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LE EPATITI VIRALI

A cura della Dott.ssa Rosanna Berardi,
Clinica di Oncologia Medica, Università Politecnica delle Marche, Ancona

L'epatite virale è un'infiammazione del fegato causata dall'infezione da parte di alcuni virus che hanno la caratteristica di replicarsi principalmente o esclusivamente nel tessuto epatico.
Ad oggi sono noti 5 tipi di epatite determinati dai cosiddetti virus epatitici maggiori: epatite A, epatite B, epatite C, epatite D (Delta), epatite E. In circa il 10-20% dei casi tuttavia l’agente responsabile dell’epatite resta ignoto. Di recente sono stati scoperti altri virus epatotropi, quali il virus G, il virus TT ed ultimamente il SEN virus, ma il loro ruolo come agenti causali di epatite è tuttora in fase di studio e nel caso del virus G ed il virus TT appare ancora dubbio.
I suddetti virus causano infezione acuta che può essere silente oppure sintomatica. Solo alcuni virus (HBV, HCV, HDV) possono stabilire infezione permanente, causando vari gradi di danni al fegato.

SINTOMATOLOGIA

Infezione acuta
Nella maggior parte dei casi l'infezione acuta si manifesta con disturbi di tipo influenzale, senso di malessere e stanchezza preceduti talvolta da modificazioni del colore delle urine che diventano scure, delle feci che diventano chiare, della sclera e della cute che tendono ad ingiallire (ittero).
La maggior parte delle infezioni acute non si accompagna a questi classici sintomi di epatite acuta (epatite asintomatica).
In casi molto rari l'infezione è così severa da provocare la fulminea distruzione del fegato con rapido deterioramento dell'attività di altri organi vitali (epatite fulminante). Questa forma di epatite ha spesso esito rapidamente mortale.

L’infezione acuta da epatite A, B e C è caratterizzata nella prima fase da:

  • Malessere generale
  • Perdita dell’appetito
  • Nausea
  • Debolezza
  • Facile affaticabilità
  • Mal di testa
  • Dolori addominali non intensi e difficilmente localizzabili
  • Ittero (la pelle e la sclera assumono un colore giallastro).

Infezione cronica
La persistenza del virus nel fegato può causare infiammazione permanente del tessuto epatico, cioè epatite cronica. L'epatite cronica è dovuta alla continua aggressione delle cellule epatiche infette da parte del sistema immune, che però non riesce ad eliminare il virus. Nella metà circa dei pazienti l'infezione cronica causa lesioni importanti del fegato e una quota di questi pazienti può sviluppare cirrosi.
In alcuni casi (10-20%), il paziente presenta il quadro classico dell’influenza con febbre (da 37,7 a 38,3) e mal di gola, raffreddore e tosse. Le urine tendono a diventare ipercromiche, cioè con una colorazione più intensa. In definitiva, la sintomatologia è poco specifica (cioè non fa pensare immediatamente all’epatite) perché potrebbe essere riferita anche ad altre malattie. Ci sono però alcune circostanze che devono far pensare a un’epatite, per esempio:

  • Recentemente si sono mangiati frutti di mare crudi
  • Si è sofferto di un’intossicazione alimentare
  • Si sono avuti rapporti sessuali non protetti
  • Si sono avuti contatti con persone con deficit immunitari
  • Si è entrati in contatto con sangue o emoderivati
  • Si è fatto uso di stupefacenti con scambio di siringhe

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L’epatite cronica, soprattutto la C, non produce sintomi particolarmente evidenti, se non la costante sensazione di spossatezza, che magari si attenua con il riposo, e la scarsa resistenza alla fatica. Non è un sintomo, bensì un segno clinico, l’ingrossamento della milza o splenomegalia. In effetti, però, la diagnosi di epatite cronica, e la differenziazione tra forma silente e attiva, è compito del laboratorio.
Ogni anno in Italia almeno 15.000 pazienti muoiono per cirrosi e circa 6.000 per carcinoma del fegato. Infezione cronica con virus epatitici ed abuso di alcol sono le cause prevalenti.

