PSICOLOGIA E VOLONTARIATO | A cura di Sara De Felice |
L'immagine del volontario è quella di una persona positiva e sorridente che mette
a disposizione delle persone bisognose, in modo del tutto gratuito, il suo tempo,
le sue risorse e le sue capacità. È colui che aiuta indistintamente senza pretendere
niente in cambio, che sorride ed accoglie i problemi delle persone fragili.
Un cavaliere bianco, senza macchia in una società individualista e narcisista.
Mentre tutto il mondo si affanna per ottenere il benessere individuale, per stare
bene, per raggiungere la massima soddisfazione in tutti i campi della vita, il
volontario no, è impegnato a far ottenere il benessere agli altri, realizzare
i sogni e le aspettative di coloro che sono stati “più sfortunati”.
Molti studiosi negli ultimi anni si sono dedicati ad analizzare la figura del
volontario, che in Italia è in costante aumento. I risultati delle ricerche in
quest'ambito contraddicono spesso i luoghi comuni creati intorno a questa figura.
È vero che il volontario presta servizio gratuito presso le associazioni per
aiutare le persone in difficoltà, sole ed emarginate, ma si può essere sicuri
che le motivazioni alla base di questi comportamenti siano sempre prosociali?
Queste persone sono spinte solo da un sentimento altruistico?
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Partendo dall'analisi su se stessi si possono scoprire diverse ragioni che sottostanno
alla spinta di fare volontariato, queste possono essere prosociali ma anche egoistiche.
È necessario contemplare bisogni, aspettative e scopi che possono essere significativamente
diversi anche tra i volontari della stessa associazione e che possono convivere
nella stessa persona.
Nelle ricerche psicologiche che si sono occupate dell'argomento il modello più
conosciuto che individua sei classi di motivazioni al volontariato è quello “funzionalista”
di Snyder e collaboratori (Omoto, Snyder, 1995; Clary et al., 1998; Snyder, Omoto,
Crain, 1999; Stukas, Snyder, Clary,1999; Snyder, Clary, Stukas, 2000; Snyder,
Omoto, 2001):
• valori personali (values): esprime la presenza di interesse umanitario per gli altri.
• comprensione (understanding): permette di mettere in pratica abilità, capacità e conoscenze che altrimenti
rimarrebbero inespresse.
• valori sociali (social): permette relazioni significative con gli altri.
• carriera (career): permette di avere vantaggi per la propria carriera.
• protezione (protection): protegge l'Io dai sensi di colpa per essere più fortunato di altri o per sviare
l'attenzione dai problemi personali.
• miglioramento (enhancement): vengono utilizzate le risorse positive dell'Io per accrescere la fiducia in
sè stessi e l'autostima.
Oltre all'interesse per il prossimo e alla volontà di aiuto molti autori hanno
sottolineato gli aspetti egoistici delle motivazioni.
Batson (1987; 1998) distingue tra interesse empatico, come motivazione puramente
altruistica, e il disagio personale dove si aiuta il prossimo per ridurre il personale
stato di disagio di fronte alla sofferenza altrui; si tratta in questo caso di
motivazione egoistica.
Il volontariato rappresenta, in taluni casi, un mezzo per accrescere la propria
autostima perché ci si sente utili, indispensabili o con una parte di rilievo
nel miglioramento della condizione di vita di un’altra persona. In altri casi,
invece, rappresenta un’occasione per occupare il tempo libero, o un’occasione
di socializzazione, soprattutto per persone come anziani e casalinghe che hanno
ampia disponibilità di tempo e cercano occasioni per mettersi alla prova, per
impegnarsi socialmente. Infine, soprattutto per i giovani e per coloro che non
sono ancora entrati nel mondo del lavoro, il volontariato rappresenta un’occasione
di fare esperienze ed acquisire abilità facilmente spendibili in diversi contesti
lavorativi. Studi recenti sul volontariato giovanile hanno confermato che l’impegno
volontario è caratterizzato, oltre che da un andare verso l’altro, anche da un
attingere dall’altro.
Citando A. Pangrazzi “quando si parla di volontari c'è la tendenza a sottolineare
l'aspetto gratuito del loro servizio, il loro altruismo, la loro dedizione, il
loro disinteresse. In realtà la loro gratuità e il loro altruismo vanno ridimensionati.
