si dimentichi, del resto, come questo sia il periodo in cui non solo sorge la psicoanalisi di Freud ma anche il relativismo di Einstein e la scoperta del tempo interiore di Bergson. È normale, allora, come alla luce di tale mutato panorama ideologico la letteratura non possa più fare riferimento a trame strutturate e a visioni univoche, tanto che il tempo e lo spazio del racconto diventano il tempo e lo spazio della coscienza e i temi sono quelli dell’esperienza, della scoperta di un “Io” più profondo che si rivela secondo piccoli “insight” come succede nei “momenti dell’essere” di Virginia Woolf o con le “intermittenze” di Marcel Proust. Così, in "La ricerca del tempo perduto”, Proust sottolinea la differenza tra memoria volontaria e memoria involontaria (attraverso il sapore delle 'madeleine' riaffiorano ricordi lontani, risalenti all’infanzia) e come quest’ultima emerge sull’onda di atti quotidiani ma soprattutto è in grado di produrre emozioni positive o negative tali da mutare lo stato d’animo. Ancora la memoria è la componente fondamentale di tutti i romanzi della Woolf, quale tempio che nasconde i segreti e il senso stesso dell’esistenza come, del resto, aveva già messo in auge Freud che, con le sue teorie, dimostrava che gran parte dei ricordi rimangono, per così dire, immagazzinati nella memoria per uscirne a volte in maniera imprevista, sollecitati da sogni, parole, immagini e libere associazioni.

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Letteratura italiana
La psicoanalisi entra come protagonista nella letteratura italiana soprattutto nell’opera più importante di Svevo. Nonostante, infatti, l’autore non aveva fiducia nella psicoanalisi, la utilizzò per sondare il labirinto della psiche umana nella “Coscienza di Zeno”. Lo stesso Svevo era convinto, mettendo a nudo gli aspetti più incomprensibili dell’agire di Zeno e utilizzando la teoria dell’inconscio, di aver scritto un romanzo psicoanalitico. Svevo imperniò la sua opera di temi freudiani come: l’interpretazione dei sogni, la rimozione, il complesso di Edipo (Zeno odia il padre ma allo stesso tempo ne ha paura) e il meccanismo dell’atto mancato (Zeno non partecipa al funerale del cognato perché sbaglia corteo funebre). Ma soprattutto Svevo seguì l’evoluzione psicologica del protagonista che si racconta senza un preciso ordine cronologico e con il suo punto di vista non sempre onesto, come fa notare il dottor S. che denuncia le tante bugie presenti nelle memorie del suo paziente. Un flusso di coscienza, per certi versi simile, era stato già proposto da Joyce che nel 1922 pubblicò l’”Ulisse”. Joyce, nella sua opera, supera infatti il già conosciuto monologo interiore poiché propone un pensiero di tipo immediato e profondo tanto da essere privo di nessi logici. Una sorta di libere associazioni che si dispiegano, come l’inconscio, in modo disordinato e caotico. Ecco allora che l’inquietudine del presente può far rivivere il ricordo di situazioni analoghe vissute in passato o, ancora, come sono assenti censura e razionalità, tanto che la coscienza straripa in tutta la sua autenticità e nel suo fluire. Un discorso a parte merita, inoltre, il lavoro di Pirandello che contrasta l’unitarietà psicologica dell’individuo. Influenzato dagli studi di Binet, l’autore nelle sue opere (“Uno, nessuno e centomila”, “Il fu Mattia Pascal”, ecc) non considera più la coscienza umana come un’essenza salda e fissa, ma come un complesso di molteplici e contraddittorie personalità in lotta tra loro. Altro aspetto da non trascurare nell’opera “psicologica” pirandelliana è il tema della follia. È probabile che tale tema fu suggerito all’autore dalla malattia che colpì la moglie subito dopo un disastro finanziario che danneggiò la sua famiglia. E se dapprima Antonietta Portulano manifestò una “semplice” paralisi isterica, in un momento successivo la moglie dello scrittore presentò una malattia mentale che la afflisse per il resto della vita. Così, nell’"Enrico IV" la follia è vista ora come un pericolo che mina la debole struttura psichica dell’uomo, ora come soluzione di ogni conflitto, condizione di vera autenticità in cui l’uomo è finalmente spoglio di tutte le maschere.