L'epatite A
È sostenuta da un virus a struttura RNA (HAV), classificato attualmente come prototipo del nuovo genere degli Hepatovirus, ed ha un periodo di incubazione che va da 15 a 50 giorni. L’epatite A ha generalmente un decorso autolimitante e benigno; sono pure frequenti le forme asintomatiche, soprattutto nel corso di epidemie e nei bambini. Tuttavia a volte si possono avere forme più gravi con decorso protratto ed anche forme fulminanti rapidamente fatali. La diffusione avviene per via feco-orale mediante contatti interpersonali o tramite cibo e acqua contaminati. Il virus è presente nelle feci 7-10 giorni prima dell’esordio dei sintomi e fino a una settimana dopo, mentre è presente nel sangue solo per pochi giorni. In genere il contagio avviene per contatto diretto da persona a persona o attraverso il consumo di acqua o cibi crudi o non cotti a sufficienza, soprattutto molluschi, contaminati con materiale fecale contenente il virus. Solo raramente sono stati osservati casi di contagio per trasfusioni di sangue o prodotti derivati. In genere la malattia ha una durata di 1-2 settimane e si manifesta con febbre, malessere, nausea, dolori addominali ed ittero, accompagnati da elevazioni delle transaminasi e della bilirubina. I pazienti guariscono completamente senza mai cronicizzare. Non esiste lo stato di portatore cronico del virus A, né nel sangue, né nelle feci. Il periodo medio di incubazione è di 4 settimane. L'infezione non cronicizza mai. In rari casi l'infezione può avere decorso fulminante e mortale. Attualmente solo il 10% degli italiani d'età inferiore ai 20 anni, ha sviluppato anticorpi protettivi contro il virus epatite A. Di conseguenza sono in aumento le infezioni nella popolazione adulta che, a differenza di quanto avviene nel bambino, è malattia sintomatica fastidiosa, che può protrarsi per alcuni mesi. La prevenzione primaria implica lavare frequentemente le mani, risciacquare accuratamente frutta e verdura, bollire i cibi potenzialmente contaminati, evitare la balneazione in acque che possono essere contaminate da scarichi fognari. La prevenzione secondaria riguarda soggetti già esposti al rischio di epatite A e si basa sulla iniezione di gammaglobuline umane aspecifiche che però ha efficacia limitata nel tempo. Più efficace e sicura è la prevenzione mediante vaccino ottenuto per inattivazione e uccisione del virus. Esiste anche un vaccino preparato con proteine virali sintetizzate artificialmente con tecniche di ricombinazione genetica. Il vaccino contro l'epatite A viene somministrato per via sottocutanea o intramuscolare, nel muscolo deltoide della spalla, in due dosi, ai tempi 0 e 6 mesi. La vaccinazione è innocua ed è raccomandata, nei soggetti a rischio, fra cui coloro che sono affetti da malattie epatiche croniche, gli omosessuali, coloro che viaggiano in paesi dove l’epatite A è endemica, per coloro che lavorano in ambienti a contatto con il virus, i tossicodipendenti, ed i contatti familiari di soggetti con epatite acute A.

L'epatite B
È sostenuta dal virus dell’epatite B (HBV) che è un virus a DNA appartenente alla famiglia degli Hepadnaviridae. L'infezione è sostenuta da 2 ceppi dominanti: uno, definito selvaggio, si caratterizza per la presenza nel sangue dell'antigene “e” (HBeAg) mentre l'altro, detto mutante è sprovvisto dell’antigene “e”. Il ceppo HBeAg identifica infezioni croniche di recente origine con replicazione sostenuta. Il ceppo HBeAg negativo rappresenta la fase più tardiva delle infezioni croniche ed ha bassa replicazione. Entrambi i ceppi possono causare malattie epatiche lievi e severe. In Italia il 95% dei pazienti affetti da epatite cronica B è portatore del ceppo HBeAg negativo. La sorgente d’infezione è rappresentata da soggetti affetti da malattia acuta o da portatori d’infezione cronica, che hanno il virus nel sangue ma anche in diversi liquidi biologici: saliva, bile, secreto nasale, latte materno, sperma, muco vaginale ecc.. La trasmissione, attraverso il sangue avviene pertanto per via parenterale, apparente o non apparente, per via sessuale e per via verticale da madre a figlio. La via parenterale apparente è quella che si realizza attraverso trasfusioni di sangue od emoderivati contaminati dal virus, o per tagli/ punture con aghi/strumenti infetti. La via parenterale in apparenza si realizza quando il virus penetra nell’organismo attraverso minime lesione della cute o delle mucose (spazzolini, forbici, pettini, rasoi, spazzole da bagno contaminate da sangue infetto).
Per quanto riguarda il rischio di contagio per trasfusione, esiste ancora nei paesi in via di sviluppo, mentre è praticamente nullo nei paesi industrializzati. Infatti, al controllo del sangue della donazione si aggiungono i processi di lavorazione successiva che distruggono il virus. A rischio dunque sono i tossicodipendenti, gli omosessuali, il personale sanitario a contatto con persone contagiate o che lavorano sull’agente infettivo, ma anche i contatti familiari e sessuali con persone infette, e tutte quelle pratiche che prevedono il contatto con aghi e siringhe non sterili, come i tatuaggi, piercing, manicure, pedicure, ecc.. Il virus resiste in ambienti esterni fino a 7 giorni, per cui il contagio è possibile anche per contatto con oggetti contaminati. Il periodo di incubazione varia fra 45 e 180 giorni, ma si attesta solitamente fra 60 e 90 giorni. Nella maggior parte dei casi non evoca sintomi specifici. Nell'adulto l'infezione acuta si risolve spontaneamente nel 97% dei casi e solo nel 3% dei casi ha evoluzione cronica. Di rado (1 ogni 10.000), l' infezione può avere evoluzione fulminante e richiedere trattamento con trapianto ortotopico di fegato. L’epatite acuta B è nella maggior parte dei casi asintomatica. In coloro in cui la malattia si manifesta, l’esordio è insidioso, con vaghi disturbi addominali, nausea, vomito e spesso si arriva all’ittero, accompagnato a volte da lieve febbre. Solo però il 30-50 per cento delle infezioni acute negli adulti e il 10 per cento nei bambini porta all’ittero. Il tasso di letalità è di circa l’1 per cento. Nel neonato e negli infanti l'infezione acuta HBV ha frequente evoluzione cronica (50% dei casi), poiché le difese immunitarie sono meno efficaci. Dal 1991 fino al 2003 è stata attuata la prevenzione dell'infezione su scala nazionale mediante programma di vaccinoprofilassi obbligatoria dei nuovi nati e dei dodicenni. Dal 2003 vengono vaccinati solo i nuovi nati. Dal 1984 la vaccinazione è messa a disposizione delle Regioni per individui a rischio di contrarre l'infezione come i conviventi di pazienti infetti, categorie professionalmente esposte, pazienti in attesa di cure ospedaliere complesse e viaggiatori verso regioni endemiche per epatite B.
Il programma di vaccinazione anti HBV opera in oltre 150 Paesi. Sono in sviluppo vaccini orali, cioè alimenti vegetali di largo consumo geneticamente modificati, che possono permettere la vaccinazione di molte popolazioni in aree economicamente disagiate. Nel 20 per cento dei casi l’epatite cronica può progredire in cirrosi epatica nell’arco di circa 5 anni. Il cancro al fegato (epatocarcinoma) è un’altra complicanza frequente dell’epatite cronica, soprattutto nei pazienti con cirrosi. L’infezione da HBV nei paesi ad elevata endemia è responsabile fino al 90% dei carcinomi del fegato. Il virus è presente in quasi tutti i liquidi biologici del portatore: la trasmissione avviene per contagio interumano mediante penetrazione attraverso la cute e le mucose di minime quantità di liquidi organici infetti. Le modalità più frequenti di contagio sono i rapporti sessuali e la puntura con aghi infetti. In Asia e Africa una via importante è anche la trasmissione materno-fetale. In Italia negli ultimi decenni il livello di infezione cronica HBV nella popolazione è calato dal 2-3% allo 0.8%. Questo è avvenuto per effetto della osservanza di più stringenti misure di screening dei donatori di sangue, di igiene privata e pubblica e per la introduzione della vaccino-profilassi. L’infezione cronica con il virus dell’epatite B può essere trattata con interferone alfa per via parenterale; lamivudina e adefovir dipivoxil, per via orale. L’interferone è indicato come trattamento di prima linea nei pazienti più giovani, con evidente danno al fegato, mentre la sua somministrazione è gravata da rischi nei pazienti con malattia epatica avanzata e nei pazienti con alterazioni del sistema immunitario, come i pazienti portatori di trapianto d’organo.
Il trattamento con lamivudina è ben tollerato da tutti i pazienti e può essere somministrato anche a pazienti con scompenso epatico (ittero ed ascite) e nei portatori di trapianto d’organo. La cura, però, tende a perdere efficacia nel volgere di pochi mesi poiché il virus dell’epatite B, mutando, genera resistenza al farmaco. L'adefovir dipivoxil, farmaco dotato di potente azione anti-epatite B è privo di effetti collaterali, causa minore resistenza virale ed è attivo contro HBV lamivudino-resistente. Sono in sperimentazione altri efficaci farmaci antivirali.

L'epatite C
È sostenuta da un virus umano a struttura RNA, il virus HCV (Hepacavirus) fa parte della famiglia dei Flaviviridae.
Nel mondo, il virus dell'epatite HCV, è presente nel sangue di oltre 250 milioni di persone. Esistono 6 diversi tipi di HCV (genotipi) diffusi in modo diverso nei vari continenti. L’infezione colpisce circa il 3% della popolazione mondiale. In Italia oltre il 2% della popolazione adulta è infetto. Il periodo di incubazione va da 2 settimane a 6 mesi, ma per lo più varia nell’ambito di 6-9 settimane.
La maggioranza delle infezioni acute è asintomatica e tende a cronicizzate nel 70% dei casi. Il 10-20% di tutti i pazienti con infezione cronica può sviluppare cirrosi nell'arco di 20-40 anni, soprattutto in presenza di alcuni fattori di co-morbidità come eccessivo consumo di bevande alcoliche, sovrappeso corporeo, presenza di malattie concomitanti che determinano accumulo di ferro (emocromatosi) e una non ancora definita predisposizione individuale su base genetica. La co-infezione con HBV e con il virus HIV facilitano la cronicizzazione e l'evoluzione cirrotica dell'epatite C.
Lo stato di infezione viene definito dalla dimostrazione del virus nel sangue (HCV-RNA).
Il virus si replica nel fegato ed è trasmesso mediante sangue e liquidi biologici infetti inoculati per via percutanea, con modalità simili a quelle del virus B.
La trasmissione avviene, infatti, principalmente per via parenterale apparente ed non apparente. Sono stati documentati anche casi di contagio per via sessuale, ma questa via sembra essere molto meno efficiente che per l’HBV. L’infezione si può trasmettere per via verticale da madre a figlio in meno del 5% dei casi. Il controllo delle donazioni di sangue, attraverso il test per la ricerca degli anticorpi anti-HCV, ha notevolmente ridotto il rischio d’infezione in seguito a trasfusioni di sangue ed emoderivati.
L’infezione acuta da HCV è assai spesso asintomatica ed anitterica (in oltre i 2/3 dei casi ). I sintomi, quando presenti sono caratterizzati da dolori muscolari, nausea, vomito, febbre, dolori addominali ed ittero. Un decorso fulminante fatale si osserva assai raramente (0,1%). L’infezione acuta diventa cronica in una elevatissima percentuale dei casi, stimata fino all’85%. Il 20-30 % dei pazienti con epatite cronica C sviluppa nell’arco di 10-20 anni una cirrosi e l’epatocarcinoma può evolvere da una persistente cirrosi da HCV in circa l’1-4% dei pazienti per anno.
A differenza dell'epatite B, le cure per l'epatite C sono capaci di eliminare il virus dal corpo. Gli interferoni peghilati, associati a ribavirina costituiscono oggi la terapia standard e sono capaci di eliminare il virus in oltre l'80% delle infezioni sostenute dai genotipi 2 e 3 e nel 50% dei casi di genotipo 1. Va detto però che le cure a base di interferone e ribavirina sono faticose, non vengono tollerate dal 10-15% di tutti i pazienti, costretti a precoce sospensione e non possono essere applicate ai pazienti con malattie epatiche decompensate. Per queste ragioni le cure vengono erogate solo da Centri ospedalieri specializzati, nei quali i medici accuratamente selezionano i pazienti da trattare.
A tutt’oggi non esiste un vaccino per l’epatite C e l’uso di immunoglobuline non si è mostrato efficace. Le uniche misure realmente efficaci sono rappresentate dalla osservanza delle norme igieniche generali, dalla sterilizzazione degli strumenti usati per gli interventi chirurgici e per i trattamenti estetici, nell’uso di materiali monouso, nella protezione dei rapporti sessuali a rischio.
La prevenzione rimane un approccio importante per evitare le peggiori conseguenze di molte infezioni C. Il rischio di contrarre HCV rimane elevato nelle persone che fanno uso di droghe in vena, mentre è ancora apprezzabile tra le persone che si sottopongono a tatuaggi e piercing.
Nuovi farmaci contro l'epatite C sono attualmente disponibili; tra questi l’Abuferon, un interferone alfa 2b fuso con Albumina umana ricombinante e l’Eltrombopag il cui effetto terapeutico è di aumentare il numero delle piastrine nel sangue dei malati di epatite C. Questa azione risulta molto vantaggiosa nei cirrotici che per via delle loro piastrine troppo basse, non potrebbero fare la cura con interferone e ribavirina, mentre se viene loro somministrata una dose al giorno di Eltrombopag, hanno un aumento delle piastrine tale da pennettere anche a loro la terapia con interferone e ribavirina. Un ulteriore nuovo farmaco è il Telaprevir che è un farmaco specifico per il virus C in quanto inibisce uno degli enzimi che il virus utilizza per riprodursi.

