IL TRAUMA PSICOLOGICO E LE SUE CONSEGUENZE
TRAUMA PSICOLOGICO E LE SUE CONSEGUENZE |
A cura della Dott.ssa Monica Monaco |
Un crescente numero di persone si confronta nella propria vita con eventi altamente
stressanti che possono rappresentare veri e propri traumi. Il confronto con tali
esperienze traumatiche può lasciare ferite che si rimarginano o segni indelebili
che possono cronicizzarsi, compromettendo la normale funzionalità di un individuo.
Eventi traumatici versus significati traumatizzanti
Quando si parla di “trauma psicologico” ci si riferisce agli effetti sulla mente
e sul comportamento prodotti da un evento fisico, psicologico o sociale altamente
stressante.
I primi studi sugli effetti cronici post-traumatici ritenevano il trauma psicologico come la conseguenza di un evento traumatico, ossia di un agente patogeno costituito da una condizione estrema collocata
idealmente al di fuori delle esperienze umane comuni (DSM III).
Secondo questa prima discriminazione specifica degli eventi in grado di generare
un trauma psicologico, venivano ritenuti “eventi traumatici” soprattutto diversi accadimenti di natura obiettivamente grave e straordinaria,
quali violenze fisiche, abusi sessuali, disastri naturali (terremoti, alluvioni,
ecc.), disastri tecnologici (incidenti chimici, nucleari, danni energetici, ecc.),
guerre, torture, incidenti e rapimenti.
Ben presto, tuttavia, le osservazioni cliniche hanno mostrato che esistono delle
persone che presentano chiaramente sintomatologie post-traumatiche pur non essendo
stati esposti ad eventi oggettivamente estremi. Ciò ha generato la caduta dell’assunto
secondo il quale “è una situazione grave che produce una reazione estrema”, anche
grazie all’osservazione di opposti casi di individui esposti a stress apicali
senza la manifestazione di segni di trauma psichico.
In tal modo, il criterio principale che permette di circoscrivere le condizioni
in grado di generare traumi psicologici è stato rivisitato e collegato a fattori
soggettivi, piuttosto che alle caratteristiche oggettive degli eventi affrontati.
Pertanto, si è evidenziato che la stessa sindrome post-traumatica può essere generata
da una ampia gamma di situazioni la cui gravità non è insita nell’evento, bensì
derivante dall’ “interpretazione traumatizzante” dello stesso e dai conseguenti
vissuti emotivi che ne derivano.
A tal proposito possono essere attribuiti significati traumatizzanti a qualsiasi
evento negativo in cui una persona vive direttamente o come testimone di uno o
più situazioni connesse alla morte reale o temuta, ovvero in cui sperimenti una
minaccia per la propria o altrui incolumità fisica, tale da mettere a dura prova
il senso di sicurezza psicologica. Il vissuto di timore o danno, derivante dall’interpretazione
soggettiva, e spesso inconsapevole, dell’evento affrontato si accompagna a risposte
di intensa paura, di impotenza e di orrore (DSM IV). Questa visione più ampia
dei fattori traumatizzanti permette di comprendere perché spesso i sintomi di
un disturbo post-traumatico possono comparire anche in seguito a situazioni naturalmente
presenti nella vita umana, quali malattie o lutti, nel corso delle quali la percezione
soggettiva può diventare traumatizzante (March J.S., 1993).
Uno shock al crocevia: possibili reazioni ad un trauma
Sono state individuate diverse possibili strade che possono essere seguite dopo
lo scontro con un evento scioccante: esse costituiscono i diversi esiti post-traumatici.
La resilienza rappresenta il percorso post-traumatico più favorevole in cui si
evidenzia una tendenza a mantenere un equilibrio stabile nel funzionamento, nonostante
dei possibili ed umani malesseri transitori. Questa importante capacità di conservare
un certo grado di integrità e salute psicofisica di fronte agli stress e ai traumi
è paragonabile ad una reazione psicologica efficace simile a quella messa in atto
fisicamente da parte del sistema immunitario quando il corpo combatte e sconfigge
un attacco infettivo (Oliviero Ferrari A., 2003).
Una sintomatologia temporanea post-traumatica parziale, il cosiddetto disagio
sottosoglia, o un vero e proprio Disturbo Acuto da Stress, possono essere considerati
frequenti e transitori in seguito ad eventi ad alto impatto emotivo, soprattutto
in seguito al confronto con i tradizionali “eventi oggettivamente traumatici”.
