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L'INFLUENZA AVIARIA

A cura di Fabio Raja


L’opinione pubblica italiana dopo gli allarmi per il “morbo della mucca pazza” e la SARS è spaventata dai timori di una nuova “peste” che, si dice, potrebbe mietere milioni di vittime in tutto il mondo. L’uomo della strada è confuso, indeciso tra la paura per una minaccia che sembra imminente, lo scetticismo di chi ritiene ci sia un eccessivo allarmismo e la fiducia nella scienza e nelle istituzioni sanitarie nazionali e internazionali. Ma soprattutto non ha le idee chiare rispetto a come tale minaccia potrebbe materializzarsi e a come difendersi.

L’influenza aviaria è una vecchia conoscenza

Fu uno scienziato italiano, Perroncito, che verso la fine del 1800 descrisse una malattia che colpiva varie specie d’uccelli con una gravità tale da meritare il nome di “peste aviaria”. Le ricerche degli ultimi decenni ci hanno consentito di capire che si tratta di una malattia causata da vari “ceppi” di virus influenzali. Il ceppo che sta causando l’attuale moria tra varie specie d’uccelli, soprattutto migratori, appartiene al cosiddetto virus influenzale di tipo A. Si tratta di un ceppo che si diffonde facilmente tra gli uccelli e provoca la morte di tutti gli animali colpiti nel giro di 48 ore. Esistono anche ceppi che causano una forma influenzale blanda, con disturbi lievi che può persino passare inosservata.

È possibile che questi virus vengano trasmessi dagli animali all’uomo e, soprattutto, in che modo potrebbero causare un’epidemia su scala planetaria tra gli esseri umani?

I virus sono esseri molto piccoli, molto di più dei comuni batteri, hanno una struttura relativamente semplice e, soprattutto, sono incapaci di moltiplicarsi fuori delle cellule viventi. I virus, infatti, non hanno un apparato che permette loro di duplicarsi, perciò, per farlo, devono penetrare nelle cellule vive e servirsi dei dispositivi che queste hanno per riprodursi. I virus influenzali sono come una piccolissima scatola: all’interno c’è del materiale genetico, in pratica il libro in cui sono scritte tutte le caratteristiche del virus, e sulla superficie dell’involucro ci sono delle proteine, che i medici chiamano antigeni, e che ci permettono di distinguere i diversi tipi (A, B e C) e relativi sottotipi.

Quelli di tipo A hanno due differenti antigeni indicati con le lettere H e N seguite da un numero progressivo che distingue i diversi sottotipi che sono comparsi man mano nel corso degli anni.
Così, ad esempio, la famosa Spagnola che fece milioni di morti nel 1918, fu causata dal virus influenzale di tipo A, d’origine aviaria, H1N1; l’Asiatica che infuriò nel 1957, con effetti meno drammatici, fu causata dal virus H2N2 e la Cinese del 1968, dal ceppo H3N2.
Attualmente sono noti 15 sottotipi del virus aviario e, di questi, quello che preoccupa di più è l’H5N1 che fu identificato, per la prima volta, nel 1997.
Il vero problema dei virus influenzali è che durante la loro riproduzione, il materiale genetico può cambiare: gli scienziati parlano di mutazioni ; in pratica, si modificano gli antigeni H e N che si trovano sulla superficie del virus.
Sono queste mutazioni che spiegano la nascita negli ultimi cento anni dei diversi sottotipi H e N responsabili delle periodiche pandemie.

Come reagisce il nostro sistema immunitario al contagio con i virus influenzali?

Quando siamo contagiati da un virus, il nostro sistema immunitario si mette subito all’opera per sconfiggere l’invasore e tra i vari rimedi che adopera c’è la produzione di sostanze - gli anticorpi - che sono diretti contro gli antigeni del virus.
Il rapporto tra antigene ed anticorpo è molto “specifico”, vale a dire che ogni particolare antigene ha il suo particolare anticorpo. Se l’antigene cambia anche di poco la sua composizione, il corrispondente anticorpo non è più efficace e l’organismo deve produrne un altro, mirato contro il nuovo antigene.
Per capirci, se un individuo ha anticorpi verso l’antigene H2, questi non sono efficaci contro l’H5.
Da decenni abbiamo a disposizione le vaccinazioni come un formidabile mezzo per stimolare la produzione di anticorpi contro una malattia, senza far ammalare il soggetto vaccinato.
Si tratta di inoculare virus, per così dire, indeboliti, che non sono in grado di provocare la malattia ma che stimolano, lo stesso, l’organismo a produrre anticorpi.
Una volta che l’organismo ha imparato a costruire un anticorpo verso un determinato virus, ne serba memoria per sempre e nel caso di un nuovo contatto con quel virus, riesce a bloccarlo immediatamente.
Per questo motivo tutte le vaccinazioni e molte malattie virali, una volta guarite, conferiscono un’immunità permanente. Tutti sanno che la varicella e altri esantemi dell’infanzia vengono una volta sola nella vita, e che la vaccinazione antipolio dà una protezione che dura tutta l’esistenza. Sarebbe bello se ciò valesse anche per il virus dell’influenza, ma non è così.

