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I FIORI DI BACH PER LE DIPENDENZE PATOLOGICHE 1/2

A cura di Marta Chiappetta

Chi appartiene a se stesso
non sia di nessun altro
(Paracelso)
 
La radice del verbo dipendere contiene in sé il suo significato: pendere, essere appesi, legati a qualcosa. La dipendenza in tutte le sue manifestazioni è un bisogno incoercibile di una sostanza o di un farmaco, di mettere in atto un comportamento o di svolgere un’attività. Quando essa si riferisce alle relazioni, consiste nell’incapacità di fare a meno di una persona (dipendenza affettiva). Riguardo a questi oggetti della dipendenza si determina una condizione di assuefazione caratterizzata da un complesso di comportamenti e cambiamenti fisiologici. Una loro sottrazione provoca uno stato di malessere psichico e fisico definito astinenza.

La prima fondamentale classificazione di dipendenze patologiche consiste nella distinzione tra quelle relative all’uso di sostanze chimiche (alcol, droga, fumo, farmaci), e quelle in cui non è implicato l’uso di sostanze. In questo caso gli oggetti della dipendenza sono comportamenti o attività leciti e socialmente accettati: le cosiddette New Addictions (nuove dipendenze) comprendono la dipendenza dal gioco d’azzardo, dall’utilizzo di Internet, dallo shopping (shopping compulsivo), dal lavoro, dal sesso, dal cibo, dalle persone (genitori, partner amorosi o sessuali, capi carismatici).
Tanti psicologi e studiosi, nel corso degli anni, hanno scritto sulle dipendenze; ciascuno di loro ha cercato di sciogliere la complessità profonda alla base di questo disagio con l’obiettivo di trovare un comune denominatore e interventi terapeutici risolutivi. Il dato più importante che è emerso comunemente è che esiste una sostanziale differenza tra le dipendenze, ma non tra i dipendenti.

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All’origine dello squilibrio del soggetto dipendente c’è un cattivo rapporto con le figure di riferimento e di sostegno. Ogni individuo vive delle dipendenze sane, ovvero quelle finalizzate al benessere fisico e all’equilibrio psicologico, che si manifestano con il bisogno di aria, di acqua, di cibo e di tutte quelle componenti che arricchiscono l’Io: le relazioni sociali e affettive, le necessità della propria vita interiore. La prima dipendenza sana che ogni persona sperimenta è quella con la madre. L’esito di questa precoce esperienza è fondamentale e influenzerà tutto il corso dell’esistenza dell’individuo. Dalla qualità di tale legame vissuto nell’infanzia dipende il futuro sviluppo della personalità, l’acquisizione del senso di fiducia, l’autosufficienza, la gestione dei distacchi e delle separazioni dell’adulto; inoltre da essa hanno origine gli stili di attaccamento che guidano il comportamento nelle relazioni affettive in tutte le successive fasi della vita.
Ogni oggetto della dipendenza (droghe, alcol, gioco d’azzardo, internet, relazioni d’amore) rappresenta il surrogato di esperienze mancate e dell’assenza di strutture psicologiche. La dipendenza diventa, così, funzionale poiché mira a ristabilire l’armonia e a restituire un senso del Sé coerente che possa colmare il profondo vuoto interiore che costituisce l’elemento psichico cardine di ogni dipendenza patologica.
In questa prospettiva tutte le dipendenze, indipendentemente dall’oggetto, condividono la stessa matrice eziologica: rendono il soggetto vittima di una situazione in cui l’altro, sia esso una sostanza o una persona, è più forte; esse annullano il potere dell’Io su se stesso portando ad una grande compromissione della qualità della vita del dipendente e di tutto il sistema delle sue relazioni. All’interno della dinamica il soggetto non si accorge della dipendenza e l’Io perde l’autonomo e libero governo dell’anima finendo in un vortice di forze con le quali si identifica.

