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RELIGIONE E BENESSERE

A cura di Raffaella di Marzio

La difesa del diritto alla salute è uno dei valori che spesso innestano conflitti di varia intensità tra gruppi religiosi e sistema sociale. Si verifica spesso, infatti, una vera e propria competizione tra i culti che forniscono ai loro adepti trattamenti medici non ortodossi e i gruppi investiti di un potere ufficiale nei campi della medicina e della salute mentale, entrambi sostenuti dalla cultura dominante. Il conflitto si inasprisce, come risulta anche da una ricerca di Kilbourne e Richardson, poiché tanto le terapie ufficiali (per la salute mentale) che i nuovi movimenti religiosi attraggono individui alla ricerca di un cambiamento identitario e di nuovi significati esistenziali.
I culti, tuttavia, cercano di produrre un cambiamento più radicale di quello proposto dalle terapie classiche, e ciò aumenta le tensioni. Dal punto di vista dell’ideologia sottostante, il successo stesso dei culti può essere probabilmente considerato come patologico dai rappresentanti delle terapie classiche.

Nel mondo cristiano (sia cattolico che protestante) esistono molti gruppi e movimenti nei quali si fanno preghiere di guarigione. In una parte di questi gruppi (specialmente le denominazioni evangeliche pentecostali) la relazione causale tra preghiera e guarigione riveste un’importanza rilevante nella dottrina e nella prassi dei fedeli.
Mentre nel mondo protestante le diverse realtà agiscono indipendentemente l’una dall’altra sotto l’influsso degli insegnamenti del proprio pastore, nella Chiesa cattolica sono stati emanati degli orientamenti pastorali finalizzati a limitare eventuali abusi di questa pratica che si sono verificati in passato e ancora, nonostante le direttive della gerarchia, si verificano.
Solo per fare un esempio, nel documento “Istruzione circa le preghiere di guarigione” la gerarchia cattolica sottolinea come ”…l'anelito di felicità, profondamente radicato nel cuore umano, è da sempre accompagnato dal desiderio di ottenere la liberazione dalla malattia e di capirne il senso quando se ne fa l'esperienza. Si tratta di un fenomeno umano, che interessando in un modo o nell'altro ogni persona, trova nella Chiesa una particolare risonanza. Infatti la malattia viene da essa compresa come mezzo di unione con Cristo e di purificazione spirituale e, da parte di coloro che si trovano di fronte alla persona malata, come occasione di esercizio della carità. Ma non soltanto questo, perché la malattia, come altre sofferenze umane, costituisce un momento privilegiato di preghiera: sia di richiesta di grazia, per accoglierla con senso di fede e di accettazione della volontà divina, sia pure di supplica per ottenere la guarigione. La preghiera che implora il riacquisto della salute è pertanto una esperienza presente in ogni epoca della Chiesa, e naturalmente nel momento attuale”.

Quello che preoccupa la gerarchia cattolica, quindi, non è il fenomeno in sé, che si è sempre verificato, ma il numero sempre crescente di gruppi e movimenti cattolici che fanno delle riunioni di preghiera, alle volte congiunte a celebrazioni liturgiche, lo scopo principale del loro esistere al fine di ottenere da Dio la guarigione dei fedeli.
Allarmante è soprattutto il moltiplicarsi di “proclamazioni” di avvenute guarigioni, fatto, questo, che suscita attese e speranze di altre guarigioni in riunioni simili. In questo contesto di proclamazioni si fa appello a quelle che la Chiesa cattolica definisce “un preteso carisma di guarigione”. La convinzione di poter ottenere la guarigione solo attraverso la fede e la preghiera ha indotto un certo numero di fedeli a interrompere le terapie mediche o a non intraprenderle affatto, con conseguenze immaginabili, anche molto gravi.

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Nonostante nel mondo cattolico e in quello protestante ci siano evidenti differenze nel modo di porsi di fronte alle preghiere di guarigione, il fenomeno assume le medesime caratteristiche anche se nel primo caso i fedeli sarebbero tenuti ad osservare le indicazioni della gerarchia, mentre nell’altro tutto è lasciato alla libertà dei singoli pastori che sono alla guida delle rispettive chiese.
Il fenomeno delle guarigioni che si verificano in contesti altamente emotivi e coinvolgenti per i singoli è ormai molto diffuso e la sua esistenza non può essere ragionevolmente messa in dubbio.
È ormai accertato il fatto che le funzioni salutari svolte dalla religione possono inibire le manifestazioni di devianza mentale o migliorare stati mentali anormali, ma la religione può avere anche un ruolo squisitamente terapeutico, grazie ad attività come il rito, le preghiere, le esperienze religiose, le manifestazioni glossolaliche e le conversioni.
Ciò che lo psicologo dovrebbe chiedersi è se ciò che si verifica sia una guarigione solo “fisica” oppure se in questo fenomeno esistono dei risvolti squisitamente psicologici. È ormai un dato acquisito dalla psicologia (e in modo particolare dalla psicologia della religione) che la guarigione fisica sia indissolubilmente legata al benessere psicologico dell’individuo così come la medicina ribadisce l’importanza dell’influsso del benessere psichico del malato sul decorso della sua malattia.
Un altro dato ormai acquisito è quello relativo al fatto che le guarigioni che si verificano durante o in seguito alle preghiere si riferiscono generalmente a malattie di tipo psicosomatico o a malattie per le quali i medici non sono stati in grado di fare una diagnosi. In questi casi la preghiera, il sostegno affettivo degli altri fedeli, l’autorità del leader e la sua fiducia nell’efficacia della fede e della preghiera per ottenere la guarigione possono provocare l’effetto desiderato.
A questa funzione indubbiamente salutare della religione per il benessere dell’individuo si contrappongono effetti opposti dell’esperienza religiosa. Esistono, infatti, forme religiose di varia matrice nelle quali si richiede ai fedeli di evitare l’uso delle medicine, delle vaccinazioni, delle trasfusioni di sangue o di rivolgersi a specialisti della salute mentale. I divieti sono talvolta giustificati su base biblica, altre volte si fondano su direttive emanate dai fondatori.
Queste direttive, oppure le interpretazioni fondamentaliste e letteraliste della Sacra Scrittura, se considerate vincolanti dagli adepti, possono causare conseguenze drammatiche, come i numerosi casi di decessi dovuti al rifiuto delle cure mediche per motivi religiosi.

A denunciare per prima questa situazione, negli anni Ottanta, è stata l'associazione CHILD (Children Helthcare Is Legal Duty), fondata da Rita Swan e da suo marito Douglas, dopo la morte del loro figlio Matthew di sedici mesi, avvenuta nel 1977, quando la coppia era affiliata alla Christian Science fondata da Mary Baker Eddy e aderiva agli insegnamenti della fondatrice secondo i quali la causa di ogni malattia è da ricercarsi nel peccato. A sedici mesi il piccolo Matthew si ammalò con una febbre molto alta, ma non ricevette le cure mediche appropriate tanto che, quando alla fine fu ricoverato, era ormai troppo tardi. Morì a una settimana dal ricovero per una malattia che poteva essere curata con dei comuni antibiotici. La coppia lasciò la chiesa subito dopo la morte del bambino. Da allora Rita Swan si impegna a diffondere la sua testimonianza e rivolge appelli continui alle autorità perché il diritto dei bambini a essere curati sia finalmente garantito dagli Stati.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, un’interessante ricerca sui danni causati ai più deboli, in modo particolare ai bambini, dall’affiliazione dei loro genitori ad un gruppo religioso, è quella condotta dal pediatra Seth M. Asser e dalla stessa Rita Swan, pubblicata sulla rivista Pediatrics (Child Fatalities From Religion-motivated Medical Neglect) in collaborazione con il Dipartimento di Pediatria dell’Università di San Diego e l’Associazione CHILD.
Nell’introduzione alla ricerca gli autori sottolineano il fatto che le cure non tradizionali e i riti religiosi, quando vengono utilizzati per risolvere piccoli problemi di salute, sono del tutto innocui e producono talvolta anche qualche miglioramento effettivo. Le stesse pratiche, tuttavia, potrebbero portare a peggioramenti evitabili o alla morte quando si è in presenza di disturbi più seri. Anche se alcune chiese hanno pubblicato testimonianze che attestano guarigioni da malattie organiche e funzionali in seguito all’intervento della potenza di Dio, questa affermazione non sarebbe fondata e confermata dal punto di vista scientifico.
Sebbene ci siano precedenti legali che stabiliscono il diritto di un adulto a rifiutare il trattamento medico per il mantenimento in vita, queste disposizioni non possono permettere ai genitori o ai tutori di negare ai bambini le necessarie cure mediche. La Suprema Corte degli Stati Uniti ha stabilito questo principio con chiarezza: "Il diritto a praticare liberamente la religione non include la libertà di esporre la comunità o i bambini a malattie infettive, a cattiva salute o alla morte … I genitori possono essere liberi di diventare martiri, ma questo non significa che essi siano liberi, nelle stesse circostanze, di trasformare in martiri i loro bambini prima che essi abbiano raggiunto l'età della piena e legale capacità di intendere ..."

