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IL QUADRO NORMATIVO

La “sicurezza e salute sui luoghi di lavoro” è uno dei basilari diritti costituzionali in Italia. Un diritto concretamente attuato da un complesso quadro normativo e legislativo, che nel corso dei decenni si è profondamente evoluto, non solo da un punto di vista tecnico, ma anche concettuale e, diremmo, filosofico. Un’evoluzione che merita di essere ripercorsa, seppure per sommi capi, fino ad arrivare alle leggi attualmente in vigore, d’ispirazione europea.

Gli albori e la svolta
I primissimi accenni alla “sicurezza e salute sul lavoro” si trovano nel Codice Civile del 1865, di fatto la prima legge dello Stato unitario. Successivamente, nel 1898, la Legge n. 80 istituì un primo parziale obbligo assicurativo per gli infortuni sul lavoro, che sarebbe stato esteso e completato, in particolare nei riguardi delle donne e dei minori, solo agli inizi del ‘900.
Un piccolo passo in avanti lo si trova nel Codice Penale del 1930, dove vengono esplicitamente citati gli “infortuni sul lavoro”, senza alcuna specificazione di carattere tecnico, e limitandosi a punire, sostanzialmente, i soli comportamenti dolosi, mentre quasi sempre gli infortuni sono legati a fattori di carattere colposo.

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Si trattava di norme quanto mai generiche, basate sul concetto di “riparazione del danno”, ovvero di monetizzazione. In altri termini, gli infortuni sul lavoro erano ritenuti, dallo stesso legislatore, sostanzialmente inevitabili: una sorta di doloroso ma necessario effetto collaterale del progresso industriale.
Per trovare un vero punto di svolta si deve attendere il 16 marzo 1942, quando, nel pieno della seconda guerra mondiale, venne emanato il nuovo Codice Civile, con in evidenza l’articolo 2087: “L'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”. Una prescrizione avanzatissima per l’epoca, che purtroppo dovette attendere tempi migliori per trovare una pratica attuazione.

La Costituzione repubblicana e la legislazione “sintomatica” degli anni ‘50
Il concetto di tutela del citato articolo 2087 trovò una solenne conferma nella Costituzione italiana, promulgata nel 1948, principalmente con l’articolo 41, secondo il quale “l’iniziativa economica privata”, pur essendo “libera”, non può “svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Su questa base, nel pieno della ricostruzione postbellica che avrebbe portato al cosiddetto boom economico, a metà degli anni ’50 vennero predisposti tre importanti Decreti del Presidente della Repubblica (DPR): in pratica, la prima legislazione italiana specificatamente rivolta alla prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali. Si trattava dei DPR 547/55 (sicurezza sul lavoro in generale), 164/56 (specifico per l’edilizia) e 303/56 (norme di carattere igienico).
Nel complesso, si trattava di norme ben fatte, all’avanguardia per l’epoca, articolate e relativamente complete, con alcuni concetti indubbiamente “forti”, tra cui la non derogabilità delle misure di sicurezza, che devono prevalere su ogni altra esigenza produttiva. Non è azzardato affermare che se tali leggi fossero state applicate in modo preciso e puntuale, gli infortuni sul lavoro sarebbero molto più rari di quanto oggi non siano.
Senza entrare nei dettagli, tali leggi avevano un’impostazione che si può definire sintomatica: per ogni prevedibile rischio lavorativo, veniva prescritta la relativa misura di sicurezza. Un criterio per certi versi valido, ma per altri limitante, soprattutto per la difficoltà di tenere il passo con lo sviluppo tecnico, organizzativo e anche sociale delle aziende e degli uffici.