L'epatite D o Delta
L’agente infettivo dell’epatite Delta è noto come HDV: viene classificato tra i virus cosiddetti satelliti, o subvirioni, che necessitano della presenza di un altro virus per potersi replicare. È sostenuta da un virus difettivo a struttura RNA che richiede delle funzioni fornite del virus dell'epatite B (HBV) per l'assemblaggio del virione e per l'ingresso all'interno degli epatociti, ma non per la replicazione del suo acido nucleico.
L’infezione può verificarsi secondo due modalità:
1) infezione simultanea da virus B e D. In questo caso si verifica un epatite clinicamente simile all’epatite B.
2) sovrainfezione di virus D in un portatore cronico di HBV. Si verifica allora una nuova epatite acuta a volte fatale.
L'infezione da virus dell'epatite Delta (HDV) è diffusa in tutto il mondo e interessa circa il 5% dei portatori di HBV. Da questi dati si stima che vi siano circa 15 milioni di casi di portatori di infezione cronica Delta nel mondo.
Negli ultimi decenni, la prevalenza di infezione HDV nell'Europa meridionale e quindi anche in Italia si è ridotta notevolmente, soprattutto grazie alle campagne di vaccinazione contro l'epatite B. Essa rimane tuttavia piuttosto elevata nei paesi dell'Europa orientale, nel nord d'Africa e nelle aree sub-tropicali.
La trasmissione dell'infezione Delta avviene per via parentale, cioè attraverso il contatto con sangue o altri liquidi biologici infetti.
Il decorso clinico della co-infezione dipende dal grado di espressione dei due virus. In questo caso la malattia è generalmente bifasica, con due episodi successivi di elevazione della transaminasi, a poche settimane di distanza l'uno dall'altro, il primo correlato alla replicazione dell'HBV e il secondo correlato alla replicazione dell'HDV.
È una malattia autolimitantesi nella maggior parte dei casi, con una progressione a malattia cronica osservata nel 2% dei casi circa.
La modalità di trasmissione è la stessa dell’epatite B e il periodo di incubazione va da 2 a 8 settimane.
Il decorso clinico della superinfezione è generalmente caratterizzato da un quadro manifesto di epatite, in una persona precedentemente in buone condizioni di salute, che può rapidamente evolvere in insufficienza epatica.
La malattia può avere un decorso severo dando in alcuni un quadro di epatite fulminante. LA progressione a cronicità si verifica nel 70% circa.
La diagnosi di infezione Delta viene fatta mediante il riscontro dell'acido nucleico virale (HDV RNA) nel siero, oppure mediante la presenza di antigene virale (HDAg) in campioni di tessuto epatico.
Una diagnosi iniziale può essere fatta mediante la ricerca di anticorpi diretti contro il virus Delta, sia di classe IgM (IgM-anti HDV) che di classe IgG (IgG-anti HDV).
La vaccinazione anti-HBV protegge sempre anche nei confronti dell'infezione HDV. Molti farmaci differenti sono stati impiegati nel corso degli anni, nel trattamento dell'epatite Delta, con risultati generalmente deludenti. L'interferone ha dimostrato nel tempo di essere il farmaco più promettente ed è attualmente l'unica terapia approvata per il trattamento dell'epatite cronica Delta. Tuttavia, il trattamento dell'epatite cronica Delta con Interferon richiede alti dosaggi per almeno 12 mesi di trattamento complessivo. I risultati di numerosi studi condotti negli anni hanno indicato che alti dosaggi di farmaco somministrato per lunghi periodi di tempo possono significativamente migliorare il decorso clinico e la sopravvivenza anche in pazienti con diagnosi di cirrosi.
Sono attualmente allo studio nuove molecole che hanno già dato risultati incoraggianti in termini di soppressione della viremia HDV, nel trattamento di animali da esperimento infettati con il virus Delta.
Il trapianto di fegato rappresenta una efficace opzione terapeutica nei pazienti con malattia cronica scompensata. Le percentuali di sopravvivenza a 5 anni osservate nei pazienti sottoposti a trapinto per cirrosi scompensata da HDV sono più elevate di quelle osservate per le altre forme di epatite virale.