Per quanto riguarda la metodologia della ricerca, gli autori hanno compilato una lista di bambini morti negli Stati Uniti tra il 1975 e il 1995. I primi casi sono stati tratti dagli archivi della CHILD; altri casi sono stati desunti da articoli di giornali, cause penali, comunicazioni personali, documenti pubblici e riservati. Sono stati esclusi dalla ricerca i casi nei quali la morte dei bambini non era dovuta alla credenza nella guarigione per fede: per esempio i bambini degli Amish (ai quali vengono negate le cure per motivi più culturali che religiosi) e quelli dei Testimoni di Geova ai quali viene negata solo la trasfusione di sangue e dei suoi derivati e i cui genitori non credono alla guarigione per fede.
Dopo aver considerato le sopraddette condizioni e le diagnosi, i bambini sono stati inseriti in una statistica in base al probabile esito che avrebbe avuto la loro malattia se fossero state utilizzate le cure comuni o le misure preventive che si adottano normalmente. Poiché le cure mediche sono state perfezionate nel corso degli anni, i casi di morte sono stati comparati alle statistiche corrispondenti al periodo in cui il fatto è avvenuto. Per ogni tipo di patologia sono state identificate le statistiche più attendibili e riconducibili a casi simili.
Per quanto riguarda i risultati sono stati presi in considerazione solo 172 casi con i requisiti necessari per rientrare nel campione della ricerca. Nel caso di 113 bambini i sintomi erano talmente chiari e prolungati al punto che i genitori erano fortemente preoccupati e hanno cercato aiuto all’esterno chiedendo preghiere e riti a sacerdoti, parenti e membri di altre chiese. Per 98 di loro si trattava di malattie non cancerogene per le quali era possibile una prognosi eccellente con le cure mediche comuni o quelle chirurgiche. Solo due bambini non avrebbero potuto beneficiare delle cure. Per tutti gli altri bambini malati di tumore le cure mediche avrebbero potuto dare una possibilità ragionevole di sopravvivenza a lungo termine e avrebbero potuto ridurre la sofferenza. Nella ricerca vengono inoltre indicate 59 morti prenatali e perinatali. Tutti i bambini, tranne uno, avrebbero potuto avere un buon/eccellente esito con le normali cure mediche.
Nella ricerca sono state verificate anche le omissioni di cure durante la gravidanza e al momento del parto. Le madri generalmente non accettavano cure per il bambino appena nato e i parti erano non assistiti o assistiti da persone non competenti. Due madri avevano avuto due precedenti parti cesarei ed erano state avvisate di non partorire in casa: tuttavia la forza della fede religiosa e il desiderio di obbedire ai presunti dettami divini hanno fatto sì che esse partorissero ugualmente in casa. All’interno di questi gruppi religiosi, insieme alle preghiere, viene talvolta praticata anche una sorta di "pseudoscienza": di fronte a evidenti segni di sofferenza fetale e materna i leader o i membri del gruppo forniscono alle persone sofferenti spiegazioni “mediche” e rassicurazioni basate unicamente sulle loro convinzioni religiose. Il risultato di quest’opera di condizionamento è stato che sei madri sono morte dopo il parto e alcune sono state curate in ospedale dopo aver partorito in casa per lacerazioni o per la mancata espulsione della placenta.

