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LA DISMORFOFOBIA

A cura di Francesca Soccorsi
“… ma non ti guardi mai nello specchio? Eccolo lo specchio guardati: non hai occhi, non hai naso, non hai bocca, non hai niente, non hai che grasso!... In realtà io sapevo di non essere grassa ma di essere diventata grassa per non vedere più quegli occhi, quel naso, quella bocca …” (A. Moravia).

Il corpo è il nostro principale mezzo di espressione e comunicazione. Esso separa ciascuno di noi dal mondo esterno e, al tempo stesso, ci mette alla mercé altrui perché è la via attraverso la quale esprimiamo sentimenti, emozioni, stati d'animo.
Molti sono insoddisfatti del proprio aspetto fisico, ma talvolta questa frustrazione può diventare patologica: accade quando il pensiero di non piacere agli altri diventa ossessivo al punto da compromettere la vita e le relazioni sociali. In questo caso si è in presenza di un disturbo noto come dismorfofobia o dismorfismo corporeo.

La patologia
Il riconoscimento della dismorfofobia come patologia psichiatrica a tutti gli effetti risale a oltre 100 anni fa: a definirla tale fu lo psicopatologo tedesco Emil Kraepelin, che la annoverò fra le nevrosi compulsive. Mentre lo psicologo francese Pierre Janet la qualificò come obsession de la honte du corp (ossessione per la vergogna del corpo).
La dismorfofobia fa parte dell'ampio gruppo delle fobie ma rientra anche nella più estesa categoria dei disturbi somatoformi, caratterizzati da sintomi tangibili in assenza di una patologia organica che ne giustifichi la presenza. Essa è caratterizzata da una visione distorta del proprio aspetto esteriore indotta dall'eccessiva attenzione per la propria immagine corporea. L’elemento peculiare che la contraddistingue è la preoccupazione per uno o più difetti fisici: tali difetti sono spesso totalmente immaginari, oppure, se è presente una reale, minima anomalia, il soggetto la ingigantisce fino a considerarla una vera e propria deformità. In genere le parti maggiormente esposte all'autocritica sono seno, capelli, cosce e fianchi per le donne; torace, addome, naso, pene, testicoli e capelli, per gli uomini.
La dismorfofobia si osserva principalmente negli adolescenti di entrambi i sessi ed è strettamente connessa alle trasformazioni dell'età puberale. Spesso tende a risolversi al termine dell'adolescenza. Se, invece, il disturbo coinvolge soggetti adulti, assume caratteri di maggiore gravità e complessità. A tutte le età, comunque, il paziente dismofofobico è un individuo con basso livello di autostima.

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Cause
La causa del dismorfismo corporeo è sconosciuta. La comune associazione con sintomatologie depressive o con un'anamnesi familiare di disturbi dell'umore e/o ossessivo-compulsivi indica, almeno in alcuni casi, la possibile correlazione con altre patologie mentali.
Non di rado negli adolescenti sono l’insicurezza e la scarsa autostima tipica dell’età a scatenare una preoccupazione eccessiva per il proprio aspetto e a far sì che tutte le attenzioni si concentrino su una parte specifica del corpo, percepita come deforme o imperfetta. Inoltre, a tutte le età, sembrano giocare un ruolo determinante i canoni estetici imposti da televisione e riviste patinate: quando anche il più piccolo difetto viene additato dai media come una grave pecca e se ne pubblicizza la soluzione a tutti i costi, mediante la chirurgia o prodotti miracolosi, si finisce per pensare che qualunque desiderio di ordine estetico sia alla portata e si ingigantiscono, fino a considerarli insopportabili, difetti insignificanti e trascurabili.

Sintomi
I sintomi si manifestano a livello comportamentale. Il soggetto si convince di avere un difetto fisico e questo pensiero divento fisso e ossessivo tanto da perseguitarlo, da condizionarlo nella vita quotidiana o da spingerlo a rinunciare a ogni tipo di relazione sociale.
Ad esempio chi è tormentato dall’idea di avere piedi deformi può decidere di non indossare più sandali e calzature aperte e arriva a non recarsi in spiaggia d’estate. Oppure c'è chi, malgrado sia giovane e senza rughe, prende seriamente in considerazione l’idea di un intervento di chirurgia estetica perché lo specchio gli riflette un’immagine distorta di sé.

Le conseguenze
In alcuni soggetti questa forma fobica può causare stress emozionale e incapacità di tessere adeguate ed equilibrate relazioni sociali e sessuali, con conseguente isolamento e con il rischio di dare il via a una sequenza di altre patologie tra cui ildisturbo antisociale di personalità e il disturbo evitante di personalità. Si possono, poi, determinare comportamenti fobico-ossessivi che, nei casi più gravi, evolvono in disturbi della sfera alimentare quali anoressia e bulimia. La gran parte dei soggetti dismorfofobici sperimenta grave disagio per la propria supposta deformità e descrive le sue angosce e preoccupazioni come «intensamente dolorose», «tormentose», o «devastanti». I più trovano le loro ansie difficili da controllare e non fanno alcun tentativo per contrastarle. Come conseguenza trascorrono gran parte della giornata concentrandosi esclusivamente sul proprio presunto “difetto” e su come porvi rimedio, fino a fare di questa inquietudine il pensiero dominante della loro vita.

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Cosa fare
La terapia dei pazienti con disturbo di dismorfismo corporeo è quasi sempre infruttuosa se l'approccio è di tipo chirurgico, odontoiatrico o dermatologico. Insomma non è la correzione del difetto fisico a rappresentare la soluzione del problema.
Spesso occorre, invece, un supporto di tipo farmacologico: i medicinali serotoninergici (antidepressivi che agiscono sui recettori della serotonina, neurotrasmettitore sintetizzato nel sistema nervoso centrale) sono efficaci nel ridurre i sintomi in almeno il 50% dei casi. Ma i risultati migliori si ottengono con una psicoterapia appropriata, anche se non è ancora noto quanto questa debba essere prolungata una volta che i sintomi siano andati incontro a remissione.

Bibliografia
- Martinotti G., Fenomenologia della corporeità. Dalla Psicopatologia alla clinica, Edizioni Universitarie Romane
- Fabbroni B., Il corpo racconta di colui che lo abita, Edizioni Universitarie Romane
- Marcelli D., Bracconier A., Adolescenza e psicopatologia, Masson

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