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MALATTIE DELLA TIROIDE


Anatomia e funzionalità | Ipotiroidismo | Ipertiroidismo | Tiroiditi | Tiroidite di hashimoto

In alcuni casi, pur in presenza di malattie della tiroide, non si verifica variazione degli ormoni tiroidei, come ad esempio già accennato riguardo all'adenoma di Plummer; in questo caso si parla di eutiroidismo.
Andiamo qui ad affrontare le patologie che presentano uno stato di eutiroidismo.

Tiroiditi

È un termine che designa malattie che hanno in comune un processo infiammatorio della tiroide, ma che sono originate da cause differenti. Le più frequenti sono tre:

  • Tiroidite di Hashimoto
    È una delle cause più frequenti di ipotiroidismo primario e si verifica con maggiore incidenza tra le donne. Si tratta di un'infiammazione cronica della tiroide di tipo autoimmunitario, cioè è causata dall'organismo stesso, che attacca il tessuto tiroideo con i propri anticorpi. La tiroide appare ingrossata e si manifesta il gozzo; i risultati degli analisi danno, in uno stato iniziale, un rialzo dei titoli anticorpali antitiroide, con valori degli ormoni tiroidei ancora nella norma; in una fase successiva invece si verifica l'ipotiroidismo.
  • Tiroidite subacuta di De Quervain
    In questo caso si tratta di un'infiammazione acuta, alla cui origine c'è probabilmente un virus. I sintomi classici sono febbre e dolore al collo, mentre le analisi effettuate nelle prime fasi della patologia evidenziano una condizione di ipertiroidismo. Una volta guarita, è raro che questa patologia evolva in ipotiroidismo.
  • Tiroidite silente
    Si tratta di un tipo di infiammazione che colpisce maggiormente le donne, soprattutto dopo il parto. La ghiandola tende a ingrossarsi ma non fa male, e nei primi stadi le analisi di laboratorio evidenziano un ipertiroidismo che può successivamente passare a uno stato di ipotiroidismo, ma si tratta di manifestazioni transitorie, perché poi dalla patologia si guarisce.

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Neoformazioni della tiroide

Soprattutto nelle donne, ben due terzi degli esami ecografici effettuati nella regione del collo in genere per altri motivi, come i linfonodi, mostrano la presenza di noduli tiroidei, cioè formazioni circoscritte di forma nodulare e di volume maggiorato. Il nodulo, che per essere individuato nel corso di un esame obbiettivo deve avere un diametro maggiore di un centimetro, può essere del tutto asintomatico, il che spiega perché in genere viene trovato in modo del tutto casuale, effettuando altri riscontri. Comunque, appena viene scoperto la prima cosa da fare è capire se è singolo, come per l'adenoma di Plummer, o se ci sono molte formazioni, come nel caso del gozzo multinodulare; dopodiché se ne deve indagare la natura. Si può trattare di una cisti, una formazione nodulare ripiena di liquido, in genere benigna, o di un adenoma, cioè un tumore benigno solido, circondato da una capsula. In caso di nodulo solido e singolo, che si manifesta in un uomo di età giovane, si sospetta un tumore maligno, che si verifica tra il 5 e il 10 per cento dei casi. Comunque tendenzialmente i carcinomi tiroidei non sono altamente maligni.

I carcinomi primitivi della tiroide hanno una classificazione che dipende dal tessuto dove hanno origine. I seguenti derivano dall'epitelio follicolare.