In ogni caso, spesso l’iperattivazione emozionale che può nascere da situazioni
anche ordinarie può generare sintomi di trauma psicologico passeggeri che tendono
ad una guarigione o recovery, in gran parte dei casi, nell’arco di quattro settimane.
Tale guarigione generalmente è connessa ad una rapida e positiva rielaborazione
della situazione affrontata, una possibilità che è legata a risorse psicologiche,
attivate spesso anche grazie al supporto sociale e all’aiuto professionale, che
è estremamente importante predisporre in modo preventivo quando gli eventi sono
oggettivamente disastrosi e ad elevata influenza psichica.
In altre situazioni invece il decorso è profondamente diverso e una persona non
è sempre in grado di mobilitare le proprie risorse personali o di attingere a
quelle familiari e sociali. In tali casi si possono sviluppare, in modo cronico
a partire dalle forme acute o con impatto ritardato a partire da iniziali evoluzioni
positive, dei sintomi caratteristici del cosiddetto Disturbo Post-traumatico da
Stress che si configura come una comparsa di sintomi peculiari nel breve o lungo
termine o un perpetrarsi per oltre un mese della forma acuta di disturbo post-traumatico
(DSM IV TR).
In questa problematica, connotata da una costellazione di sintomi che accompagnano
le forti note di ansia, sono presenti altre 3 caratteristiche sintomatiche che
accompagnano l’esposizione all’evento traumatico (che costituisce il criterio
diagnostico di base), ovvero:
- la presenza di una o più modalità con cui l’evento patogeno viene rivissuto;
- la presenza di comportamenti di evitamento di stimoli associati al trauma insieme
ad una ridotta recettività emotiva;
- la presenza di uno o più segni di iperattivazione del Sistema Nervoso Centrale
(iperarousal).
Per ciò che concerne la prima caratteristica elencata, quella che costituisce
il secondo criterio di diagnosi, essa si può manifestare attraverso ricordi ricorrenti
e intrusivi del trauma, oppure mediante sogni ricorrenti sul tema o attraverso
la sensazione che l’evento terrorizzante si stia per ripresentare (es. deja-vu,
illusione, allucinazione, flashback). Similmente si possono manifestare una forte
angoscia o reazioni psicofisiologiche sgradevoli in rapporto al confronto con
stimoli interni o esterni che simbolicamente sono connessi all’evento traumatico
o al suo anniversario, dal momento che è molto facile che avvenga un condizionamento
diffuso di situazioni simili a quella che ha originato il disagio mediante un
meccanismo di generalizzazione della reazione d’ansia.
Per quanto attiene alla seconda caratteristica, che definisce il terzo
criterio diagnostico ufficiale, la tendenza ad eludere stimolazioni connesse al
trauma si attua spesso o mediante l’evitamento di pensieri e sentimenti intrusivi
o sviluppando forme di amnesia psicogenetica focalizzate sull’evento traumatico.
L’intorpidimento emotivo invece può manifestarsi attraverso diversi segni di quella
che viene definita “paralisi psichica” o “anestesia emozionale”, che genera diminuzione
di interesse per le attività prima ritenute piacevoli, distacco o estraneità verso
gli altri con difficoltà a mantenere le relazioni affettive e perdita di speranza
relativamente al proprio futuro affettivo e lavorativo (Galeazzi A., Meazzini
P., 2004).
Infine, la terza caratteristica sindromica, quella che si riferisce al quarto
criterio diagnostico, è evidenziata da sintomi di aumento dell’arousal quali disturbi
del sonno, della concentrazione, irritabilità e rabbia improvvisa, ipervigilanza
e crisi di attacchi di panico frequentemente connesse ad elementi originariamente
traumatici.
Al di là dei predetti sintomi più comuni, spesso si osservano altri sintomi di
somatizzazione, di dissociazione, di depressione prolungata, nonché disagi espressi
in vario modo che simbolizzano una coazione a ripetere il danno attraverso automutilazioni
e rivittimizzazione, entrambe fortemente connesse a due stati emozionali spesso
presenti nelle condizioni di disagio post-traumatico: il senso di colpa e la colpa
da sopravvivenza.
Sono stati individuati dei fattori di rischio che predispongono all’insorgenza
e alla cronicizzazione di un disturbo post-traumatico che sono rappresentati principalmente
da alcuni elementi che si rinforzano reciprocamente tra loro, quali:
- le caratteristiche dell’evento traumatico in sé (es. il prolungamento dell’esposizione
e la gravità, nonché la sua presenza in concomitanza rispetto ad altri problemi
personali);
- le caratteristiche della persona colpita dal trauma (es. struttura della personalità,
pessimismo, locus of control esterno, autostima bassa, storia personale difficile
con presenza di perdite precoci, condizioni di salute negative e basse risorse
cognitive);
- i fattori ambientali (es. scarsa presenza di risorse amicali, di possibilità
di ricorrere a supporti professionali adeguati per il trattamento immediato dei
sintomi più acuti).
Spiegare, prevenire e superare i disagi legati al trauma
I tentativi di spiegare come si produce un trauma psicologico e come, di conseguenza,
si produce un disturbo post-traumatico sono stati molteplici.
È interessante innanzitutto notare come alla base del problema ci sia un doppio
meccanismo di apprendimento delle reazioni al trauma: da un lato si ha un condizionamento
classico che sensibilizza ai contesti simili a quelli dell’evento traumatico e
dall’altro si aggiunge un condizionamento operante che subentra quando comincia
l’evitamento di situazioni connesse al trauma e che, tendendo a ridurre l’ansia,
agisce da rinforzo negativo. Il modello di sviluppo dei sintomi segue quindi uno
schema bifattoriale e l’evitamento rappresenta un modo per gestire l’ansia che
involontariamente costituisce un ostacolo al processo di guarigione, dal momento
che non permette l’esposizione agli stimoli condizionati, che è una condizione
necessaria per estinguere le risposte emotive condizionate che sono il nucleo
patologico (Mowrer O.H., 1960).
Dal punto di vista cognitivo sembra che l’evento traumatico sia in grado di attivare
una condizione di stordimento definita “crying out”, alla quale segue un sovraccarico
di informazioni che rende difficile o impossibile conciliare i dati connessi al
trauma con gli schemi cognitivi pre-esistenti.
Più precisamente la tendenza a rigettare i nuovi contenuti traumatici sarebbe
un tentativo fallito di ristabilire l’equilibrio e una consonanza cognitiva tra
vecchi schemi cognitivi e nuovi dati angosciosi rifiutati. Pertanto, sembra che
spesso il trauma insorga in relazione all’azione di due processi contemporanei:
il diniego dell’evento e la sua ripetizione compulsiva che tendono a opporsi fra
loro per gestire l’angoscia, ma che interferiscono con la sana funzionalità dell’individuo
(Horowitz M.J., 1986).
Sembra inoltre che esista una componente biochimica che sostiene il cambiamento
patologico che si innesca in seguito al confronto con un trauma: si tratterebbe
di una modificazione nella produzione di norepinefrina, un neuromediatore attivante,
che spiega i sintomi di iperattività e che viene prodotto naturalmente in condizioni
di stress ed eccessivamente in condizioni di stress estremo.
Dal punto di vista della prevenzione esistono ormai molti interventi preventivi
di psicologia dell’emergenza di provata efficacia, che agevolano l’attivazione
di risorse ed una rielaborazione ed integrazione degli eventi affrontati nel contesto
della propria storia di vita.
Dal punto di vita dell’intervento sui sintomi acuti e cronici del problema, dal
momento che le manifestazioni cliniche e gli effetti del trauma sono eterogenei,
sono risultati molto efficaci dei trattamenti integrati personalizzati. Alcuni
sintomi che rappresentano dei condizionamenti negativi sono trattati con efficaci
metodi di desensibilizzazione che richiedono l’esposizione mentale al trauma e
che, per questo, spesso sono evitati a lungo dalle persone con disturbi post-traumatici
nel tentativo vano di aspettare un miglioramento spontaneo, attesa che tende a
produrre solo la cristallizzazione del trauma rendendo sempre più difficile la
sua risoluzione (Giusti E., Montanari C., 2000).
Esistono anche trattamenti centrati sui sintomi somatici di iperattivazione che
tendono a favorire la liberazione dell’energia psicofisica che si è imprigionata
al momento dell’evento traumatico.