L'epatite E
L’agente infettivo dell’epatite E, il virus HEV è stato provvisoriamente classificato nella famiglia dei Caliciviridae. L’epatite E è una malattia acuta assai spesso itterica ed autolimitante, molto simile all’epatite A. Il virus E (HEV) è un agente virale di recente identificazione con struttura a RNA. Come il virus dell'epatite A, il virus E viene escreto attraverso la bile nelle feci, e viene trasmesso per via feco-orale.
A differenza dell'epatite A, la fonte principale di infezione è l'acqua inquinata, causa di molte epidemie nel subcontinente indiano, nella Russia Asiatica, in Medio Oriente, Nord Africa e Centro America. Da questi focolai epidemici l'infezione è stata trasmessa mediante contatti interpersonali a singoli individui (casi sporadici).
In Italia il rischio di epatite E è limitato a viaggiatori diretti verso le sopracitate aree endemiche. Caratteristica principale di questa infezione è l’alta frequenza di forme cliniche fulminanti (1-12% ) ed una particolare severità del decorso nelle donne gravide, specialmente nel terzo trimestre di gravidanza, con mortalità che arriva fino al 40%. La malattia non cronicizza mai. Come per l’epatite A, la trasmissione avviene per via oro-fecale, e l’acqua contaminata da feci è il veicolo principale dell’infezione. Il periodo di incubazione va da 15 a 64 giorni. Circa l'1% degli italiani ha anticorpi anti-HEV a testimonianza di pregressa, guarita infezione. L'infezione colpisce preferenzialmente giovani e adulti (15-40 anni), ha un'incubazione variabile tra 2 e 9 settimane e spesso ha un'evoluzione subclinica o moderata con guarigione clinica permanente. Le gammaglobuline commerciali non prevengono il contagio. Non esiste attualmente un vaccino, e pertanto la prevenzione dell'infezione è basata su misure di igiene personale e alimentare (primaria).

Epatite G
L’opinione prevalente tra gli scienziati è che questo virus, identificato nel 1995, sia solo lontanamente simile a quello dell’epatite C. Infatti non è chiarito se provochi effettivamente un’epatite di qualche tipo o malattie a carico di qualche altro organo. Evidentemente può dare luogo a infezioni acute, che spesso guariscono come prova il fatto che in molti soggetti sono stati trovati gli anticorpi che indicano la guarigione. Nelle persone in cui l’infezione è cronica il virus è presente nel sangue e può restarci per anni, ma è raro trovare malattie di fegato associate. L’HGV, in compenso è molto frequente nei pazienti affetti da epatite C causata da trasfusione (nel 10-15%).

INFORMAZIONI UTILI

È giusto che chi è sano faccia gli esami del sangue per i markers dell'epatite?
In assenza di disturbi specifici di malattia epatica, gli esami sono necessari in chi ha fattori di rischio per epatite. Questi sono la convivenza con famigliari infetti o affetti da cirrosi, storia di tossicodipendenza, emotrasfusioni, tatuaggi e uso in famiglia di strumenti contaminati come siringhe di vetro. I markers dell'epatite sono consigliati per i partners sessuali di portatori cronici di HCV/HBV anche se la loro probabilità di risultare infetti è comunque bassa.

