MAL DI MONTAGNA
Con questo termine ci si riferisce ad una complessa sintomatologia che può verificarsi
in chi si spinge in alta quota.
I sintomi
I sintomi più comuni sono il senso di stordimento, mal di testa, debolezza o,
al contrario, euforia, inappetenza, insonnia. La sintomatologia può complicarsi
con cefalea resistente agli antidolorifici, nausea e vomito. L’ulteriore e drammatico
decorso può essere rappresentato da edema polmonare e cerebrale.
L'"ipossia"
Tutte queste manifestazioni rispecchiano sostanzialmente la sofferenza dei tessuti
esposti all’ipossia, cioè la condizione di scarsa disponibilità di ossigeno tipica dell’alta quota. Si comincia a parlare di ipossia sopra i 3500 metri. La sintomatologia è molto
variabile tra i soggetti e questo riflette la diversa suscettibilità individuale.
Tuttavia quasi tutti accusano qualche sintomo se ci si spinge verso i 5000 metri.
Sulle Alpi queste quote sono meta di alpinisti in genere esperti, nel senso che
richiedono buon allenamento e capacità tecniche.
Una tipica ascensione al Monte Bianco richiede due giorni con un pernottamento
alle soglie dei 3000 metri. Pertanto, la permanenza in alta quota è in genere
breve e, malgrado i sintomi del mal di montagna siano piuttosto comuni al di sopra
dei 4000 m, sono estremamente rare le complicazioni gravi. Bisogna però considerare
che prende sempre più piede la moda del trekking extraeuropeo sulle montagne del
mondo che non necessariamente presentano difficoltà alpinistiche, ma sicuramente
comportano esposizione a quote ben più elevate.
Gli appassionati che
scelgono un trekking per le loro vacanze spesso lo fanno con l’entusiasmo della
novità e dell’esplorazione, non hanno una particolare preparazione fisica e sono
molto genericamente al corrente delle problematiche mediche legate all’esposizione
all’ipossia. Nell’era della globalizzazione dei servizi l’aereo porta rapidamente
in zona e di colpo gli escursionisti si trovano proiettati in un ambiente che
sicuramente pone l’organismo in una condizione di stress psicofisico notevole.
Molti organizzatori di trekking si confrontano quindi con un problema di sicurezza
visto il crescente numero di partecipanti ai trekking di alta quota; di qui la
necessità di disporre di alcune precise linee guida e di un supporto medico.
Di questo problema si è recentemente occupata la "International Society for Mountain Medicine", un’associazione che annovera scienziati, alpinisti-scienziati e medici sportivi
che si dedicano principalmente all’alta quota. L’associazione ha stilato una serie
di suggerimenti che vengono qui riassunti.
Le due gravi complicazioni che possono essere fatali sono l’edema polmonare e cerebrale d’alta quota. Il primo si manifesta con dolori al torace, senso di prostrazione,
insufficienza respiratoria; il secondo con fortissima cefalea, nausea, vomito,
coma. Entrambi i quadri si sviluppano in modo rapido e tumultuoso, ma si risolvono
abbastanza rapidamente con il pronto ritorno al di sotto dei 2000 metri oppure
con la somministrazione di ossigeno. Entrambe le soluzioni si presentano però
problematiche per le obiettive difficoltà di realizzazione: non è facile trasportare
e far rapidamente scendere di quota un soggetto non autosufficiente e d’altra
parte non è possibile portare scorte di ossigeno sufficienti a risolvere il caso.
Le regole di sicurezza
Vediamo dunque quali sono le regole di sicurezza cui è necessario attenersi.
- Salire adagio e possibilmente pernottare a quote il più basse possibile; nel caso di ascesa ad una vetta conviene attrezzare la via e ridiscendere a
dormire ad un campo inferiore. Il suggerimento di procedere adagio e non avvicinarsi
ai propri limiti è assolutamente fondamentale: infatti la casistica correla la
gravità delle complicazioni all’entità dello sforzo fisico sostenuto.
- In caso di escursioni ad altissime quote, portarsi una camera iperbarica portatile ; trattasi di un contenitore pneumatico ove il soggetto viene posto e dove è
possibile generare una pressione che simula una perdita di quota. Il peso del manufatto è di 6-8 kg e la pressione che vi si genera corrisponde mediamente ad una perdita di quota
di circa 800 metri. Nella camera iperbarica il soggetto deve essere posto con
il busto eretto. L’uso della camera è utilissimo per trattare la fase acuta di
edema polmonare e cerebrale, normalmente i miglioramenti si rendono evidenti dopo
90 minuti. Appena possibile e dopo trattamento farmacologico, il soggetto deve
essere evacuato.
- E' altamente raccomandabile avere un medico al seguito, ovviamente esperto di
problematiche di alta quota e preferibilmente buon alpinista.Il medico è il solo che può somministrare con competenza i farmaci adatti. La
International Society for Mountain Medicine insiste sull’importanza di avere un medico al seguito e suggerisce piccoli ritocchi
delle quote di partecipazione per pagare le spese del medico.Qui di seguito vengono
indicati alcuni farmaci usati:
- Acetazolamide: si tratta di un diuretico di cui sembrerebbe provata l’azione preventiva nei
confronti dello sviluppo del mal di montagna. Non è indicato in fase acuta di
edema polmonare.
- Dexametasone: un particolare tipo di cortisone
- Nifedipine: sostanza usata solamente in soggetti fortemente a rischio per lo sviluppo di
edema polmonare
- “Terapia tripla”: vi è la possibilità di usare in associazione tre fattori, ad esempio dexametasone,
nifedipine e camera iperbarica, la camera iperbarica è sostituibile con l’ossigeno
se è disponibile. L’acetazolamide non è prevista nello schema di terapia tripla.
- Come antidolorifici si usano ibuprofen, naproxen e aspirina.
|
Come in altri casi, la politica di benessere.com è quella di porre i problemi all’attenzione di tutti; queste note hanno lo scopo
di sollevare un problema su un argomento che sta prendendo uno spessore notevole,
data la gravità delle complicazioni mediche e la delicatezza e professionalità
richiesta nell’uso dei farmaci.Chi è interessato può farsi vivo direttamente con
la International Society for Mountain Medicine e porre quesiti.
Referenza:Treatment of mountain sickness. The newsletter of the international
society for mountain medicine. Vol. 10 (3), 10-12, 2000. |