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LA PSORIASI: DISAGIO PSICOLOGICO OLTRE CHE FISICO

La psoriasi, la dermatosi eritemato-desquamativa di cui soffre circa il 4% della popolazione (e dunque 2.400.000 persone circa) è una malattia che segna la pelle ma che ferisce anche la psiche, provocando ansia e sintomi depressivi in alcune persone, soprattutto donne. Malattia infiammatoria cronica non infettiva della cute, la psoriasi ha un forte impatto psicologico individuale che può incidere in modo significativo sulla vita di relazione, sul piano affettivo, lavorativo ed economico e ciò in modo particolare quando essa si manifesta in giovane età o quando ha presenta caratteri di gravità considerevole, quando si localizza nelle parti più visibili del corpo o se si accompagna ad artrite.

Uno studio italiano a cura dello Studio Psychae, realizzato in collaborazione con Novartis e con il patrocinio della Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse, presentato a Roma nel febbraio del 2008, ha indicato che la terapia della psoriasi dovrebbe essere applicata tenendo anche conto delle ripercussioni psicologiche che la malattia provoca in ciascun paziente, indipendentemente dalla gravità della malattia. Una indicazione che deriva dai dati raccolti nello studio, che ha dimostrato che il 46 per cento dei pazienti, affetti nella quasi totalità dei casi da psoriasi volgare, presentava disagio psicologico e l’11 per cento presentava una vera e propria sofferenza psicopatologica. In entrambi i casi sono risultate più colpite le donne rispetto agli uomini, con il 54% delle donne che presentavano disagio psicologico rispetto al 40% degli uomini; il 17% delle donne manifestava quindi sofferenza psicopatologica rispetto al 7% degli uomini.



Commentando i risultati dello studio che lo vede tra gli Autori, il Dott. Alberto Caputo, Ricercatore di Scienze Relazionali in Psichiatria all’Università di Milano e Responsabile del Centro Studi Skin Deep di Milano, ha voluto sottolineare la mancanza di correlazione tra le severità clinica della malattia e il disagio psicologico segnalando come alcuni pazienti con lesioni minime ma visibili, soffrano profondamente la loro malattia per motivi professionali o personali. Da qui la necessità che il dermatologo debba sempre e comunque valutare non solo l’estensione e la gravità della malattia ma anche l’impatto psicologico e quello psicopatologico e cioè la presenza di sintomi ansiosi e depressivi. Ciò che non accade oggi, considerato che lo studio ha voluto valutare anche lo stile di gestione del paziente da parte del dermatologo, facendo emergere che il 94% dei dermatologi tende ad avere uno stile di gestione in cui prevale l’aspetto tecnico su quello emotivo, ponendo quindi in secondo piano l’aspetto psicologico.
Il malato con la psoriasi, decreta lo studio, è un paziente che ha un disagio di tipo psicologico molto alto rispetto alla popolazione in generale. “Questo suo disagio psicologico” afferma il Dott. Caputo “è stato misurato rispetto a persone che soffrono di altre patologie. Un paziente con psoriasi supporta un impatto sulla qualità della vita di gravità solo lievemente inferiore a chi soffre di una grave cardiopatia cronica, ma superiore al disagio di un diabetico. Da un punto di vista dell’impatto mentale, il malato di psoriasi soffre di più di chi ha una malattia polmonare cronica (cioè di chi vive con una costante sensazione di soffocamento) e poco meno di chi ha una vera depressione clinica”.
“Si calcola”, aggiunge il Dott. Caputo “che l’80 per cento dei pazienti con psoriasi abbia un grave impatto negativo sulla propria vita, un impatto con diversi volti. C’è l’impatto psicologico strettamente personale riguardante i sintomi veri e propri della malattia, dalle lesioni alla sensazione di prurito, al dolore. C’è poi un impatto dovuto allo stigma. È, infatti, molto diffusa la credenza della contagiosità della malattia, da qui un’emarginazione sociale nella quotidianità. In particolar modo nel mondo del lavoro e nei rapporti interpersonali. C’è poi un impatto dovuto ai trattamenti: il paziente deve sottoporsi tutti i giorni alle terapie: da quella topica che comporta l’uso di pomate e unguenti che richiedono anche due ore di tempo, a quella sistemica che può dare anche effetti collaterali. Siamo in presenza, inoltre, di un impatto da ansia di ‘non guarigione’. Il 40 per cento dei pazienti non si ritiene soddisfatto delle cure del medico curante e il 32 per cento di questi pazienti ritiene poco aggressiva la strategia terapeutica adottata dal proprio medico, da qui il peregrinare da uno specialista all’altro sperando di trovare la cura miracolosa. Spesso, cadendo nella rete di non specialisti che promettono miracoli a caro prezzo. Non bisogna trascurare il disagio che vive il paziente in famiglia, sentendosi un peso, e il disagio che vive la famiglia nella gestione del congiunto. Quando poi esce di casa il paziente entra nello stigma. E così evita il rapporto con il mondo con lo circonda, soprattutto i luoghi affollati, privandosi anche di una serie di opportunità, dallo svago allo sport. Infine, c’è l’aspetto legato alla sfera sessuale: tre pazienti su quattro si lamentano del grande disagio psicologico che aumenta con l’estensione corporea della malattia, in modo particolare quando la psoriasi si manifesta anche in area genitale.”
Vi è poi il fenomeno, anch’esso non trascurabile, dello stigma interiorizzato. “Anche se scomparissero tutte le lesioni”, avverte il Dott. Caputo “anche se la malattia – ammesso che sia possibile - guarisse, il paziente continuerebbe ad avere quello che si chiama lo stigma interiorizzato. Infatti, continua a percepire lo stigma sociale degli altri che lo emarginano. In pratica, non è altro che la contro-reazione alla reazione degli altri. Si sente sempre discriminato anche quando sta meglio.”

Per Mara Maccarone, Presidente dell’Associazione Difesa Psoriacici (ADIPSO) manca decisamente in Italia la comprensione del disagio psicologico e anche psicopatologico che vive l’individuo malato di psoriasi, a tutto discapito dell’aderenza alla terapia. Se dunque in Italia sono presenti diversi Centri Psocare che supportano le terapie, in ognuna di tali strutture è auspicabile la presenza di uno psicologo in grado di affrontare il tema del disagio. “Nello stesso tempo, però” sottolinea la Sig.ra Maccarone – “bisogna anche battersi per cambiare l’approccio culturale della gente nei confronti della malattia: tutti devono sapere che la malattia non è contagiosa e che, sebbene cronica, può comunque essere curata e controllata attraverso interventi terapeutici personalizzati in grado di migliorarne o arrestarne il decorso”.

Per quanto riguarda l’approccio terapeutico, l’uso della ciclosporina tra i farmaci sistemici rispetto alla terapia topica ha ottenuto dei risultati molto significativi, come conferma un’altra autrice dello studio, la Dott.ssa Maria Laura Flori, Dirigente medico di I livello e Responsabile della struttura semplice di Allergologia Dermatologica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Siena. La Dott.ssa Flori, presentando lo studio, ha segnalato che esso non ha preso in considerazione le terapie con farmaci biologici ma farmaci di prima scelta come ciclosporina ma anche retinoidi, metotrexate e fototerapia oltre alla terapia locale e terapia non farmacologiche come la elioterapia, le diete alimentari e l’astensione dal fumo. “I migliori risultati” conferma la studiosa “vengono dal trattamento con ciclosporina, farmaco immunosoppressore, che è risultata la terapia più attiva (nel 90,2% dei pazienti ha presentato un’efficacia ottima/buona), la più tollerata (nell’84,3% dei pazienti la tollerabilità è stata ottima/buona) e quella che garantisce la migliore compliance e i migliori risultati anche sugli aspetti psicologici della malattia.

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Lo studio “Psychae”, dal titolo “Psoriasis: Survey for the Control of Anxiety and Depression”, ha coinvolto 39 cliniche dermatologiche universitarie ed ha preso in considerazione 1580 malati di psoriasi con età media di 44 anni e il 96% dei quali presentava la forma più comune di psoriasi, ovvero la psoriasi volgare, seguiti per un anno intero con ‘gradini’ a tre, sei e dodici mesi, su tutto il territorio nazionale.

Per saperne di più, leggi anche La psoriasi

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