Indubbiamente le tecniche migliori devono favorire nuovi apprendimenti che sostituiscano
quelli patologici e una rielaborazione cognitiva ed emotiva dei fatti dolorosi,
con l’aiuto anche di metodi che lavorano sulle somatizzazioni che sono spesso
presenti e che richiedono un lavoro psicocorporeo.
La trasformazione del trauma in opportunità
Molte persone, reduci da esperienze orribili o che si sono confrontate con prove
estremamente dure della vita, hanno mostrato che il trauma può portare con se
anche un aspetto forte e potente, rappresentando una forza misteriosa di cambiamento
positivo e di crescita personale.
Diversi studi si sono concentrati su tale cosiddetta “crescita post-traumatica”
o “post-traumatic growth”, ossia sulla possibilità di arricchirsi e di trasformare
un episodio negativo di vita in una fonte di trasformazione positiva, in uno stimolo
al miglioramento, attraverso delle capacità che sembrano svilupparsi in stretta
connessione con la riscoperta di una capacità di fronteggiare eventi anche molto
critici.
Va precisato che questo aspetto positivo che si può riscontrare spesso in concomitanza
di un trauma psicologico non corrisponde necessariamente ad un percorso di evoluzione
positiva della sintomatologia, ma può coesistere con delle problematiche post-traumatiche,
così come con una completa guarigione.
Una caratteristica fondamentale che accomuna tutti gli eventi traumatici in grado
di far cambiare positivamente chi li affronta è il loro potere di impatto psicologico,
cioè la loro particolare gravità, tale da mettere in crisi il sistema di assunzioni
di riferimento della persona.
La capacità di crescere dopo aver affrontato una situazione traumatica è molto
più frequente nelle donne e decresce in modo proporzionale con l’aumentare dell’età.
Le aree principalmente coinvolte nella crescita post-traumatica sono tre:
- la percezione di sé;
- la filosofia di vita;
- le relazioni interpersonali.
Con riguardo al primo aspetto, spesso si osservano dei cambiamenti post-traumatici
positivi nella consapevolezza di sé, delle proprie forze e capacità, delle risorse
interiori con lo sviluppo di un atteggiamento più ottimista verso il futuro e
di progetti concreti per raggiungere degli obiettivi di vita. Spesso cresce il
senso di efficacia e si manifesta una migliore autostima attraverso le attività
che connotano il proprio stile di vita.
È frequente anche osservare un cambiamento nella propria filosofia di vita, con
la crescita della dedizione a questioni spirituali nonché una trasformazione degli
atteggiamenti nei confronti della vita e della scala di priorità di valori, che
nasce da una messa in discussione dei principali temi sull’esistenza umana.
Un altro aspetto che spesso appare rinnovato positivamente dopo l’esperienza
traumatica è quello che riguarda la ricchezza dei rapporti con le persone care.
Il confronto con elementi negativi della vita, infatti, sembra in grado di far
apprezzare maggiormente la semplicità e l’importanza di rapporti più profondi
con le persone considerate più care, mentre si allargano le capacità di manifestare
con fiducia le proprie emozioni e di apprezzare l’aiuto e la vicinanza degli altri.
Infine, una particolare capacità emotiva che è spesso amplificata dalle esperienze
traumatiche è quella di empatia: sembra infatti che la sofferenza insegni a comprendere
meglio le altre persone, sostenendo una capacità emozionale che risulta estremamente
utile per coltivare rapporti che possono costituire una risorsa fondamentale per
il superamento di stati di disagio.
Per approfondire:
- Giusti E., Montanari C., 2000, Il disturbo post-traumatico da stress. In Trattamenti
Psicologici in emergenza, Sovera Multimedia, Roma.
- Horowitz M.J., 1986, Stress Response Syndrome: a review of post-traumatic and
adjustment disorders. In Hospital and community Psychiatry, 37, 241-249.
- Linley P.A., Joseph S., 2004, Positive change following trauma and adversity:
a review. In Journal of Traumatic Stress, 17, 11-21.
- Oliviero Ferraris A., 2003, Resilienti: la forza è con loro. In Psicologia Contemporanea,
179, 18-25.
- Perry S., Difende J., Musnigi G. et al., 1992, Predictors of post-traumatic stress
disorder after burn injury. In American Journal of Psychiatry, 149, 931-935.
- Pietrantoni L., Prati G., 2006, Oltre la tempesta: il lato nascosto del trauma.
In Psicologia Contemporanea, 198, 40-48.
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