C'è un rischio reale, a lungo termine, di cancro del fegato?
Il rischio è basso, dell'ordine di 1 su 10.000, se si è un portatore di HBV o HCV senza malattia del fegato. La possibilità di tumore è maggiore se è già presente cirrosi epatica. In questo caso, la probabilità di sviluppare cancro del fegato è circa 3% per ogni anno di cirrosi.

Le trasfusioni di sangue e gli emoderivati sono sicuri?
I test praticati sulle singole unità di sangue donato escludono con certezza la presenza di virus epatitici. La possibile "fase finestra", in cui il test per gli anticorpi anti-HCV è negativo pur essendo presente il virus, è annullata dalle tecniche attualmente disponibili (NAT).
Il rischio di epatite trasfusionale è oggi dell'ordine di 1 caso ogni 50-100 mila donazioni. Tutti i prodotti derivati dal sangue (fattori della coagulazione, albumina, immunoglobuline) sono oggi controllati con metodi ad altissima sensibilità che riducono praticamente a zero il rischio nel donare il sangue, e vengono sottoposti ad efficienti processi di sterilizzazione.

Gli animali possono trasmettere l'infezione?
I soli animali che possono ospitare i virus epatitici umani sono alcune varietà di scimmie. Non esiste nessuna possibilità pratica che epatiti virali vengano trasmesse da animali domestici o da cortile, con la sola eccezione forse dell'epatite.

Come evitare di trasmettere l'infezione a coloro che ci circondano?
In famiglia: L'unica maniera efficace per proteggere i familiari del portatore di HBV è il vaccino. Tutti i conviventi debbono essere vaccinati.
Per l'HCV sono particolarmente importanti tutte le precauzioni, già prima elencate, che eliminano i possibili contatti con il sangue del portatore. Non occorre adottare eccessive cautele, come l'uso a tavola di stoviglie e posate separate, o in bagno di asciugamani a parte.
Col partner sessuale: È un obbligo morale e giuridico informare il partner del proprio stato. Il portatore di HBV può risolvere ogni problema di contagio del partner abituale con la vaccinazione di quest'ultimo. Deve invece avere cura, nei rapporti occasionali, di utilizzare sempre il profilattico, che serve per proteggere gli altri oltre che sè stessi.
La trasmissione sessuale del virus C è rara. Non c'è quindi motivo reale, nelle coppie stabili, di utilizzare protezioni (profilattico), data la bassa infettività. Nei rapporti occasionali va comunque utilizzato il profilattico.
Nei rapporti sociali: Non c'è ragione di preoccuparsi di potere contagiare gli amici o le persone che vengono casualmente a contatto, in assenza di rapporti intimi.
Sul lavoro o a scuola: A questo riguardo vale quanto già detto per i rapporti sociali extrafamiliari. Il problema della infezione da virus B in ambiente scolastico è ormai risolto dalla vaccinazione universale obbligatoria. Alcune occupazioni come alimentaristi, vigilatrici di infanzia e personale parasanitario richiedono alcune precauzioni o restrizioni.
La normativa legale in materia è in evoluzione, ed ancora in parte non adeguata alle conoscenze scientifiche. Una interpretazione restrittiva di alcune norme potrebbe portare alla esclusione dalla attività lavorativa o dalla scuola.
Dal Medico: È d’obbligo avvertire il medico curante e tutti i sanitari (in particolare chi esegue i prelievi di sangue, il dentista, l'ostetrico, il chirurgo) dello stato di portatore cronico di virus epatitico, affinché vengano intraprese le misure necessarie e a non diffondere l'infezione nell'ambiente. È utile trascrivere su un documento personale (patente o carta di identità), insieme al gruppo sanguigno, l'indicazione della HBsAg o anti-HCV positività. I donatori di sangue non potranno più continuare ad esserlo.

Se si contrae l'infezione con una trasfusione, è previsto un indennizzo per il danno subito?
La legge 210/92 stabilisce la possibilità di indennizzo per chi abbia contratto una infezione a seguito di emotrasfusioni o uso di emoderivati. Perché tale indennizzo possa essere realisticamente richiesto, per quel che riguarda le epatiti virali, è necessario che:
- esista una documentazione ufficiale di trasfusioni o uso di emoderivati
- vi sia la prova di assenza del virus, o quantomeno di transaminasi normali, precedentemente alla trasfusione
- sussistano evidenze di infezione in atto.

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