LA SCLEROSI LATERALE AMIOTROFICA (SLA) |
A cura di Maura Peripoli |
La SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), chiamata anche Morbo di Lou Gehrig dal nome della prima vittima accertata (un giocatore di baseball americano) colpisce
circa un individuo ogni 100.000, prevalentemente uomini di età media o avanzata
e nel 5% dei casi è di tipo familiare. Gli specialisti definiscono la patologia
“un disturbo a eziologia ignota”, caratterizzata da atrofia muscolare, riscontrabile
in conseguenza di lesioni degenerative dei motoneuroni. L'etimologia della parola
già in qualche modo racchiude in sé le caratteristiche della malattia; il termine
amiotrofico infatti, contiene in sé, tre termini di origine greca: 1) l’alfa privativo che corrisponde alla negazione; 2) mio che significa muscolo 3) trofico che significa nutrimento.
Nell’insorgenza della malattia i muscoli del malato, non ricevendo più il “nutrimento”
necessario, si atrofizzano. Il termine sclerosi laterale si riferisce ad una particolare zona del midollo spinale in cui vanno a convergere
le cellule morenti. A seguito di ciò la zona colpita, progressivamente, comincia
ad indurirsi (da cui il termine “sclerosi” ossia indurimento). Il decorso della
patologia, imprevedibile, porta con sé le seguente conseguenze:
1) disfagia: progressivamente e irreversibilmente il paziente non riesce più a deglutire;
2) disartria: impossibilità di articolare le parole
3) mancanza di controllo dei muscoli, fino ad arrivare alla paralisi anche a livello respiratorio.
Diagnosi
Ad oggi non esiste un test in grado di fornire una diagnosi definitiva di SLA
anche se un segnale di danno ai motoneuroni superiori ed inferiori in un singolo
arto è già di per se un segnale fortemente indicativo. La diagnosi di SLA spetta
quindi al medico che prenderà in considerazione i sintomi e i segni evidenziati
sul paziente, dopo aver anche effettuato ulteriori test che escludono altre malattie.
A seguito di un’anamnesi del paziente si programmano esami neurologici con regolarità
per valutare se i sintomi sopra descritti peggiorano progressivamente.
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Trattamenti
Attualmente non esiste una cura definitiva per la SLA, tuttavia la FDA (Food
and Drug Administration) ha approvato un farmaco, il riluzolo, che sembra essere in grado di ridurre il danno ai motoneuroni e il rilascio
di glutammato. Alcuni test effettuati in pazienti SLA, hanno evidenziato che questo
farmaco prolunga la sopravvivenza fino a tre mesi, e può far aumentare il tempo
di sopravvivenza in particolar modo nei pazienti con SLA ad inizio “bulbare”.
Il riluzolo può essere efficace anche perché, durante il periodo in cui viene
assunto, il malato può rimanere libero dal supporto ventilatorio (che generalmente
viene utilizzato per aiutare la respirazione durante il sonno), ma non ha altre
efficaci caratteristiche: non può infatti invertire il danno subito dai motoneuroni,
e i pazienti che assumono il farmaco devono essere sempre sotto controllo per
eventuali effetti collaterali e possibili danni al fegato. In ogni caso, questa
terapia specifica per la SLA, può rappresentare una speranza per ulteriori cure
e, se combinata con altri farmaci, può arrivare a rallentare la malattia (su questo
sono in corso studi e ricerche che vanno ulteriormente approfondite). Il trattamento
più efficace resta comunque quello “modulato” sul paziente: prendendo in esame
tutti i sintomi riportati e la sua storia medica, un team di medici, fisioterapisti,
terapisti della riabilitazione e logopedisti potranno avviare un programma “ad
hoc” e contribuire a rendere meno grave la sintomatologia e migliorare la qualità
di vita dei pazienti. Per quanto riguarda la motorietà, la figura del terapista
della riabilitazione diventa fondamentale: egli infatti, con il supporto di un’apparecchiatura
speciale e con semplici esercizi aerobici a basso consumo calorico può aiutare
il paziente a rinforzare i muscoli ancora sani e migliorare lo stato di affaticamento.
I movimenti effettuati con l’aiuto dei macchinari e dello specialista si sono
rivelati benefichi per le persone affette da SLA, soprattutto per quanto riguarda
i problemi legati ai movimenti spastici che, con questa moderata attività sportiva,
vengono notevolmente ridotti. Anche l’intervento del logoterapista è molto importante
perché, come già osservato, i pazienti affetti da SLA hanno difficoltà a parlare
e gli specialisti del settore possono loro insegnare tutte le strategie e le tecniche
utili per arrivare ad esprimersi nel modo più chiaro possibile.
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Esiste un rapporto tra calciatori e SLA?
Il procuratore torinese Raffaele Guariniello ha accertato che nel mondo del calcio
dall’anno 2004 al 2008, ci sono stati ben 43 casi di SLA su 30.000 calciatori
presi in esame. Ciò equivale ad un'incidenza di 143/100.000, quasi 24 volte superiore
al dato riscontrabile nella popolazione ma non solo: l’età di insorgenza della
malattia in questo gruppo di soggetti è significativamente precoce rispetto alla
media. Per molti studiosi, il calcio rappresenta, una disciplina sportiva “a rischio”
di insorgenza di SLA, a causa dei continui traumi ai quali è sottoposto il sistema
nervoso centrale a seguito dei “colpi di testa”. A differenza di altri sport infatti,
i calciatori colpiscono la palla di testa senza avere alcuna protezione e la forza
con cui la palla colpisce i cranio è di circa 1500-1200 Newton anche se viene
distribuita sul collo e sul tronco.