L'EPICONDILITEGOMITO DEL TENNISTA |
A cura di Ugo Perugini |
Definizione L’epicondilite rientra tra le tendinopatie, in quanto è un’infiammazione dei tendini. Viene detta inserzionale perché interessa l’inserzione su una parte laterale dell’osso del gomito – chiamata epicondilo – dei muscoli epicondilei. Questi muscoli, estensori dell’avambraccio, consentono il sollevamento della mano e del polso e il piegamento all’indietro delle dita. Poiché l’articolazione del gomito interessata a tale patologia si trova tra omero e radio, viene, talora, anche definita radiale od omerale. A seconda dei muscoli interessati, poi, si parla di epicondilite laterale, mediale o posteriore.
L’epicondilite, essendo una patologia degenerativa infiammatoria della giunzione
osteo-tendinea dovuta ad azione meccanica (in altri termini, a movimenti eccessivamente
ripetuti o effettuati con troppa intensità) frequente in coloro che seguono la
pratica del tennis o del golf, viene spesso anche chiamata “gomito del tennista
o del golfista” (tennis o golf elbow).
Questa patologia colpisce però, se pure in misura ridotta, anche altri sportivi
(giocatori di baseball, schermitori, nuotatori, ecc.) e lavoratori che utilizzano
in modo eccessivo i tendini della parte esterna o interna del gomito come pittori,
muratori, carpentieri, operatori del computer. La sua incidenza è tra l’1 e il
3% della popolazione generale e attorno al 15% dei lavoratori delle industrie
a rischio. Tipicamente insorge in soggetti di età compresa tra i 30 e 50 anni,
essendo considerata una “over-use syndrome”, cioè una patologia la cui causa è
riconducibile, oltre a un’abnorme sollecitazione, a un fisiologico logoramento
involutivo delle strutture tendino-inserzionali.
Sintomi dell’epicondilite
Il sintomo classico è naturalmente il dolore molto localizzato nella regione
laterale del gomito, a livello dell’epicondilo, che si irradia a volte lungo il
bordo radiale dell’avambraccio e viene risvegliato nei movimenti di estensione
e supinazione.
Può capitare anche che il paziente lamenti una sensazione di debolezza a livello
del braccio, anche sollevando pesi modesti, ad esempio un bicchiere. Oppure compiendo
semplici movimenti come aprire una serratura o stringere la mano. Il dolore, in
genere, tende comunque a diminuire con il riposo notturno.
Anche se la sintomatologia nelle fasi iniziali, spesso, è modesta, è meglio non
sottovalutarla né giudicarla banale, dal punto di vista clinico. Considerate le
difficoltà terapeutiche della patologia, che in alcuni casi può diventare invalidante,
oltre alla frequenza di recidive, una valutazione clinica e diagnostica rigorosa
e tempestiva favorisce eventualmente interventi preventivi efficaci e corretti.![]()
Diagnosi dell’epicondilite
Lo specialista, dopo un’accurata anamnesi, cioè un’attenta valutazione delle
informazioni che gli vengono riferite dal paziente, procede all’esame clinico,
cercando di individuare i principali segni legati a tale patologia.
In genere, si accerta la provenienza del dolore attraverso la palpazione diretta
dell’epicondilo radiale-omerale, verificando contemporaneamente che non vi sia
la presenza di una eventuale modesta tumefazione locale.
Poi si constata l’insorgenza del dolore, inducendo alcuni movimenti al paziente,
quali, ad esempio:
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Cause della epicondilite
Le cause scatenanti dell’epicondilite possono risalire a un singolo trauma piuttosto importante o, più frequentemente, a una serie di microtraumi (dovuti sia ad errori nell’esecuzione di movimenti iterativi e di gesti tecnici sia di origine endogena) che finiscono per indebolire, fino addirittura a lacerare, le fibre del tendine estensore radiale breve del carpo. Occorre considerare, però, che sintomi simili alla epicondilite possono essere dovuti ad altre cause, che lo specialista avrà cura di verificare. Ad esempio, patologie a carico del gomito (patologia articolare, instabilità legamentosa, sofferenza del nervo radiale, corpo mobile, ecc.), sindrome del tunnel carpale alla mano, tendinite della cuffia dei rotatori alla spalla, artrosi cervicale, ecc.
Cura della epicondilite
Per quanto riguarda le indicazioni relative alla cura dell’epicondilite, si rimanca
all’articolo sulle tendinopatie. Sono numerose, infatti, le terapie adottate per far fronte a questa patologia,
spesso in modo combinato e in relazione alla sua gravità.
I medici, soprattutto quelli di medicina generale, preferiscono somministrare
farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) o prescrivere interventi di mesoterapia,
attraverso l’infiltrazione locale di un corticosteroide con o senza l’aggiunta
di anestetico locale, nell’intento di ottenere una rapida remissione dei dolori.
Oggi, però, anche grazie a precisi studi in tal senso, si è rivalutato l’approccio
fisioterapico a lungo termine (con manipolazione del gomito ed adeguati esercizi
di riabilitazione). Occorre, infatti, ricordare che questa patologia è un disturbo
autolimitante e, in genere, passa
adottando un trattamento conservativo, in gergo “wait and see”. Per questo è
opportuno che oltre a ridurre al minimo il consumo di farmaci, i pazienti siano
rassicurati che nella maggior parte dei casi informazioni e consigli ergonomici
(compreso l’eventuale uso di particolari tutori) possono risultare sufficienti.
Infatti, un trattamento medico e fisioterapico ben condotto è in grado di risolvere
nel 90% dei casi la situazione dolorosa.
Accanto a terapie fisiche antalgiche, tipo laser, ultrasuoni, ipertermia, non
va sottovalutata un’opzione relativamente recente per la terapia del dolore nelle
tendiniti croniche e nell’epicondilite in particolare – anche se i lavori scientifici
che ne hanno valutato l’efficacia non sono sempre arrivati a risultati univoci
– che riguarda il trattamento con cicli di onde d’urto extra-corporee a bassa
energia (ESWT).
Nei casi, comunque piuttosto rari, che non dovessero rispondere alla terapia
medica è possibile ricorrere a un intervento chirurgico, eseguibile anche in artroscopia.
Riferimenti bibliografici: