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PSICOLOGIA E MUSICA (1/2)

A cura di Barbara Celani, Psicologia in movimento

Fare musica
Etimologicamente il termine musica deriva dall'aggettivo greco μουσικός/mousikos con chiaro riferimento alle figure delle Muse di origine greca e latina, con un collegamento alla tecnica, anch'esso derivante dal greco τέχνη/techne. Originariamente il termine non indicava una particolare arte, bensì tutte le arti delle Muse, che erano nove e ognuna rappresentava un'arte in particolare, e si riferiva a qualcosa di perfetto ed ideale.
La musica accompagna da sempre l’esistenza umana, sicuramente da prima ancora che ne rimanesse traccia storica concreta: ogni civiltà ha sviluppato un proprio sistema musicale, o ne ha adottato uno adattandolo ai propri gusti e necessità. Mentre i primi sistemi teorici di organizzazione dei suoni risalgono probabilmente all’antica Grecia, per la comparsa di singoli “ingredienti” musicali, come la produzione volontaria di suoni da parte dell'uomo, si deve risalire al Paleolitico, epoca a cui si attribuiscono alcuni dei numerosi oggetti in osso e in pietra rinvenuti e interpretati come strumenti musicali. Osservando poi gli attuali popoli il cui stadio di sviluppo è ancora simile a quello delle culture preistoriche (ad esempio gli indios brasiliani, gli australiani aborigeni, alcune popolazioni africane), si possono formulare ipotesi sulla forma che assumeva la musica primitiva.
Si può presumere ad esempio, che le primissime forme di musica siano nate soprattutto dal ritmo: magari per imitare il battito del cuore battendo le mani o i piedi, il ritmo cadenzato dei piedi in corsa, o del galoppo; o magari alterando, per gioco e per noia, le fonazioni spontanee durante un lavoro faticoso e monotono. Per questi motivi, e anche per la relativa facilità di costruzione, è molto probabile che i primi strumenti musicali siano stati strumenti a percussione, e presumibilmente qualche variante di tamburo.

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La musica è dunque qualcosa legato a fattori innati dell’uomo e allo stesso tempo fenomeno culturale: essa è infatti presente in tutte le culture, concorre a determinare il carattere, la continuità e lo sviluppo della cultura di cui fa parte ed è in grado di unirsi a qualsiasi attività, occasione, rapporto, istituzione, gruppo, bisogno, aspirazione e situazione.
Tra i fattori che rendono la musica così naturale per l’uomo c’è probabilmente anche il parallelo tra essa e il linguaggio, altro aspetto universale. Si può affermare che musica e linguaggio siano entrambi dei sistemi di comunicazione: tra gli aspetti comuni vi sono l’utilizzo del canale uditivo-vocale e della scrittura, la possibilità di produrre infiniti suoni/frasi ed entrambi posseggono una fonologia, una sintassi e una semantica.