La dipendenza è un comportamento ripetitivo, incontrollabile, un’ossessione che deriva da una fame improvvisa e fuori controllo che chiede di essere saziata. Ma è un vuoto che in realtà non si colma mai. L’oggetto può cambiare ma la dinamica sottostante è sempre la stessa, per il giocatore d’azzardo come per il bulimico, l’alcolista, il tossicomane, l’innamorata/o- dipendente. Chi soffre di questo disagio ha grossi problemi di autostima, di regolazione degli affetti, di mancato controllo degli impulsi e ha difficoltà a prendersi cura di se stesso.
A volte diverse tipologie di dipendenze si combinano tra loro o si accompagnano; inoltre accade spesso che, cessata una dipendenza, se ne sviluppi una nuova. In questo caso il soggetto non è mai realmente guarito ma ha semplicemente “spostato” la dinamica dipendente su un oggetto diverso, mantenendo attivo il meccanismo patologico.

Definizione delle dipendenze patologiche (o addictions)
La dipendenza da sostanze, come le droghe, l’alcol, il fumo o gli psicofarmaci, è più facilmente riconoscibile; al contrario, quella da comportamenti o attività (gioco d’azzardo, shopping, Internet, sesso, affettiva), è meno conosciuta e più difficile da individuare.
In generale tutte le dipendenze patologiche possono essere evidenti, come spesso avviene in quelle da sostanze riconosciute come un pericolo per la salute e l’equilibrio mentale della persona, oppure molto insidiose e difficili da individuare perché si riferiscono a comportamenti accettati o addirittura incoraggiati dal contesto sociale.
Per essere definita come patologica, una dipendenza deve avere specifiche caratteristiche:
-    La compulsività, ovvero l’incapacità di sottrarsi all’impulso a mettere in atto un comportamento o ad assumere una determinata sostanza.
-    Desiderio incoercibile (craving) che precede la messa in atto del comportamento o l’assunzione della sostanza.
-    Il piacere o il sollievo che viene sperimentato durante l’assunzione o il comportamento.
-    La sensazione di perdita del controllo.
-    La persistenza di un comportamento o dell’assunzione di una determinata sostanza nonostante la consapevolezza delle conseguenze negative.

Tutte le tipologie di dipendenze patologiche presentano dei sintomi specifici, cognitivi, comportamentali e fisiologici:
Tolleranza, ovvero il bisogno di assumere dosi più elevate della sostanza o di aumentare la frequenza e l’intensità del comportamento compulsivo per raggiungere l’effetto desiderato.
Astinenza, fase in cui il soggetto, quando non assume la sostanza o non mette in atto il comportamento compulsivo, prova sintomi fisici e psichici molto spiacevoli, perfettamente opposti a quelli di piacere/sollievo sperimentati durante il comportamento dipendente.
Mancanza di controllo: il soggetto non riesce a ridurre o controllare il comportamento dipendente.
Ossessione: il soggetto si focalizza sulla dipendenza; i pensieri e le immagini ricorrenti relativi al comportamento dipendente causano ansia e disagio marcati.
Perdita di tempo: il soggetto spende una grande quantità di tempo per procurarsi la sostanza, per pianificare e mettere in atto la dipendenza e per riprendersi dagli effetti negativi ad essa connessi.

Per un occhio esterno è molto difficile riconoscere chi soffre di dipendenza patologica, poiché i sintomi sono sperimentati in prima persona dal soggetto. Tuttavia, è molto utile osservare tutti quei segni e fenomeni che possono essere ricondotti a questo importante disagio. I più comuni sono i repentini cambiamenti d’umore (ad esempio il passaggio dall’ebbrezza alla paura), l’insonnia e l’ipersonnia oppure il dormire poche ore per volta, sintomi psicosomatici come gastrite, colite, ipertensione, perdita di appetito, emicranie, cambiamenti di peso evidenti, tosse persistente, anomalie delle pupille. Altri segni importanti sono la tendenza a commettere azioni irresponsabili per procurarsi il denaro necessario a mettere in atto la compulsione.
Tuttavia, il danno più grave ed evidente procurato dalle dipendenze patologiche si verifica nell’ambito sociale, relazionale e affettivo del paziente. Il soggetto interrompe o riduce significativamente le sue attività sociali, lavorative o ricreative e tende all’isolamento. Si verifica un consistente calo del rendimento nel lavoro e nello studio; tutte le relazioni, da quelle familiari a quelle sentimentali, sono compromesse.

