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ALLE ORIGINI DELLA STIMA DI SE'

A cura della Dott.ssa E. Maino

Perché alcune persone riescono ad attribuirsi valore, a stimarsi, ad essere soddisfatte di loro stesse e altre si sottovalutano o faticano a considerarsi in termini positivi?

Non è possibile dare una risposta univoca a questa domanda e in effetti gli studiosi sono giunti a conclusioni differenti ed hanno posto di volta in volta come origine della stima di sé elementi diversi. In questo articolo una breve disamina dell'evoluzione degli studi inerenti che ci porta ad interessanti conclusioni...

William James (1842-1910) è forse uno dei primi studiosi ad essersi occupato di questo argomento. La cosa che lo incuriosì e da cui presero avvio i suoi studi era l'aver constatato una mancanza di legame diretto tra le qualità obiettive di una persona e il suo sentirsi soddisfatta di se stessa: alcuni uomini mediocri potevano essere dotati di una sicurezza presuntuosa e incrollabile, mentre altri, per quanto capaci di riuscire pienamente nella vita e stimati da tutti, diffidavano costantemente delle proprie qualità e possibilità. Da questo dedusse che l'essere contenti o meno di se stessi non dipendeva tanto dai risultati e dai successi ottenuti nella vita, quanto dai criteri che le persone adottavano nel giudicarli e quindi dalle pretese che ciascuno aveva circa il suo modo di essere e di fare. Seguendo questa logica, ne deriva che pretese troppo elevate, a prescindere dai successi, possono ostacolare una buona stima di sè.

Altri autori, nel passato e in tempi recenti, come ad esempio Alice Pope (1992), sostengono che la stima di sé origini dal confronto tra l'immagine che ciascuno ha di se stesso - ossia il sé percepito - e l'immagine di ciò che si vorrebbe essere, sé ideale. In questo senso, tanto più il sé percepito è lontano e di meno valore o soddisfazione rispetto al sé ideale, tanto più si ha una bassa stima di sé; viceversa, tanto più si ha consapevolezza delle proprie carenze, ma si trae soddisfazione dai propri punti di forza, tanto più la stima di sé aumenta.

Quando si sviluppano queste immagini del sé e da cosa originano? La maggior parte degli psicologi concorda sul fatto che l'individuo comincia a formare i concetti di sé - ossia il proprio modo di considerarsi e definirsi, in senso più o meno positivo - ad un'età molto precoce. Alcuni autori come Sullivan (1892-1949), Freud (1856-1938) e Horney (1885-1952), ritengono che le immagini di sé che i bambini sviluppano durante la prima infanzia - in base alla percezione di una positiva o negativa relazione con le principali figure di accudimento e in base all'essersi sentiti o meno bambini degni d'amore e d'importanza - avranno un'influenza per tutta la vita. Essi sostengono che durante i primi sei anni di vita si formano le inclinazioni fondamentali all'amore o all'odio verso se stessi. Tali tendenze influenzeranno poi lo stile di vita dell'individuo, il suo modo di considerarsi e anche la sua autostima.

In linea con queste posizioni, un altro autore, E.H. Erikson, attorno alla seconda metà del '900, propone una teoria dello sviluppo umano suddivisa in una sequenza di fasi, che abbracciano l'arco dell'intera esistenza, durante le quali si stabilisce un mutuo adattamento tra l'individuo e l'ambiente.
All'interno di questa teoria, ai fini della comprensione dell'origine della stima di sé, risulta particolarmente importante focalizzare l'attenzione su quanto avviene nella prima di queste fasi dello sviluppo, che comincia alla nascita e si conclude all'incirca durante il primo anno di vita. Compito fondamentale di tale fase è quello di acquisire un buon equilibrio tra fiducia di base e sfiducia di base - dolorosa contropartita della prima, ma necessaria ai fine dello sviluppo umano - in se stessi e negli altri. Fiducia e sfiducia, secondo Erikson, originano dalla qualità della relazione che il bambino sperimenta con la propria madre e devono essere modulate dalla speranza che i propri bisogni e le proprie richieste non verranno disattesi, almeno non più di tanto, non fino al punto, cioè, di perdere la speranza. Grazie ad un'equilibrata integrazione di fiducia, sfiducia e speranza, il bambino può imparare a tollerare la frustrazione e le delusioni, a ridefinire continuamente i propri progetti e le proprie aspirazioni, a proiettarsi nel futuro e a mantenere nel tempo un'equilibrata stima di sé.

Anche in tempi più recenti, attorno agli anni '80, alcuni autori, tra cui Tice e Baumeister, pongono l'accento sull'importanza dei primi anni di vita per lo sviluppo della stima di sé e adottano una sorta di modello finanziario per definirne l'origine. Tali autori, ritengono infatti, che la quantità d'amore che abbiamo ricevuto durante i nostri primi anni di vita costituisca una specie di capitale da gestire e amministrare negli anni che verranno.

