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I DISTURBI PSICOSOMATICI A CARICO DELL’APPARATO NEUROLOGICO 1/2

A cura di Marta Chiappetta

MAL DI TESTA (CEFALEA ED EMICRANIA)
La cefalea è il termine medico che definisce un disturbo chiamato più comunemente mal di testa o dolore alla testa. Si tratta di un sintomo molto comune che assume diverse forme e vari gradi d’intensità: può essere di breve durata o persistente, occasionale o ricorrente. La sua origine primaria è, ancora oggi, oggetto di studio e analisi. Un elemento fondamentale per arrivare ad una diagnosi corretta è la tipologia del dolore (pulsante, trafittivo, superficiale, profondo) e la sua posizione (occipitale, frontale, laterale).
Tra le ipotetiche cause individuate ci sono diversi fattori (ed esempio circolatori o emotivi) che, tuttavia, non riescono a dare una spiegazione esauriente al disturbo. La prima distinzione importante di cui tenere conto è quella tra le cefalee che costituiscono una patologia a sé stante (cefalee primarie o essenziali) e quelle che invece sono la conseguenza di altre malattie (cefalee secondarie).
A volte la cefalea è semplicemente la risposta a determinati stimoli come la fame, gli stress fisici e psichici, il cambiamento di pressione atmosferica o una reazione ad alcuni alimenti o bevande.

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Le cefalee primarie più comuni sono la cefalea muscolo tensiva, l’emicrania e la cefalea a grappolo.
La cefalea muscolo-tensiva è comunemente definita come un “cerchio alla testa”; il dolore è accompagnato da un senso di compressione del capo ed è provocato dalla tensione dei muscoli del collo, del volto e del cuoio capelluto. Può essere cronica o episodica e colpisce generalmente chi fa un lavoro intellettuale o chi assume per lungo tempo posizioni scorrette. Tuttavia la causa più nota è l’accumulo di stress e tensioni eccessive.
Una varietà molto diffusa di cefalea è l’emicrania, che ha come caratteristica principale un dolore che colpisce una sola metà del capo, nelle regioni della tempia, della fronte o delle orbite. L’emicrania si presenta con attacchi ciclici intervallati da periodi senza dolore. Il disturbo è legato a fattori vascolari ed è costituito da due fasi: una di vasocostrizione dei vasi meningei caratterizzata da sintomi premonitori (la cosiddetta aura) come senso di pressione alla testa, ronzii e vertigini, visione di puntini scintillanti, ipersensibilità e intolleranza ai suoni (iperacusia). A questa fase segue la vasodilatazione, rappresentata dalla vera e propria crisi dolorosa.
L’emicrania ha varie intensità: può essere di breve durata e tollerabile, oppure talmente violenta da costringere il soggetto a distendersi a letto al buio, soprattutto quando si accompagna a nausea, vomito, fotofobia, malessere generale. Il disturbo è ereditario e colpisce prevalentemente il sesso femminile, compare al risveglio e si attenua con il sonno. È spesso scatenata dalle mestruazioni, da determinati odori o alimenti.
La cefalea a grappolo, prevalente nel sesso maschile, è caratterizzata da dolore intenso, lancinante e trafittivo, localizzato per di più nella regione temporale, occipitale e sopraorbitale. Il sintomo si aggrava quando il soggetto è in posizione supina e si accompagna generalmente a congestione nasale, arrossamento delle congiuntive, lacrimazione, edema della palpebra, fotofobia. Viene definita a grappolo perché gli attacchi si verificano in determinati periodi dell’anno e in orari precisi, intervallati da fasi di benessere.

Le cefalee secondarie hanno diverse cause, tra le quali le più note sono: traumi e lesioni del capo, ischemia, aneurisma, trombosi, meningiti, tumori celebrali, diabete, malattie renali, nevralgie facciali, sinusite, assunzione di sostanze (alcool, caffeina, oppiacei), infezioni virali o batteriche (influenza, raffreddore, varicella).

