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IL PLACEBO 1/2

A cura di Anna Paola Tortora

Il placebo è una sostanza priva di principi farmacologici specifici, inattiva dal punto di vista biomedico, la cui assunzione da parte di soggetti ignari di assumere un farmaco inerte, può essere in grado di provocare un effetto fisiologico. Il farmaco viene quindi somministrato con lo scopo di dare sollievo al paziente e l'effetto positivo che ne deriva viene denominato "effetto placebo".
Il termine deriva dal verbo latino "placeo" che significa "far piacere". Da secoli i medici sono consapevoli del fatto che, dopo l'assunzione di una pasticca di zucchero o di un altro composto privo di qualsiasi proprietà medica nota, si possa assistere ad uno sviluppo positivo della condizione patologica di alcuni pazienti. Solo negli ultimi decenni però l'effetto placebo, le sue potenzialità e utilità, hanno preso piede anche nel campo della ricerca scientifica.

Breve introduzione alla farmacologia

I farmaci possiedono effetti e siti d'azione. Per effetto si intende il cambiamento che è possibile osservare in ogni processo fisiologico in seguito all'assunzione del medicinale. Il sito d'azione invece è il punto nel quale le molecole del farmaco interagiscono con le cellule del corpo con effetto sui processi biochimici che si svolgono al suo interno. Le molecole del farmaco devono quindi entrare nella circolazione sanguigna per poter poi essere trasportate fino all'organo (o agli organi) "bersaglio" del loro effetto. Le modalità di somministrazione dei farmaci sono molteplici: iniezione endovenosa, intramuscolare, sottocutanea o intraperitoneale; il medicinale può essere assunto per via orale, topica o anche per inalazione. Alcuni farmaci possono essere somministrati per via intrarettale o intracranica (quest'ultimo tipo di somministrazione è molto rara ed è riferita nello specifico ad una determinata classe di farmaci il cui scopo è il trattamento di alcune infezioni cerebrali). A fare la differenza tra i vari tipi di somministrazione è solo la velocità di assimilazione del composto che viene assunto. Dopodiché il farmaco non rimane all'interno dell'organismo per sempre: una volta raggiunto il proprio sito d'azione, esso viene disattivato da alcuni enzimi ed in seguito espulso dal corpo. I due organi maggiormente impiegati in questa operazione sono il fegato, che gioca un ruolo molto attivo nell'azione di disattivazione enzimatica della molecola del medicinale (ma enzimi disattivatori sono presenti anche nel sangue e nel cervello) e i reni dove, attraverso l'espulsione dell'urina, vengono escrete le molecole ormai inattive.

Cos'è un placebo?
Il placebo è un farmaco inattivo (privo quindi di sostanze chimiche specifiche) che viene somministrato nello stesso modo in cui viene somministrato un vero farmaco e che, pur non possedendo le stesse proprietà riesce, in alcuni casi, ad attivare le stesse reazioni fisiologiche del medicamento. L'azione del placebo si basa sul suo effetto suggestivo, sul convincimento, nel soggetto che lo assume, che quel determinato composto possa rivelarsi utile nella cura di quella specifica patologia: il paziente che crede fortemente nell'azione di quel farmaco, può ottenere l'effetto desiderato. Esso non è solo immaginato dal paziente poiché nel suo organismo avviene realmente un fenomeno fisiologico; è stato provato che, all'assunzione del placebo, fanno seguito una serie di processi biochimici all'interno dell'organismo.

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Il placebo di cosa è fatto?
Vi è una distinzione tra il placebo "puro", un composto privo di qualsiasi attività farmacologica specifica misurabile in laboratorio (a volte a base di lattosio o di altre sostanze simili) e il placebo "impuro"; in questo secondo caso si tratta di un vero medicinale che ha effetti benefici sulla condizione che si cerca di curare pur non possedendo al suo interno principi attivi specifici. È il caso, ad esempio, della vitamina C: se un paziente lamenta mal di testa ricorrenti, il medico può prescrivergli una cura a base di integratori alla vitamina C che, seppure importante per la salute, non ha come indicazione terapeutica la cura dell'emicrania. Eppure, dopo un certo periodo di regolare assunzione degli integratori, il mal di testa tende a scomparire, in virtù di un'azione placebo ma della categoria "impuro".