Per riprendere un paragone riportato anche da Andrè e Lelord (1999) per spiegare questa posizione, possiamo dire che, come in ambito finanziario ci sono i grossi investitori - che dispongono in partenza di un capitale importante e scelgono forme di investimento che implicano un livello di rischio non trascurabile, ma che sovente garantiscono notevoli vantaggi - nell'ambito della stima di sé, ci sono persone che, forti di un bagaglio esperienziale, carico di amore, attenzioni, incoraggiamenti, costruito durante l'infanzia, utilizzano strategie di attacco nei confronti della vita: si sentono più sicure e quindi investono di più, corrono maggiori rischi e prendono più iniziative; sanno di rischiare molto, ma sono anche consapevoli di poter guadagnare molto in termini di appagamento e soddisfazioni personali e quindi in termini di stima di sè. D'altro canto, in ambito finanziario ci sono anche i piccoli risparmiatori, quelli che non essendo mai stati veramente ricchi, temono di rischiare e perdere quel poco che possiedono; sono quelli che investono con prudenza, scegliendo modalità rassicuranti. Allo stesso modo ci sono persone che non hanno potuto sperimentare affetto e attenzioni in abbondanza, questo li porta ad essere cauti e prudenti anche nei confronti della vita: evitano di rischiare o lo fanno solo in contesti rassicuranti e prevedibili. Questo se da un lato li espone meno alla possibilità di incorrere in delusioni e insuccessi, dall'altro fornisce loro anche meno occasioni di sperimentare situazioni che possano aumentare la loro autostima.

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Da una parte quindi la qualità delle relazioni primarie ha un peso fondamentale per la costruzione della propria autostima, dall'altra difficilmente l'immagine che ciascuno ha di sé stesso rimane fissa ed immutabile. Fortunatamente (o sfortunatamente nel minore dei casi) quest'ultima è soggetta a modificazioni sia per le esperienze che di volta in volta si fanno, sia per la qualità delle relazioni che intrecciamo con le persone significative incontrate nell'arco dell'intera nostra esistenza.

Uno dei primi teorici sociali, George Herbert Mead (1934), afferma che il concetto di sé di un individuo è, nell'insieme, un riflesso delle opinioni comunicate da altri significativi. Da questo punto di vista, la società fornisce una sorta di specchio in cui l'individuo si vede riflesso, scoprendo la sua immagine o meglio una possibile definizione di sé. In questo senso, le implicazioni per la nascita, la modificazione e il mantenimento della stima di sé di un individuo sono notevoli, soprattutto se si pensa che le persone possono essere molto selettive nella loro scelta di uno specchio, dando maggior peso ad alcune opinioni e minore ad altre.
Del resto, se ci pensiamo, il parere degli altri, su di noi, il più delle volte ci fa riflettere. Da qualunque fonte provenga, anche se è non è particolarmente argomentato, un minimo commento negativo su di noi suscita una reazione emotiva dolorosa. All'inizio ci sembra un giudizio vero, in un secondo tempo riusciamo anche a criticarlo o a diminuirne importanza sulla base del fatto che forse la fonte dal quale proviene e il giudizio stesso non ci interessano poi molto. Le critiche, come del resto i consensi, non ci lasciano indifferenti e questo è un bene perché ci consentono di ritoccare ogni volta l'immagine che abbiamo di noi stessi.

Da questo punto di vista, come sostiene Leon Festinger (1954) anche il confronto sociale è importante nell'originarsi e nel modificarsi della stima di sé. Infatti in tutte le situazioni sociali e a tutte le età, ci si paragona agli altri e di conseguenza si traggono delle conclusioni su se stessi. Ognuno di noi ha o avrà avuto un modello da imitare, una persona con cui stiamo bene e a cui vorremmo assomigliare in qualcosa. Frequentare queste persone e cercare di imparare da loro può contribuire ad aumentare la nostra autostima. Come rovescio della medaglia, ognuno di noi conoscerà anche persone alle quali assolutamente non vuole assomigliare. Anche il confronto con queste ultime può aiutarci a star bene con noi stessi. Il fatto che persone della nostra cerchia sociale ci sembrino, a torto o a ragione, meno favorite dalla sorte di noi in uno o più ambiti è un modo per rassicurarci circa il nostro valore e rafforzare la stima di noi stessi.
Da questo punto di vista, coltivare lo sguardo rassicurante verso il basso e quello stimolante verso l'alto, non può che rafforzare la nostra autostima. Tutto questo per quanto riguarda l'ambiente sociale in senso lato, a maggior ragione se si considerano relazioni significative quali quelle con gli amici, i familiari o il proprio partner. In effetti, il giudizio più o meno positivo che ciascuno formula su se stesso risente anche del giudizio che altri, per noi significativi, formulano in modo più o meno esplicito su di noi. Da questo punto di vista, ad esempio, avere accanto un partner che crede nelle nostre qualità e potenzialità e ci sprona a realizzare quelle che sono le nostre aspirazioni più profonde, o avere accanto persone che ci apprezzano, ci accettano e ci vogliono bene così come siamo, seppur non possano sostituirsi a noi nel formulare un giudizio positivo sulla nostra persona e le nostre qualità, possono tuttavia aiutarci a mettere in discussione un eventuale giudizio troppo severo o addirittura negativo.

Si può quindi concludere che la stima che abbiamo di noi stessi dipende:

  • dalle aspettative che abbiamo nei nostri confronti
  • dalla raggiungibilità o meno dei nostri modelli di riferimento
  • dalla qualità delle relazioni che abbiamo sperimentato nella prima infanzia o durante l'arco della nostra esistenza, e quindi dai rimandi che riceviamo dal nostro ambiente sociale, lavorativo, affettivo.

E' importante sottolineare che la stima di sé è suscettibile di modifiche, non rimane costante nel tempo, ma può essere incrementata e sostenuta in modo da diventare un elemento funzionale al nostro star bene con noi stessi e gli altri: teniamolo presente soprattutto in quelle circostanze in cui si fa strada il dubbio di non essere ancora riusciti a dare il giusto valore a se stessi!

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