Nonostante la costante ricerca di cause e nuove classificazioni, la cefalea e l’emicrania sono sintomi ai quali, da sempre, è stata riconosciuta un’evidente origine psicosomatica. La testa, a livello simbolico, rappresenta l’alto, al contrario del corpo, che simboleggia il basso. In essa risiedono i pensieri, l’intelligenza e la ragione ed è, quindi, l’immagine corporea della razionalità.
L’interpretazione in chiave psicosomatica dei sintomi diventa più chiara quando si analizza la personalità del soggetto cefalgico, per il quale il mal di testa diventa una modalità per esprimere un disagio profondo della psiche.
Chi soffre di questo disturbo ha un approccio mentale e razionale e il suo ritmo di vita è forzato e innaturale; ogni problema non viene elaborato emotivamente ma risolto con l’ausilio della logica, che appare come l’unica strategia possibile. La rigidità, la tensione e l’orgoglio elevato tipici di questi caratteri si riflettono sulla muscolatura del capo, delle spalle, del collo e della colonna vertebrale.
L’impresa più difficile è "mollare" il controllo per dare spazio all’emotività, all’istintività, alla corporeità, alla sessualità. Il cefalgico è un perfezionista che si pone continuamente obiettivi, spesso irraggiungibili; è un soggetto molto vulnerabile al giudizio esterno, per questo l’immagine che rimanda deve sempre essere impeccabile. La lotta continua tra razionalità ed emotività è la grande chiave di chi soffre di cefalee. Ma, nonostante l’approccio estremamente mentale, il cefalgico ha dentro di sé una fortissima carica emotiva e passionale e l’emergere del disturbo segnala ciò che è avvenuto nell’adolescenza del soggetto e che ha generato il blocco: una correzione di percorso inopportuna che lo ha portato a sviluppare lo strumento mentale come meccanismo di difesa dalla sfera emotiva.
Da questo punto di vista la cefalea e l’emicrania racchiudono un seme evolutivo e una fondamentale possibilità di crescita. Se l’inconscio non viene alla luce, un approccio esclusivamente mentale genera profonda sofferenza che ha bisogno di emergere e di essere accolta; il sintomo, con la sua esplosione, chiede alla psiche del soggetto di essere preso in considerazione per tradursi in un nuovo modo di essere e di vivere l’emotività.
Il meccanismo psicosomatico è nascosto nelle diverse tipologie di sintomi: sentire la testa pesante indica un sovraccarico di pensieri e preoccupazioni; il dolore pulsante rappresenta il contenuto inconscio che preme per uscire perché non trova sufficiente spazio; le fitte sono la razionalità esagerata che sopprime e tiene sotto controllo istinto e aggressività. Altri sintomi associati al mal di testa sono la fotofobia, che si presenta in quei soggetti che cercano di non vedere, di rimuovere le ragioni del conflitto; la lacrimazione, simbolo di un pianto depressivo non sfogato e di un’affettività repressa che si trasformano in lutto e malinconia; la nausea e il vomito sono la traduzione sintomatica di rifiuto e aggressività.
Quando c’è la tendenza a caricarsi di troppe responsabilità, il dolore si concentra nella zona occipitale posteriore (la nuca), mentre se è prevalentemente frontale indica un eccessivo utilizzo delle capacità mentali.
La cefalea muscolo-tensiva è tipica dei soggetti che si fanno carico di tutti i problemi, sono molto responsabili e considerati come punti di riferimento ai quali si delegano le decisioni importanti. Il capo diventa un contenitore di troppi e gravosi pensieri, che provocano la tensione dolorosa dei muscoli del collo costretto a reggere tutto il sovraccarico.
Nella cefalea a grappolo il dolore associato alla lacrimazione rappresenta simbolicamente un pianto che il soggetto ha trattenuto e non espresso, oppure in certi casi, indica una difficoltà a mettere in atto un cambiamento a causa di circostanze esterne o di resistenze interiori.
Nell’emicrania l’aspetto psicosomatico si esprime in modo differente rispetto alle cefalee. Questo disturbo è caratterizzato da due fasi sintomatiche: inizialmente si verifica una vasocostrizione delle arterie che portano il sangue al cervello, meccanismo che rappresenta simbolicamente l’emergere di un conflitto inconscio o di emozioni molto intense. Nella fase successiva, quando esplode il dolore, avviene una dilatazione delle arterie: questo momento simboleggia la resa, il tentativo di elaborazione dei contenuti interiori che prorompono verso l’alto.
L’emicrania, inoltre, esprime spesso una sessualità vissuta come conflittuale.