Molte persone che agli inizi del secolo scorso ebbero la Spagnola , anni dopo hanno contratto anche l’Asiatica. Questo succede perché il virus influenzale “muta” nel tempo, cambia il suo patrimonio genetico e di conseguenza cambiano gli antigeni H e N che sono sulla sua superficie esterna.
Gli anticorpi che il sistema immunitario aveva imparato a produrre a seguito dell’infezione per il virus influenzale della spagnola (H1N1) furono totalmente inefficaci contro quello dell’Asiatica (H2N2).
Si spiega, in tal modo, perché in media ogni 11 anni, ci sia una “pandemia” influenzale, in altre parole una diffusione in tutto il mondo di un nuovo tipo di virus, modificato rispetto ai precedenti e verso cui l’umanità non ha anticorpi efficaci.
Nel secolo scorso la Spagnola , l’Asiatica, la Cinese e la Russa nel 1977, hanno messo a letto centinaia di milioni di persone in tutto il mondo.
Oltre a questi eventi, ogni 5 anni in media, si hanno delle epidemie più limitate, causate da cambiamenti di minore importanza nel patrimonio genetico del virus influenzale.

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In questi casi, come nelle piccole epidemie che solitamente avvengono ogni anno, gli anticorpi presenti nella popolazione, sono ancora efficaci per debellare il virus, solo in parte mutato, e restringono di molto la diffusione della malattia.
Poiché sono trascorsi circa trenta anni dall’ultima pandemia, è probabile che sia alle porte una nuova pandemia influenzale, causata da un virus completamente diverso dai precedenti e contro il quale il genere umano non ha anticorpi. Occorre, poi, dire che il modo con cui il virus si diffonde tra gli uomini e nell’ambiente può influenzare lo scoppio di un’epidemia.
Il virus H5N1 è eliminato dagli animali malati attraverso le feci e le secrezioni nasali. Per infettare l’uomo ci deve essere , perciò, un contatto molto stretto con gli animali infetti.
Parlando dell’H5N1, questo problema riguarda i macellai, gli addetti agli allevamenti, i veterinari o, com’è avvenuto in estremo oriente ed in Turchia, persone che vivono in assoluta promiscuità con gli animali, trascurando anche le più elementari misure d’igiene.
Non interessa, invece, casalinghe o chi maneggia l’animale acquistato nei supermercati e nelle macellerie. Si tratta, infatti, di animali già preparati per la commercializzazione ed anche se è possibile il contatto con il virus, questo avviene con quantità minime, del tutto insufficienti a causare l’infezione.
Nessun rischio c’è, infine, per chi mangia uova, pollame o carni d’altri volatili perché la semplice cottura a 70 gradi inattiva il virus.
Il pollo cucinato, perciò, come l’uovo cotto, è da considerare totalmente sicuro.
La trasmissione diretta da uomo ad uomo, attraverso le piccole gocce di saliva che emettiamo parlando, starnutendo o con la tosse, non è stata mai osservata per l’H5N1 e questo rende impossibile lo scoppio di un’epidemia o, addirittura, di una pandemia tra gli uomini.

Possiamo essere, perciò, tranquilli?

