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I DISTURBI PSICOSOMATICI A CARICO DELL’APPARATO CARDIOCIRCOLATORIO 1/3

A cura di Marta Chiappetta

Il cuore è l’organo essenziale che permette all'essere umano di vivere poiché ha il compito di pompare il sangue nell’albero circolatorio, che a sua volta lo distribuisce a tutte le porzioni corporee attraverso la vascolarizzazione dei tessuti organici.

Dal punto di vista anatomico si distinguono tre diverse componenti:
- La parte muscolare, ovvero il miocardio;
- La parte vascolare arteriosa o venosa che costituisce il sistema delle coronarie, deputate a nutrire il tessuto cardiaco;
- La parte nervosa intracardiaca, dove risiedono i tre centri di stimolazione del battito;
Il cuore, rosso e caldo, in tutte le culture rappresenta il centro dell’affettività; è la sintesi di maschile e femminile, di spirito e materia.

Anche il linguaggio popolare svela il simbolismo emotivo racchiuso nell’organo e nella motilità cardiaca; infatti, si sente parlare spesso di “cuore che si stringe d’angoscia” o “che si allarga di gioia”. Anche le pulsazioni cardiache diventano un’ulteriore metafora: la forza della contrazione, ovvero della spinta impressa dal sangue, e la frequenza delle pulsazioni. Queste ultime rappresentano l’”impronta digitale” della personalità: una forte spinta cardiaca è associata ad un carattere tenace, volitivo, iperattivo, concitato; al contrario, un polso debole e un ritmo lento riflettono il carattere di soggetti tranquilli, delicati, che conducono una vita scandita da pause. Al cuore vengono associate principalmente nozioni positive legate non solo all’amore in tutte le sue forme, ma anche alla bontà, alla rettitudine, alla compassione, alla coscienza morale.

Le malattie psicosomatiche dell’apparato cardiocircolatorio sono causate da molteplici fattori, inclusi quelli relativi alle vulnerabilità costituzionali di tipo ereditario.
La somatizzazione a livello cardiaco è associata ad uno specifico quadro di personalità predisposta alle patologie del cuore, in particolare all’infarto miocardico.
In una serie di ricerche svolte in diversi Paesi, sono stati individuati due modelli di comportamento utili ad inquadrare i soggetti cardiopatici: Il tipo A (competitivo), caratterizzato da un atteggiamento altamente ambizioso, impaziente, aggressivo, rifiutante nei confronti della comunicazione oppure, più in generale, una personalità iperefficiente, infaticabile, assertiva e inesauribile, che trascura i segnali emotivi e le percezioni somatiche. Il tipo B (cooperante) mette in atto una risposta congrua agli stimoli ricevuti: questo atteggiamento consente la collaborazione nelle reazioni interpersonali e favorisce l’adattamento alle situazioni. Nei soggetti di tipo B ci sono più tolleranza ed elasticità e, di conseguenza, una minore esposizione alle frustrazioni. In uno studio su oltre tremila soggetti, durato più di otto anni, è emerso che le personalità di tipo A sono colpiti da infarto tre volte di più di quelle di tipo B.

Nei soggetti predisposti ai disturbi cardiaci lo stile di vita non è mai regolare: dormono poco, si alimentano in modo scorretto, si sottopongono a stress ripetuti, reprimono i propri bisogni per adattarsi ai contesti, negano le tensioni e sono in un costante stato di urgenza. Tutte queste componenti psichiche si trasformano in sintomi somatici tipici del quadro esaminato: ipertensione, tachicardia, consumo di ossigeno, riduzione del flusso renale.
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Il cardiopatico tipo è più frequentemente di sesso maschile e ha un’età compresa tra i 40 e i 50 anni; è perfezionista e coscienzioso, ha un alto concetto dell’efficienza e della competenza professionale. La fretta e l’iperattività sono caratteristiche dominanti, per questo è soggetto a sovraffaticamento e consuma grandi quantità di caffè e tabacco. Il perfezionismo estremo si riflette nell’amore per la cura e per l’ordine. Ogni contrattempo o cambiamento che esce fuori dai limiti della rigidità dei ritmi stabiliti, genera confusione, suscita ansia e angoscia. Un tratto tipico è l’ipercontrollo dei sentimenti, come se il soggetto vivesse un perenne conflitto tra la testa e il cuore. Proprio questa dinamica è il fulcro della problematica di chi somatizza nell’apparato cardiocircolatorio. Queste personalità vivono una perenne tensione interna e non riescono a “fermarsi”, a rilassarsi.

I sentimenti, soprattutto quelli riferiti alla collera, vengono controllati o addirittura ignorati. La carica di aggressività non viene espressa, il soggetto è sempre accondiscendente ed è molto spaventato dai conflitti e dalle rabbie altrui. Nella sua storia personale c’è una forte insicurezza emotiva, quella di un bambino introverso e timido che ha vissuto un senso d’inferiorità o di inadeguatezza rispetto all’ambiente che lo circondava. L’ansietà che avverte nell’età adulta nei momenti di difficoltà, viene repressa quando tende ad emergere. Il conflitto tra testa e cuore coinvolge anche i rapporti affettivi e sentimentali: precedentemente questo soggetto era espansivo, aperto ed entusiasta finché questa tendenza di personalità non ha subito un blocco, un’inibizione. In quella fase la testa ha preso il sopravvento, creando nella personalità una chiusura e un ritiro dalla partecipazione armonica della realtà. Anche il lato creativo, immaginativo e sessuale ha subito questa repressione e un progressivo inaridimento esistenziale.
Il cuore si ammala perché c’è una sofferenza profonda nel mondo degli affetti, quando le emozioni non circolano più e c’è una rinuncia a vivere con il proprio “ritmo” tutto il mondo pulsionale.