Tra gli studi che hanno osservato le componenti cognitive e il peso della semantica nella musica e nella sua fruizione, quello di Bharucha e Stoeckig (1987) sul priming armonico. Il priming armonico misura l’aspettativa musicale attraverso tempi di risposta forniti da soggetti su dei target che corrispondono ad accordi. Esso si basa sul modello psicolinguistico di priming semantico in cui le parole che sono in relazione semantica, come ad esempio “dottore” e “infermiera”, vengono elaborate più velocemente di quelle che non lo sono, come “dottore” e “pane” (Meyer e Schvaneveldt 1971). Bharucha e Stoeckig (1987) evidenziano come un accordo in relazione armonica col precedente viene elaborato meglio in quanto segue le ormai ben codificate regole della sintassi tonale che sono state acquisite implicitamente con l’esperienza e nell’esposizione all’ambiente musicale.
Dunque la musica condivide parte delle “regole” della comunicazione che è propria dell’essere umano (e anche degli animali): “è impossibile non comunicare” e la musica è uno dei possibili veicoli, in particolare di emozioni, affetti, messaggi più o meno diretti.
Lo si evince anche dalle risposte di alcuni musicisti, quindi “produttori” di musica oltre che fruitori, alla domanda: “Perché fai musica e quali bisogni/motivazioni soddisfi attraverso di essa?”
… So che a me da felicità, quando realizzo la mia musica, creare qualcosa che prima non c'era e che mi dia emozioni mentre la riascolto... Io soddisfo i bisogni di vedere realizzata una mia idea, e l'effetto che produce in chi la sente. Mi piace sia l'idearla che il modo in cui poi la realizzo...” (Emanuele Sterbini, polistrumentista e autore)
Creare musica è veicolare il proprio pensiero agli altri. Non solo emozioni o sensazioni ma il proprio modo di sentire o vivere un episodio di vita o un momento. Il musicista nel suonare autocompiace se stesso sia nell'eseguire bene un brano proprio o altrui, sia nell’ascoltare. Anche il feedback che il musicista riceve dagli altri è un consenso ed apprezzamento alle sue capacità. Suonare è lo sviluppo di una propensione alla musica che deve essere coltivata e richiede dedizione e impegno. Il riconoscimento ricevuto è la gratificazione a tale impegno profuso… Creare musica è mettere a nudo se stessi. Richiede una buona dose di autostima e di voglia di andare oltre le critiche musicali. Stare su un palco non è facile, ma le eventuali critiche vengono interiorizzate a seconda dell’autostima di ciascuno e comunque dipendono molto da chi ascolta e da come recepisce il messaggio…  La musica per me è nata spontaneamente. Ho imparato a suonare da solo prima il piano, poi il flauto dolce alle elementari, poi la chitarra ed infine il flauto traverso. Tutto da solo. Se la dote è naturale e non imposta dai genitori, una volta assorbiti i principi li porti con te sempre. È una passione. Non ti pesa studiare da solo per ore cercando di produrre un suono”. (Simone De Seta, polistrumentista autodidatta per passione).

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L’organizzazione delle funzioni di conoscenza del compositore nascerebbe già fin dall’infanzia attraverso una particolare modalità di percezione sensoriale che mette in rapporto gli oggetti del mondo con il soggetto che ascolta. Il processo creativo si basa sulle capacità di cogliere quelle somiglianze che l’uomo comune non avverte e che sono presenti in molte esperienze; infatti, dal punto di vista dinamico, la creazione musicale è un incontro spesso fortuito tra le strutture affettive e le strutture logiche intellettuali.
L’inquadramento delle componenti musicali in sensoriali e cognitive è oggetto di studio: con sensoriale si intende una componente musicale elaborata nei primi stadi della percezione uditiva, con cognitiva invece quelle caratteristiche legate alla cultura. Per esempio DeWitt e Crowder (1987) associano al sensoriale le teorie musicali razionali che si basano sulle leggi della natura (come rapporti di frequenza semplici e serie armonica) al cognitivo le teorie empiriche basate sul contesto e sull’apprendimento (come ad esempio il contesto tonale). Per Parncutt (1989) le componenti sensoriali sono quelle legate al sistema nervoso e al sistema sensoriale, sono dunque innate e universali (soglie uditive, discriminazioni di altezza, spazialità, timbro); le componenti cognitive sono quelle acquisite attraverso la familiarità con le regolarità dell’ambiente umano, subentra la memoria semantica e dunque si parla di culturale (aspettative musicali, consonanza). I due approcci, che in letteratura non sono perfettamente delineati, si distinguono tra psicoacustico e cognitivo; entrambi concorrono all’analisi e alla comprensione dell’ambiente uditivo/musicale in un singolo sistema integrato (Gibson 1966).
Secondo John A. Sloboda, psicologo sperimentale, le abilità musicali si costruiscono sulla base di capacità e tendenze innate che vengono ampliate e integrate con le esperienze che l’ambiente familiare e scolastico forniscono: più queste sono numerose e significative, maggiore sarà lo sviluppo delle abilità musicali.


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