Nello studio di Seth M. Asser e Rita Swan sono state considerate 23 denominazioni religiose presenti in 34 Stati. L’83% delle morti riguardano 5 gruppi. In particolare: 50 casi nell’Indiana, sede della Faith Assembly, 16 morti in Pennsylvania, di cui 14 erano adepti del Faith Tabernacle, 15 morti in Oklahoma e Colorado nella Church of the First Born, 5 morti nel South Dakota all’interno dell’End Time Ministries. Su scala nazionale, all’interno della Christian Science, si sono verificate 28 morti.
Gli autori sostengono che anche la letteratura scientifica è molto carente in questo campo e si occupa soprattutto dei casi di bambini che si ammalano perché non sono immunizzati dai vaccini, non somministrati a causa di motivazioni religiose. C’è perfino il sospetto che le omissioni di cure mediche a danno dei bambini spesso non vengano neanche denunciate dalle autorità, dagli insegnanti, dagli assistenti sociali e dalla polizia che talvolta non effettua i dovuti esami sui corpi dei bambini morti. Per questo motivo gli autori sospettano che durante i 20 anni presi in esame siano avvenuti molti più decessi di quelli effettivamente accertati.

L’American Academy of Pediatrics, l'American Medical Association, la National District Attorneys Association, e il National Committee for the Prevention of Child Abuse, tra gli altri, hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche che richiedono l’abrogazione completa delle leggi che negli Stati Uniti permettono ai genitori di non fornire cure ai loro figli per motivi religiosi. I bambini che vivono all’interno di queste sette religiose, secondo queste organizzazioni, hanno diritto alla stessa protezione della legge rispetto agli altri bambini: questo provvedimento potrebbe evitare che centinaia di minori soffrano inutilmente e muoiano di morte prematura.
Secondo quanto affermato da Rita Swan, dopo la divulgazione dei risultati della sua ricerca, inaspettatamente sono giunte agli autori notizie su altri casi simili. Funzionari pubblici dell'Oregon, per esempio, hanno dichiarato pubblicamente che 90 bambini appartenenti alla Congregazione Followers of Christ erano morti: 78 erano stati seppelliti nel cimitero della chiesa, altri 12 erano morti vicino a Caldwell, nell'Idaho, nell'arco di vent’anni. Nessuno di questi novanta bambini era stato incluso nella ricerca, pur essendo deceduti tutti tra il 1955 e il 1998, e nessuno, fuori dal gruppo, ne aveva avuto notizia.

Di questo problema si è occupato anche il Consiglio d’Europa che, nel Rapporto 1999 in materia di sette, inserisce tra le priorità degli Stati anche “La Protezione dei membri più deboli” poiché proprio i più deboli, come i bambini, sono morti o sono stati privati dei loro diritti a causa delle scelte che i genitori hanno fatto per loro in quanto affiliati ad una setta che esercita sui suoi adepti il diritto di vita e di morte.
Il Comitato per gli Affari Sociali, della Salute e della Famiglia afferma la sua profonda preoccupazione " ... per la situazione dei bambini i cui genitori sono membri di una setta, e sono essi stessi giovani vittime. Alcune sette cercano di separare i figli dalle loro famiglie, e possono addirittura metterli contro i loro stessi genitori. Molto spesso i bambini non frequentano la scuola e vivono isolati dalla società. Privati di istruzione e riferimenti sociali, vivono lontani dalla realtà culturale e sociale. Inoltre in molti casi vengono loro negate adeguate cure mediche ... In tutti i casi in cui bambini o adolescenti appartengano ad una setta, si dovrebbe fare il possibile per garantire la maggior protezione dell'integrità fisica e mentale, e il loro reinserimento sociale".

Le tragiche conseguenze derivanti da forme religiose settarie colpiscono fortemente chiunque ne venga a conoscenza, specialmente chi non appartiene ad alcuna denominazione religiosa oppure vive la propria religione come la maggior parte delle persone, in modo piuttosto distaccato dalle scelte di vita e senza quella convinzione profonda che caratterizza, invece, questi gruppi. Al loro interno l’omissione delle cure mediche è considerata una obbedienza diretta ai dettami divini: non ottemperare a questi ultimi significherebbe perdere per sempre la vita eterna. Di fronte a questa scelta essi preferiscono sacrificare una vita finita a favore di quella “infinita” perché la perdita della vita fisica è considerata il male minore di fronte alla perdita della vita eterna.

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Bibliografia
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- Introvigne M. & Zoccatelli P. (Eds) (2006). Le religioni in Italia, con la collaborazione di Raffaella Di Marzio - Andrea Menegotto - Nelly Ippolito Macrina - Veronica Roldan. Leumann (Torino): Elledici - Gorle (Bergamo): Velar

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