È vero, i volontari non sono pagati ma non lavorano per niente. Il volontariato
non è solo un modo per aiutare gli altri, ma uno strumento per appagare esigenze
ed interessi personali. Scavando un po' sotto le intenzioni più genuine e altruistiche,
si trovano molti risvolti personali. Per alcuni il volontariato è molto gratificante
perché dà significato nuovo alla vita, per altri serve ad alleviare un certo senso
di isolamento; per altri ancora può contribuire alla pace interiore o alla soddisfazione
di avere un certo protagonismo. Forse non è del tutto azzardato suggerire che
spesso i volontari hanno più bisogno degli assistiti che non gli assistiti dei
volontari”.
Un altro aspetto che può rientrare tra le motivazioni egoistiche è il riconoscimento
sociale di cui gode il volontario. È plausibile pensare che, visto che l'attività
di volontariato risulta agli occhi della società positiva e benefica, queste qualità
vengano trasferite su chi effettua l'attività e quindi venga giudicato più positivamente
e favorevolmente rispetto al resto della società. Sarebbe per questo plausibile
pensare che il volontariato accresca quella parte della persona narcisista che
si alimenta e trae benessere dai giudizi positivi e dagli elogi che vengono dalla
società.
Secondo una ricerca di Berti il solo fatto di prestare attività volontaria costituisce
un aspetto importante nella formazione di impressioni di personalità, si viene
investiti da un alone di positività rispetto a chi non fa questa attività. I volontari
vengono considerati “persone migliori di tante altre” e “da ammirare”. Secondo
questo studio si potrebbe affermare che si mettono a disposizione tempo e risorse
per guadagnarne in riconoscimento sociale, inoltre per fare volontariato non occorrono
qualifiche specifiche e quindi è una forma di gratificazione “facile e alla portata
di tutti”.
È per questo che alcuni autori mettono in guardia dal sentimento di onnipotenza
che può investire il volontari: sentendosi gratificato e riconosciuto potrebbe
toccare quei sentimenti di infallibilità che portano la persona a non vedere più
l'altro ma a sostituirsi a lui convinto di procedere per il meglio.
Un altro aspetto interessante che emerge dalla ricerca di Berti è che il riconoscimento
sociale è diverso a seconda del tipo di volontariato. Mettendo a confronto un
campione di volontari che svolgono attività presso un'associazione che si occupa
di assistenza a persone anziane e un'altra che si occupa di cani abbandonati è
emerso che chi svolgeva la prima attività ha un riconoscimento sociale maggiore
di chi svolgeva la seconda.
Ulteriore aspetto psicologico che contribuisce alla scelta di fare volontariato
è, secondo Caprara (2003), l'autoefficacia percepita dai volontari.
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Nell'ottica dell'invecchiamento attivo, il volontariato è una delle attività privilegiate dalle persone anziane. Con l'allungarsi della vita e del benessere molti anziani in pensione decidono di dedicare le loro risorse all'interno delle associazioni di volontariato. Questo accresce la loro autoefficacia, aiuta a sentirsi ancora attivi nel mondo, con uno scopo preciso in sostituzione del lavoro, inoltre favorisce la socializzazione alleviando il senso di solitudine e abbandono che spesso vivono queste persone. Dopo aver vissuto una vita attiva ci si ritrova a dover riorganizzare il tempo, scandito in precedenza dal lavoro e dai ritmi frenetici della vita quotidiana. Con la pensione i tempi si allungano, le ore in cui non si è impegnati in attività si dilatano ed è in queste ore che il volontariato si colloca per scandire con nuove attività e orari la quotidianità.
In conclusione si può affermare che, sia per le persone anziane che per adulti e giovani, fare volontariato produce benessere per il volontario stesso, per il contesto sociale in cui egli vive e per chi riceve l'aiuto. È rincuorante pensare che fare del bene produce del bene sia nel dare che nel ricevere, indipendentemente dal tipo di motivazione alla base poiché bisogna porre l'attenzione sull'attività pratica di chi fa volontariato, considerandola semplicemente come espressione di un orientamento prosociale di fondo che crea benessere.