Purtroppo non del tutto. Numerosi animali sono, infatti, portatori sani, di virus influenzali assai simili al virus dell’influenza umana e può capitare che siano, contemporaneamente, infettati dal virus H5N1.
In questi casi potrebbe accadere che il materiale genetico dei due virus, nello stesso momento presenti nelle cellule dell’animale infetto, si “ricombini”, in parole povere che si mescoli, dando origine ad un virus geneticamente diverso dai due ceppi dai quali è derivato. Un virus nuovo, verso il quale nessun uomo ha anticorpi efficaci, e al tempo stesso, un virus che potrebbe essere capace di diffondersi facilmente e rapidamente da uomo a uomo, come i virus dell’influenza umana.
Lo stesso potrebbe accadere se un uomo fosse contagiato, contemporaneamente, dall’H5N1 e da un virus dell’influenza umana, uno di quelli già noti e che provocano le consuete epidemie stagionali.
Il vero pericolo non è perciò l’H5N1, ma la possibilità che dall’H5N1 origini, per combinazione con un altro virus influenzale, un virus nuovo capace di trasmettersi con facilità da uomo a uomo.
Sarebbe l’inizio di una nuova pandemia, ma per fortuna, questo evento non accade tanto facilmente.
I timori della comunità scientifica, nell’attuale momento, dipendono perciò da una parte dal fatto che una nuova pandemia influenzale è attesa a breve, come insegna l’esperienza degli ultimi 100 anni, e da un’altra parte dal fatto che il virus H5N1 sta contagiando rapidamente i volatili e si diffonde lungo le rotte degli uccelli migratori.
Gli scienziati sanno che è abbastanza probabile, o addirittura certa, una nuova pandemia influenzale, ma nessuno può dire il momento in cui si verificherà, le conseguenze che avrà, la sua capacità di diffondersi, la gravità della malattia e nemmeno se a causarla sarà una mutazione del virus H5N1 o un di un altro virus.

La vaccinazione contro l’influenza è utile?

Oggi, non abbiamo un vaccino verso il virus responsabile di un’ipotetica nuova pandemia per il semplice motivo che questo virus, al momento, non esiste e non c’è modo di sapere come sarà fatto.
Il vaccino verso l’influenza aviaria H5N1 non è utilizzabile per l’uso umano.
Abbiamo, invece, a disposizione alcuni vaccini efficaci contro i virus influenzali già conosciuti e che girano per il mondo da qualche anno Chiaramente sono totalmente inefficaci verso l’H5N1 ed anche verso l’ipotetico virus che potrebbe essere responsabile di una nuova possibile, ma non certa, pandemia.
L’uso dei vaccini già in produzione verso le più recenti forme influenzali dell’uomo è, in ogni caso, consigliato soprattutto per chi, per motivi di lavoro, rischia il contagio con animali infettati dall’H5N1.
La vaccinazione, infatti, eviterebbe il doppio contagio con il virus influenzale umano e aviario, riducendo i rischi di un mescolamento del materiale genetico e la nascita di un nuovo virus molto contagioso per l’uomo. La vaccinazione, inoltre, consentirebbe di individuare precocemente i casi d’infezione con l’H5N1 evitando, da subito, di confonderla con una banale influenza.

Conclusioni

Se è abbastanza probabile che una nuova pandemia influenzale accadrà prima o poi nel giro di pochi anni, molti scienziati dubitano che gli scenari catastrofici temuti possano realizzarsi nei paesi ad alto tenore di vita, mentre il discorso potrebbe essere diverso per i paesi poveri dell’Africa dove condizioni igieniche pessime, scarsità di risorse e di strutture sanitarie efficienti potrebbero causare conseguenze davvero gravi.

Per quanto riguarda l’Europa ci sono tutte le premesse perché gli effetti di questa nuova pandemia siano minori rispetto a quelli del secolo passato.
Le condizioni di salute della popolazione sono oggi molto migliori. Disponiamo di potenti antibiotici e farmaci attivi sul cuore e respiro per combattere le complicazioni. Esiste, inoltre, una rete mondiale di sorveglianza sanitaria, umana ed animale, in grado di intervenire precocemente per bloccare o ritardare il diffondersi del contagio.
Ci sono, specialmente in Italia, risorse scientifiche, tecnologiche, economiche ed industriali, per poter preparare nel giro di tre mesi, dall’identificazione del virus responsabile dell’epidemia, un vaccino efficace e poiché è probabile che la nuova pandemia nasca nell’estremo oriente e si diffonda verso ovest, questo ci darebbe il tempo per approntare tutte le contromisure possibili, vaccino compreso.
Il progresso ci potrà aiutare a limitare i danni di un’eventuale pandemia, ma può anche accelerarne la diffusione, com’è successo con la SARS, quando, attraverso i viaggi aerei, l’infezione si è in poche ore trasmessa dal focolaio in cui era iniziata a migliaia di chilometri di distanza.

Da parte nostra potremo, se e quando scoppierà una nuova epidemia, attuare tutte quelle misure sempre raccomandate: evitare i luoghi molto affollati, chiusura di scuole ed uffici, mascherine e guanti ai soggetti esposti a maggiori rischi per l’attività lavorativa e scrupolosa cura dell’igiene personale ed ambientale.

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