La dipendenza affettiva
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La dipendenza affettiva si distingue dalle altre addictions poiché le caratteristiche peculiari di compulsività, ossessività e mancanza di controllo non sono correlate ad un oggetto né ad un comportamento, ma ad una persona. In questa tipologia di rapporto il legame d’amore e affettivo non viene inteso come uno scambio fra due individui psicologicamente liberi e autonomi, dove avviene una crescita dell’Io e dell’amore stesso, ma si trasforma in una dinamica autodistruttiva. La persona dipendente affettivamente idealizza l’oggetto d’amore al quale si aggrappa, è terrorizzata da sbagli o imperfezioni perché crede di dover essere perfetta per essere amata.
Le motivazioni profonde di questo meccanismo risiedono in una relazione negativa con le figure d’appoggio che hanno portato il soggetto ad avere un cattivo rapporto con se stesso, caratterizzato da uno scarso amore e stima di sé e da un continuo bisogno di appoggiarsi e di farsi sostenere da figure esterne di riferimento. La dipendenza con il genitore, nel suo processo sano, cessa gradualmente e si trasforma in autonomia quando il soggetto diventa affettivamente maturo. Ma ciò avviene in modo lineare solo se i bisogni affettivi, materiali, di sostegno o difesa del bambino sono stati soddisfatti. In caso contrario, il soggetto sviluppa l’erronea convinzione di non essere adeguato, di non meritare amore e di non essere in grado di camminare, di agire, di sperimentare, di esprimere opinioni e valutazioni da solo.
Sono molti i comportamenti acquisiti nell’infanzia che portano a sviluppare una dinamica dipendente, come avviene, ad esempio, nel caso di quei bambini eccessivamente responsabilizzati: in loro cresce il bisogno delle stesse cure e attenzioni che devono invece dare ad altri (fratelli più piccoli, malati ecc.) sentendosi abbandonati a se stessi. Oppure in tutte quelle situazioni in cui i genitori sono stati assenti o abbandonici proprio nelle fasi più delicate in cui erano vitali le cure materne.
La più grande paura del dipendente è la solitudine dell’abbandono, già sperimentata nel vissuto infantile, che cerca di scongiurare in tutti i modi, ad esempio prendendosi il carico delle responsabilità altrui, facendo il lavoro per l’altro, arrivando ad accettare anche soprusi e maltrattamenti ai quali seguono umilianti rituali di totale sottomissione, preghiere, inseguimenti, che nascondono un profondo odio di sé. Nel rapporto affettivo, in particolare in quello sentimentale, il soggetto diventa dipendente dal comportamento dell’altro e nello stesso tempo cerca di controllarlo. Per sostenere la propria autostima ha bisogno di continue conferme e attenzioni e il suo amore ossessivo è un’estenuante ricerca di un legame fusionale con il soggetto dal quale dipende. La relazione, tuttavia, non evolve in un legame autentico ma si trasforma una gabbia di insoddisfazione e infelicità. L’altro non è mai visto per com’è veramente ma è idealizzato diventando un contenitore di proiezioni ingannevoli che derivano da bisogni personali profondi e radicati.
Chi dipende affettivamente sviluppa sentimenti ed emozioni contrastanti nei quali la paura è la sensazione dominante: paura di perdere l’altro, di cambiare, di separarsi, di rimanere da soli, di essere se stessi. Spesso è presente anche una forte rabbia che sfocia in gelosia e possessività. Altri tipici sintomi emotivi sono il senso di colpa, d’inferiorità nei confronti del partner, ossessività rispetto alla relazione, tendenza a chiudersi e a restringere la vita sociale.
Un aspetto fondamentale è la percezione che i soggetti con dipendenza affettiva hanno del loro disagio: essi si rifiutano di essere paragonati ad un’alcolista o ad un tossicodipendente. Eppure il sistema chiuso delle dipendenze da sostanze presenta gli stessi tratti della dipendenza affettiva come l’egocentrismo, la negazione, la scissione dei sentimenti, la coazione al controllo. Il denominatore comune è sempre lo stesso: la sostituzione dell’Io con l’altro (comportamento, sostanza, persona).

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I fiori di Bach per le dipendenze patologiche La terapia

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