BRUXISMO

Il bruxismo è un disturbo che consiste nella tendenza al digrignamento dei denti, ovvero allo sfregamento involontario delle arcate superiori e inferiori durante il sonno. Il sintomo si manifesta prevalentemente la notte, con episodi ripetuti e un’acutizzazione nella fase del sonno REM, ma può verificarsi anche durante il giorno, in stato di veglia. Il bruxista non si accorge di avere questo disturbo e solitamente ne viene a conoscenza quando si presentano sintomi fastidiosi che, dopo accurata indagine clinica, il medico riconduce a questa patologia.
I disagi più evidenti vi verificano a carico dei denti; usura e deterioramento dell’arcata dentaria (in particolare di molari e premolari), infiammazioni gengivali, perdita di otturazioni e capsule, sensibilità al caldo e al freddo, malocclusione della mascella, difficoltà nello sbadigliare e nell’aprire al massimo la bocca, affaticamento della muscolatura masticatoria. Si possono presentare anche altri sintomi che, pur sembrando diversi tra di loro, convergono sullo stesso disturbo: sonno non ristoratore, dolori ai muscoli del collo, delle spalle e della cervicale, mal di testa, vertigini, fitte alle tempie, tensione alla nuca, alitosi, cattiva digestione.
A livello organico sono state individuate delle cause che possono scatenare il disturbo come cattiva occlusione dentale, malattie neurologiche, effetti secondari di alcuni farmaci. Tuttavia, come per le cefalee e le emicranie, è stata riconosciuta al bruxismo una chiara origine psicosomatica legata alla correlazione tra tensione emotiva e digrignamento dei denti.
Il bruxismo svela il suo significato già nella manifestazione sintomatica; chi soffre di questo disturbo “affronta la vita a denti stretti” perciò tenta di scaricare con il digrignamento l’aggressività accumulata durante il giorno, che non trova spazio nella vita cosciente. Ciò che colpisce è che il bruxista decide di scegliere il momento del sonno, ovvero una fase non pericolosa, per esprimere rabbia e tensioni represse. Questo avviene perché durante il giorno il soggetto ha paura di esprimersi e l’aggressività viene filtrata da meccanismi di difesa che proteggono da timori e insicurezze. La rabbia che vorrebbe sfogare all’esterno viene rivolta verso se stesso attraverso il sintomo.
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Chi digrigna i denti la notte spesso cerca di elaborare eventi negativi vissuti oppure rimugina continuamente. La rabbia viene repressa per il timore di esagerare o per forti sensi di colpa. Nel bruxismo possono coesistere digrignamento e serramento delle mandibole oppure i due sintomi possono presentarsi separatamente. Quando il soggetto serra la mandibola è spesso soggetto a situazioni ansiogene o a “prove di forza” alle quali non può cedere.
Ciò che il bruxista teme di più è la condanna sociale alla quale andrebbe incontro se provasse ad esprimere le contrarietà da tempo trattenute; oppure, in altri casi, il sintomo simboleggia quelle situazioni nelle quali il soggetto vorrebbe reagire ma non può farlo, ad esempio in ambito professionale.
Solitamente chi soffre di bruxismo riesce a sfogarsi e ad esprimere la rabbia con persone delle quali si fida e non teme il giudizio.
A livello psichico, molti bruxisti hanno una parziale e molto complessa dipendenza dalle figure genitoriali che tendono a spostare su altri soggetti relazionali, ad esempio il partner.
L’oralità tipica di questo disturbo è legata al rapporto con i genitori dai quali il soggetto non si è mai sentito amato pienamente. Da questa dinamica affettiva deriva anche la difficoltà ad esprimere e ad affermare se stessi.

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I disturbi psicosomatici a carico dell’apparato neurologico: mal di testa, bruxismo I disturbi psicosomatici a carico dell’apparato neurologico: vertigini, insonnia

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