  • Carcinoma papillare
    Rappresenta tra il 60 e il 70 per cento dei casi di carcinoma, si sviluppa soprattutto in soggetti sotto i 40 anni, ha un accrescimento lento ed è quello col grado minore di malignità, che però aumenta negli anziani. All'aspetto è un nodulo duro, distinto dal tessuto che lo circonda.
  • Carcinoma follicolare
  • Carcinoma anaplastico
    Colpisce tra il 5 e il 10 per cento dei casi, soprattutto soggetti anziani, è altamente maligno, si manifesta con un ingrossamento veloce e doloroso.
  • Il carcinoma midollare è un'altra tipologia di carcinoma, che ha origine dalle cellule dedicate alla produzione di calcitonina nel tessuto parafollicolare della tiroide. Si verifica prevalentemente in soggetti con più di 50 anni e le sue caratteristiche principali sono che secerne calcitonina, che è possibile la familiarità, che è possibile l'associazione ad altri tumori o malattie dell'apparato endocrino. Il nodulo si presenta duro e fisso, è demarcato dai tessuti circostanti ma non è incapsulato, spesso è associato a linfonodi laterocervicali; per la diagnosi, è importante il dosaggio della calcitonina nel sangue.

Diagnosi e terapia

Il primo passo della diagnosi, per quanto riguarda il nodulo, è la visita medica: tramite l'esame obbiettivo si possono individuare le caratteristiche morfologiche, il tipo e i sintomi con cui si presenta, la sede anatomica, se ci sono eventuali linfonodi. L'esame successivo è l'ecografia, che serve a confermare i primi rilievi fatti con la palpazione e definisce meglio la morfologia del nodulo, evidenziando se è solido o cistico. La scintigrafia può aggiungere ulteriori informazioni, ma la diagnosi certa viene data dall'agoaspirato.
Quanto alla terapia, se si tratta di tumori maligni è sempre chirurgica e può consistere in una tiroidectomia subtotale oppure totale. A seconda del singolo caso possono essere associate terapia soppressiva con ormoni tiroidei e terapia radiante.

Indagini strumentali

  1. L'ecografia
    Il principio dell'ecografia è che una sonda invia un fascio di ultrasuoni sulla parte, che vengono riflessi in modo proporzionale alla densità delle strutture che il fascio attraversa. L'ecografia è in grado di mettere in risalto non solo le dimensioni della tiroide ma anche la morfologia del nodulo; in base alla riflessione degli ultrasuoni si può distinguere se si tratta di una cisti, che è benigna, o di un nodulo, per cui si può iniziare a formulare una diagnosi. Inoltre si tratta di un esame non invasivo e non complicato, che per questo viene usato sia in una fase diagnostica iniziale, sia per il successivo monitoraggio.

  2. La scintigrafia
    La scintigrafia sfrutta la capacità della tiroide di accumulare iodio. Al paziente viene somministrato dello iodio radioattivo in piccola quantità, e poi se ne rileva la concentrazione nelle varie parti della ghiandola. La scintigrafia mette così in risalto quelle che vengono chiamate aree calde, dove è maggiore l'intensità della radioattività, e aree fredde, dove è assente. Le aree calde sono chiamate ipercaptanti, sono quelle che hanno accumulato più iodio perché sono iperfunzionanti, quindi sintetizzano ormoni; il nodulo ipercaptante, o caldo, in genere è una formazione benigna. Le aree fredde o ipocaptanti sono quelle non funzionanti; il nodulo ipocaptante viene detto freddo, e almeno nel 20 per cento dei casi si tratta di un carcinoma. La scintigrafia è utilizzata anche per diagnosticare adenoma tossico di Plummer e gozzo multinodulare.

  3. L'agoaspirato (agobiopsia)
    Più di tutti gli altri esami, dà la certezza della distinzione tra formazione benigna e maligna. Tramite un ago ecoguidato, cioè supportato ecograficamente, si prelevano frustoli di cellule dal nodulo, che vengono poi sottoposti ad esame citologico ed istologico per capire di che tipo di tessuto è fatto il nodulo. Questa tecnica deve essere sempre eseguita quando c'è un nodulo unico, che nel 5-10 per cento dei casi è maligno. Se l'esame istologico, nel 20-25 per cento dei casi, è sospetto, conviene asportare chirurgicamente il nodulo, per sottoporlo ad esame istologico e determinarne la natura.

I° Parte - Tiroide: anatomia e funzionalità
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