La legislazione europea e il Decreto 626
Per quasi quarant’anni, il panorama legislativo è rimasto sostanzialmente invariato, invecchiando inevitabilmente, e perdendo alcuni dei suoi pregi iniziali. Finalmente, sotto l’impulso di numerose direttive europee, negli anni ’90 si è assistito a un nuovo proliferare di leggi in materia di sicurezza e salute sul lavoro, tra cui spicca, per importanza, il Decreto Legislativo 626 del 1994. Una legge per certi versi rivoluzionaria, che ha mutato radicalmente l’approccio alla materia.
La “sei-due-sei”, come veniva familiarmente chiamata dagli addetti ai lavori, considerava la sicurezza sul lavoro come il risultato concertato di più azioni svolte da una molteplicità di soggetti, lavoratori compresi, nell’ambito dell’organizzazione aziendale. In altri termini, la legge puntava a creare un sistema organizzativo aziendale in grado di garantire la piena sicurezza, senza limitarsi all’elencazione di specifici rischi e misure di sicurezza, come avveniva nella legislazione “sintomatica” degli anni ’50, che peraltro rimaneva in vigore. La sicurezza sul lavoro non viene più vista e descritta come “un qualcosa in più” nell’organizzazione aziendale, ma come “parte integrante” di essa. Una differenza sostanziale.

Arriva il Testo Unico
La storia diventa ormai cronaca, con l’emanazione, nell’aprile 2008, del Testo Unico in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro: il Decreto Legislativo n. 81, che riunisce, coordina e aggiorna, in un unico articolato di legge, quasi l’intera legislazione previgente, abrogando, tra gli altri, il Decreto 626 e i “vecchi” DPR 547, 164 e 303.
Il Decreto 81 conferma e rafforza la medesima filosofia del Decreto 626, dando ancora più importanza alla corretta organizzazione aziendale e a una completa ed effettiva integrazione delle misure e delle procedure di sicurezza nel ciclo produttivo.

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Alcuni concetti di base
Con riferimento alla legislazione vigente, ovvero il Decreto 81/2008, si espongono alcuni concetti di base, poi ampliati e approfonditi in altri testi di questa sezione.
Prima di tutto, questa normativa si applica a “tutte” le attività lavorative, indipendentemente dalla tipologia e dalle dimensioni, e riguarda “tutte” le forme contrattuali dei lavoratori, più o meno stabili o precarie. Le norme in materia di “sicurezza e salute” si applicano quindi alla grande multinazionale come all’artigiano con un solo dipendente, alla fonderia come all’ufficio di un professionista, al grande ipermercato come al piccolo negozio con un commesso part-time, senza alcuna esclusione.
Il “cuore” del Decreto 81, alla pari del precedente Decreto 626, è la cosiddetta “valutazione dei rischi”: il datore di lavoro, avvalendosi nel caso di specialisti del settore, deve identificare e valutare “tutti” i rischi presenti nella propria azienda, mettendo in atto, per ognuno di essi, le necessarie misure di prevenzione e di sicurezza, al fine di eliminare tali rischi, o in subordine ridurli al livello minimo possibile, sulla base delle conoscenze e possibilità tecnologiche.
Come si vede, non è più la Legge che definisce un elenco di possibili rischi, con le conseguenti misure di sicurezza, ma è il datore di lavoro che ha la responsabilità di identificare e mettere sotto controllo “tutti” i rischi della propria azienda, nessuno escluso. Un impegno non da poco.
I concetti precedenti sono rafforzati e resi stringenti dal fatto che la legislazione legata alla sicurezza e salute sui luoghi di lavoro è, interamente, di carattere penale, essendo in gioco la tutela fisica della persona. Ogni violazione di legge in tale materia, anche non legata a un infortunio o a una malattia professionale, a tutti gli effetti è un reato penale.
A prescindere da valutazioni ideologiche o di parte, il Decreto 81/2008 può essere ritenuta una Legge nel complesso ben fatta e rigorosa, con luci e ombre – com’è ovvio – ma comunque adeguata agli obiettivi che si prefigge.
Uno dei suoi difetti principali riguarda forse la sua impostazione, troppo mirata alle medie e grandi aziende, risentendo in ciò della sua derivazione europea. In pratica, nella realtà italiana, costituita in massima parte da piccole e piccolissime aziende, la concreta attuazione del Decreto 81 non è semplice, e troppo spesso si riscontra un’applicazione formale e documentale, senza una ricaduta sostanziale nella realtà aziendale.

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