Efficacia del placebo
Il placebo è in grado, in alcuni casi, di emulare i comportamenti dei farmaci di sintesi e portare all'ottenimento di risultati che sono comunemente ritenuti possibili solo in presenza di sostanze contenenti agenti farmacologici provati. È sorprendente osservare come, nonostante il farmaco non possieda al suo interno principi chimici specifici, all'aumento della dose di placebo, in alcuni casi, può corrispondere anche un incremento dei suoi effetti. La condizione perché ciò accada è sempre quella di lasciare il paziente ignaro del fatto di assumere un composto privo di agenti chimici farmacologici: solo in questo modo si potrà assistere a quello che viene definito l'"effetto placebo", la cui rispondenza resta comunque molto soggettiva. Generalmente, più è grande l'aspettativa del paziente, maggiore sarà l'efficacia del placebo. In letteratura sono segnalati anche casi di pazienti che sviluppano una dipendenza dal placebo.

Soggetti affetti da patologie non rilevanti sotto il profilo chimico, come la sindrome del colon irritabile, rispondono al placebo nel 50-80% dei casi. Il placebo viene impiegato anche in pazienti affetti da malattie incurabili in fase terminale, per dar loro la sensazione di essere curati e seguiti e si può rivelare utile in presenza di patologie per le quali non esiste una cura sicuramente efficace (è ancora il caso della sindrome del colon irritabile): in questi casi i medici spesso ricorrono a terapie a base di placebo impuri come ad esempio integratori, ricostituenti o vitamine.

La comunità scientifica da sempre si divide tra fervidi sostenitori e scettici sull'efficacia del placebo. Alla fine degli anni '60 A. Shapiro, psichiatra statunitense, mise l'accento sull'ampiezza dell'effetto placebo in ogni area della terapia, sottolineando come spesso questi farmaci inattivi si dimostrassero più potenti dei veri medicinali: in alcuni casi, secondo lo studioso, la percentuale di effetti placebo all'interno di alcuni studi sarebbe stata vicina al 100%. In realtà sembrerebbe che l'unico studio che si è avvicinato a questa percentuale sia stata una ricerca condotta sul mal di testa, mai ripetuta.

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Sono molti gli studi che si sono concentrati sulla comprensione e la definizione di quello che è stato definito il soggetto 'placeboreattivo', identificato da alcuni nell'individuo più estroverso, ansioso, meno maturo emotivamente e più preoccupato da disturbi come la costipazione; altre ricerche lo avevano definito entusiasta e discorsivo. Visti i differenti risultati a cui sono arrivati gli studi, se ne evince che i soggetti placeboreattivi non siano in realtà caratterizzati da un unico tipo di personalità. È stato inoltre osservato come un individuo che risponde al placebo in determinate circostanze, non abbia la stessa reazione in contesti diversi: la somma dei pazienti che mostrano una rispondenza discontinua al placebo all'interno della stessa sperimentazione è maggiore rispetto a quella dei soggetti che reagiscono sempre nello stesso modo.

Per anni è stata credenza comune che il placebo fosse maggiormente efficace nella terapia di stati ansiosi, depressivi e di disturbi a carico della sfera psicologica. Questa convinzione sembrerebbe essere confutata anche dai fatti. Che i farmaci placebo abbiano un effetto anche su alcune funzioni dell'organismo come la secrezione gastrica o la motilità intestinale (e quindi non solo su funzioni emotive), è un dato di fatto. In letteratura la documentazione relativa all'efficacia del placebo in ambito neuropsichiatrico, però, è ovviamente molto più folta rispetto alla casistica registrata in medicina interna. È stato Henry Beecher, nel 1955, a cercare di quantificare l'effetto medio del placebo con particolare riferimento a patologie caratterizzate dalla presenza di dolore di varia natura, come mal di testa, artrite e mal di stomaco. Secondo il ricercatore, in una fetta di pazienti che varia dal 31% al 37% si osserverebbe un effetto placebo corrispondente al miglioramento delle manifestazioni dolorose associate alle particolari condizioni in cui versavano i soggetti esaminati. La riuscita della cura con placebo dipende molto dal successo delle precedenti terapie con farmaci di sintesi seguite dai pazienti.

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Il Placebo Il Placebo: meccanismo ed impieghi

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