Il tema del viaggio quale itinerario psicologico nella letteratura

Il viaggio è sempre stato metafora del cambiamento interiore. Per esempio, per Propp, la fiaba non è altro che la descrizione delle travagliate vicende del protagonista il quale, in virtù delle prove e delle difficoltà che deve affrontare, si ritrova alla fine a un livello più alto rispetto a quello da cui era partito. L’eroe, dunque, è chiamato a fare un cammino che parte da livelli elementari fino a raggiungere la vetta della “conoscenza”. Tale viaggio - secondo Hegel, e così come Propp fa notare – si articola in triadi dialettiche, in cui l’eroe è tale sin dall’inizio della fiaba, ma in senso pieno lo è solo alla fine, quando riuscirà a riconoscersi come tale. Il viaggio della fiaba allora non è altro che la storia di come si diventa ciò che si è. Il tema del viaggio, infatti, è molto ricorrente nelle fiabe e nella letteratura in genere poiché consente al personaggio-eroe di sfidare ogni avventura per compiere il proprio destino, lungo un percorso gioioso e doloroso che ne determina la crescita interiore. Il protagonista si emancipa, così, attraverso artifici narrativi che lo porteranno a realizzare i propri obiettivi.
Di tutt’altro genere è invece il viaggio attraverso terre ignote che caratterizza la fantascienza e tutta la letteratura fantastica in genere. Per Le Guin, infatti, “gli eventi di quel viaggio nell’inconscio non si possono descrivere con il linguaggio della vita quotidiana e razionale: solo il linguaggio simbolico della psiche più profonda gli si adatterà senza renderli insignificanti”. L’etimologia del termine fantastico, del resto, rimanda a ciò che è reso visibile, o visionario o irreale poiché indica l’irrompere di qualcosa di diverso in ciò che è noto. Lo stesso Marcuse attribuisce alla “fantasia un valore di verità (che porta) … a una riconciliazione dell’individuo col tutto, del desiderio con la realizzazione, della felicità colla ragione”.
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Con il fantastico sembra allora possibile per l’artista e il suo lettore una sconvolgente esperienza dei limiti che assume tutte le caratteristiche del sogno e che, a volte, ha proprio origine nelle esperienze oniriche dello scrittore. È proprio in questo spazio del limite che la realtà è trasfigurata dalle inquietudini sotterranee dell’artista che nell’opera fantastica trova il luogo privilegiato per le paure e le angosce più segrete. È il caso di opere celebri come "Frankenstein" (Mary Shelley, 1817) o "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde" (Stevenson, 1885). Nella fattispecie la stessa Mary Shelley – la cui nascita provocò la morte della madre – racconta come la trama del suo romanzo le fu suggerita dall’inconscio: “Posai la testa sul cuscino, ma non potevo dormire, né si può dire che pensassi. La mia immaginazione spontaneamente muovendosi mi possedeva e mi guidava … L’idea mi aveva presa così profondamente, che ebbi paura e volevo scambiare i fantasmi della mia mente con le cose reali che mi circondavano … Ma non riuscivo a disfarmi dell’orrendo fantasma; mi perseguitava … Finché non mi venne l’idea che sì: avevo trovato la storia da raccontare! Ciò che terrorizzava me avrebbe terrorizzato gli altri”.

Bibliografia
- Binet A., Le alterazioni della personalità, Fioriti, 2011.
- Freud S., Introduzione alla psicoanalisi, Newton, 2010.
- Genovesi A., Bergson e Einstein. Dalla percezione della durata alla concezione del tempo, Franco Angeli, 2001
- Jung C.G., La dinamica dell’inconscio, Boringhieri, 1976.
- Le Guin U.K. Il linguaggio della notte, Editori Riuniti, 1986.
- Marcuse H., Eros e civiltà, Einaudi, 1964.
- Propp V., Morfologia della fiaba, Einaudi, 2000.
- Sambugar M., Salà G., L.I.E.M. Letteratura Italiana Europea Modulare, La Nuova Italia, 2011.

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