Il ruolo dello stress nei disturbi cardiocircolatori
Un ruolo fondamentale è quello giocato dallo stress e dagli ormoni, due fattori importanti che congiungono, insieme al sistema immunitario, le esperienze psichiche con le risposte somatiche.
Lo stress psico-sociale, ovvero quello che deriva dagli elementi del contesto esterno che hanno un impatto relazionale, ha un legame profondo con queste patologie. Lutto, divorzio, abbandono, separazioni affettive, perdita del lavoro, trasloco, problemi scolastici, debiti, fallimenti professionali, emarginazione, discussioni violente, competizioni sportive vissute con troppa partecipazione, emozioni molto forti: sono tutte esperienze che attivano il timore della perdita e scatenano stati emozionali come rabbia, dolore, ansia, angoscia, tristezza, colpa, vergogna. I meccanismi di difesa che si sviluppano in risposta, come la lotta, la fuga, la negazione o l’immobilità, hanno un’azione sul sistema nervoso autonomo e di conseguenza su quello ormonale e immunitario.
I fattori che predispongono al rischio di patologie cardiocircolatorie come il colesterolo alto, il sovrappeso, il fumo e l’ereditarietà non bastano da sole a determinare il rischio di malattia. Non solo la risposta a questi fattori varia da persona a persona, ma è la personalità stessa ad influenzare l’incidenza e la reazione alla patologia.
Molti dei sintomi a carico dell’apparato cardio-circolatorio come tachicardia, fibrillazione ventricolare associati a sincope, ipotensione o bradicardia (bassa frequenza cardiaca) spesso sono causati da eventi molto stressanti.

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Infarto del miocardio
L’infarto, o “attacco cardiaco”, è la morte del tessuto muscolare cardiaco (miocardio) causata da un’interruzione completa e protratta nel tempo di una o più arterie coronarie. In molti casi la causa scatenante è la trombosi di un ramo delle coronarie danneggiate dall’arteriosclerosi. In questa patologia alcune sostanze grasse si depositano nelle pareti delle arterie: la parte interna di esse perde levigatezza, diventa discontinua e si formano facilmente ulcere o placche. Su queste ultime si creano dei trombi per un’aggregazione di piastrine e per l’aumento dei processi di coagulazione.
Il sintomo principale dell’infarto, che colpisce quasi esclusivamente il ventricolo sinistro, è il dolore intenso, di solito localizzato dietro lo sterno, che si irradia alla spalla, al braccio sinistro, alla schiena, alla nuca, alle mascelle e all’epigastrio. Il dolore è giustificato dalla mancanza di ossigeno nella zona colpita. La sintomatologia, che può durare da pochi minuti a uno-due giorni, si accompagna spesso a nausea e vomito, non regredisce con il riposo e con l’uso di farmaci dilatatori coronarici. Il soggetto colpito dall’infarto descrive il dolore come un senso di oppressione toracica o di schiacciamento, una “morsa al petto”. La sintomatologia simula un’indigestione o una colica biliare ed è accompagnata da altri segni clinici come difficoltà a respirare, tachicardia, polso debole, pressione arteriosa bassa, temperatura del corpo elevata, sudorazione profusa, pallore, svenimento. A livello psichico è presente angoscia profonda, paura, ansia e senso di morte imminente.
In una percentuale di casi (circa il 15-20%), l’infarto miocardico può manifestarsi in modo asintomatico o con segni aspecifici come dispnea, nausea e vomito. In queste condizioni, la diagnosi spesso viene posta casualmente a distanza di tempo attraverso un elettrocardiogramma effettuato per altri motivi.
Le complicanze della patologia sono molteplici: le più frequenti sono le aritmie (90% dei casi), la pericardite, il collasso, l’insorgenza di insufficienza cardiaca, l’embolia e l’edema polmonare.
L’infarto colpisce maggiormente il sesso maschile nell’età compresa tra il 50 e i 60 anni; i principali fattori predisponenti sono l’ipertensione, l’arteriosclerosi, il diabete, il fumo. Altri aspetti che incidono fortemente sulla genesi della malattia sono la familiarità, l’obesità, l’inattività fisica, lo stress acuto e prolungato, emozioni intense, shock, iperlavoro fisico e mentale, gravi emorragie, decorso post-operatorio.
Il danno prodotto dall’attacco cardiaco è irreversibile: nel cuore rimarrà la “ferita” che comporterà delle conseguenze inevitabili sulla funzione cardiaca. Questa cicatrice organica diventa anche emotiva e il soggetto che ha avuto un infarto assume un atteggiamento rassegnato e vittimistico, anche nei casi di un completo recupero funzionale.
Quello che colpisce, e che aiuta a capire quanto questa patologia sia legata all’aspetto psichico, è che nella fase successiva alla malattia, quando essa non ha esito fatale, il soggetto vive una lunga fase d’invalidità. Egli cerca infatti di “uscire di scena”, allontanarsi dalla vita, oppure di mettere in atto un “parcheggio forzato” determinato dal periodo di riposo e riabilitazione necessario dopo l’attacco.
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