IL COLESTEROLO FRA MITI E REALTÀ - I PARTECOLESTEROLOA cura del Dott. Vincenzo Trani |
L'identificazione dell'ipercolesterolemia quale fattore di rischio cardiovascolare è il risultato di una lunga serie di studi epidemiologici che hanno messo in evidenza la correlazione tra i valori del colesterolo nel plasma ed eventi ischemici cardiovascolari, in primo luogo l'infarto del miocardio e la mortalità cardiovascolare, della quale l'infarto miocardico e l'ictus cerebri costituiscono le cause più frequenti.
Inoltre da questi studi è emerso che i vari fattori di rischio in questione (ipertensione, fumo, diabete, obesità, familiarità per cardiopatia ischemica oltre che bassi livelli di HDL e sesso maschile) si potenziano a vicenda, per cui tanto più numerosi sono i fattori di rischio in un singolo individuo, tanto maggiore sarà la probabilità di morte per cause cardiovascolari.
Brevi cenni sul killer delle arterie
Il colesterolo è una sostanza, presente in tutte le cellule dell'organismo. Esso svolge molte e importanti funzioni all’interno delle stesse: serve per la sintesi di alcuni ormoni, gioca un ruolo fondamentale nella produzione della vitamina D, è un costituente delle membrane cellulari e di vari tessuti.
Il colesterolo deriva da due fonti principali:
Nel sangue è veicolato da particolari proteine, le "lipoproteine". Ne esistono 2 tipi:


Sulla base della loro origine le ipercolesterolemie possono essere distinte in
primitive e secondarie.
Le seconde sono causate da altre affezioni in grado di influenzare il metabolismo
delle lipoproteine (cirrosi biliare primitiva, epatopatie con stasi biliare, diabete
mellito, ipotiroidismo, sindrome nefrosica, uso prolungato di farmaci come i cortisonici
e contraccettivi orali). Le prime invece sono quelle non associate a malattie
che possono alterare il metabolismo lipidico.
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I farmaci indicati per il trattamento dell'ipercolesterolemia comprendono: statine, fibrati, resine a scambio ionico, ezetimibe (di recente commercializzazione), probucolo, acido nicotinico.
Una classe di molecole dalle molte facce: le Statine
Negli ultimi vent'anni sono state acquisite conoscenze di rilievo sulla prevenzione
in campo cardiaco.
Tra le molecole più promettenti che non hanno deluso le aspettative e che al
contrario hanno dato e sembra abbiano ancora tanto da dare, vi sono gli inibitori
dell'HMG CoA reduttasi (enzima che catalizza, negli epatociti, la trasformazione
dell'idrossi metil glutaril coenzima A in mevalonato, precursore del colesterolo)
ovvero le tanto acclamate Statine.
Il loro potenziale benefico è ormai comprovato ed assodato nel campo della salute
cardiovascolare. La produzione di questi risultati è dunque il frutto di questa“nuova
“classe di farmaci
In contrasto con la precedente teoria, secondo cui era l'accrescersi della placca aterosclerotica a produrre ischemia a livello dei vasi sanguigni, ora si sa che il vaso si rimodella e una riduzione del flusso si verifica solo in condizioni di aumentata richiesta di sangue. Il pericolo non sta perciò nell'aumento di volume della placca, quanto nella destabilizzazione della placca, che si frammenta, liberando sostanze trombogeniche con conseguente drastica riduzione del lume del vaso La placca instabile tra l’ altro è spesso piccola, ma suscettibile alla rottura.
Non solo Colesterolo
Il rischio di incorrere in un evento ischemico cardiaco o cerebrale non è quindi
appannaggio solo di chi ha un colesterolo alto; la consapevolezza di questo dato
ha di recente risvegliato l'interesse dei ricercatori per la proteina C reattiva,
un marker infiammatorio la cui aumentata presenza nel siero avrebbe valore prognostico
sfavorevole per la coronaropatia. Le statine sono in grado di abbassare i livelli
di PCR, facendo ipotizzare che il loro effetto protettivo cardiovascolare si esplichi
anche mediante una soppressione dell'infiammazione. Il dosaggio della PCR potrebbe
essere un criterio aggiuntivo per indirizzare la prescrizione delle statine.
D'altra parte, l'incertezza sul meccanismo con cui diminuiscono la proteina C
reattiva, pone qualche interrogativo sulla pertinenza di un'estensione del loro
utilizzo.
Le ipotesi prospettate sono due: secondo la prima, la risposta di fase acuta
dell'infiammazione arteriosa sarebbe innescata dal deposito nella placca di LDL
ossidate; per la seconda ipotesi, invece, altri stimoli renderebbero cronica la
risposta di fase acuta contribuendo all'aterogenesi in persone predisposte o iperlipidemiche.
Tali stimoli sarebbero identificabili nel fumo, in ripetute infezioni mucose
(come bronchiti, gastriti, periodontiti), nell'invecchiamento stesso (con l'accumulo
di stress ossidativo), nella menopausa (col calo degli estrogeni che mediano la
produzione di NO), nell'obesità, nei prodotti di glicazione del diabete, nell'alta
concentrazione plasmatica di omocisteina.
Le due ipotesi possono non escludersi reciprocamente; tuttavia, se il modo di
agire prevalente fosse il primo, una terapia con statine anche ad alte dosi non
interferirebbe con i meccanismi reattivi alle infezioni e adattativi allo stress;
se invece le statine inibissero direttamente la risposta infiammatoria coi suoi
effetti benefici, vi sarebbe motivo per limitare il loro impiego. Una prima prova
che questo rischio non sussiste viene da un recente confronto tra soggetti in
terapia concomitante con statine e soggetti non trattati con questi farmaci, in
termini di mortalità ospedaliera in corso di batteriemia (3 per cento contro 20
per cento).
La lista delle indicazioni si potrebbe allungare
Grazie ai loro effetti pleiotropici, le statine si stanno dimostrando promettenti
anche nella prevenzione del diabete mellito, dell'osteoporosi, dell'Alzheimer
e della demenza in generale, della sclerosi multipla, di alcune neoplasie.
Sono poi in grado di inibire la proliferazione di linfociti e altre cellule mononucleate
del sangue, tanto da essere ora allo studio per un possibile impiego nella terapia
delle leucemie. Le proprietà antireattive per esempio della pravastatina, fa sì
che essa riduca l'incidenza di rigetto nei trapiantati di cuore e di rene.