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TIROIDITE DI HASHIMOTO: DOMANDE E RISPOSTE

Con la collaborazione di Maura Peripoli


La tiroidite di Hashimoto, detta anche tiroidite linfocitaria, è una malattia collegata all'ipotiroidismo: ne è infatti una delle cause più rilevanti. Tra i vari tipi di infiammazione della ghiandola è la più diffusa a livello planetario, colpisce prevalentemente le donne (il rapporto rispetto agli uomini è di 6 casi contro 1, con un'incidenza l'anno fra le donne del 3,5 per mille, e fra gli uomini dello 0,8 per mille) e in genere ha origine familiare. Rientra nella categoria delle patologie autoimmuni: viene infatti causata dagli anticorpi dell'organismo stesso, che vengono prodotti in quantità eccessiva e aggrediscono il tessuto tiroideo, fino al punto di provocarne la progressiva distruzione. L'ipotiroidismo viene causato dal fatto che la tiroide, attaccata in questo modo, inizia ad avere problemi di funzionamento e a ridurre l'attività fino alla cessazione totale, tanto che spesso è necessario intervenire chirurgicamente per asportarla. Si può vivere bene anche senza tiroide: dopo l'asportazione infatti si inizia una terapia farmacologica che sostituisce il lavoro effettuato dalla ghiandola tiroidea.

Cosa la causa?
Una delle sue denominazioni è malattia del benessere: è molto più diffusa nelle zone con discreto apporto di iodio, mentre è raramente riscontrata nelle zone a carenza iodica. Comunque in genere è di origine virale; può essere causata da un'influenza, ma la massiccia attività degli anticorpi può anche essere correlata a situazioni di forte stress. La principale caratterizzazione della malattia resta comunque la ridotta funzionalità della tiroide, non l'aumentata presenza di anticorpi.

Come si manifesta?
La sintomatologia varia per ogni paziente, e per arrivare a una corretta diagnosi l'endocrinologo deve valutare molti fattori, compresa la storia familiare e clinica del soggetto. Il primo segno evidente è il gozzo, riscontrabile alla palpazione: in caso di tiroidite di Hashimoto la ghiandola infatti in genere aumenta di volume. Dopo la palpazione vanno effettuate delle analisi del sangue specifiche, per controllare i valori di TSH (ormone prodotto dall'ipofisi che regola l'attività della tiroide), FT4 e FT3 (le frazioni libere nella circolazione sanguigna degli ormoni tiroidei), e gli anticorpi (AC) anti-tireoperossidasi (enzima tiroideo, questo esame è positivo nel 95 per cento dei casi), e degli anticorpi anti tireoglobulina (altro valore che risulta quasi sempre alterato), a cui si può aggiungere l'esame di AC antirecettore del TSH. Altro esame diagnostico è l'ecografia, che serve per valutare le dimensioni della ghiandola e per lo studio morfologico del parenchima ghiandolare, a cui possono seguire esame citologico agoaspirato e scintigrafia. Occorre tenere presente che questa malattia tende a restare asintomatica per lungo tempo, finché la produzione degli ormoni tiroidei resta normale; quando si arriva all'ipotiroidismo, con la distruzione di almeno il 90 per cento del tessuto tiroideo, si manifestano i tipici sintomi come tachicardia, sonnolenza, astenia, insonnia, oltre all'ingrossamento e indolenzimento della tiroide. Nel caso degli adolescenti con tiroidite cronica il valore degli anticorpi antitiroidei può risultare non particolarmente alterato, il che complica la diagnosi; mentre la tiroidite post-partum è un'infiammazione autoimmune ma transitoria, che in genere regredisce, e la funzionalità tiroidea torna normale.

Quale terapia è migliore?
Se il gozzo mantiene dimensioni accettabili, non c'è particolare sintomatologia e il TSH nel sangue è nella norma (cioè con valori compresi tra 1 e 2 U/l), spesso non si effettua nessuna terapia. Se invece l'aumento del gozzo, con conseguente compressione delle parti adiacenti, crea difficoltà al paziente, e si manifestano sintomi come astenia, obesità, tachicardia e insonnia, si effettua una terapia con levotiroxina: è l'endocrinologo a decidere, in base alla funzionalità della tiroide nel momento della diagnosi, e a indicare tempi e modalità d'uso. Si consiglia di assumere il farmaco a stomaco vuoto per evitare interazioni con altri farmaci e con specifici alimenti.

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È una malattia che fa ingrassare?
Gli esperti sostengono che non è questa patologia che fa ingrassare (e non è vero che provochi allergie o intolleranze alimentari), ma è l'assunzione dei farmaci insieme ad altre sostanze, come determinati cibi o integratori, che può rallentare l'effetto dell'ormone. Possono avere questo effetto gli integratori di ferro, di vitamine e quelli contenenti calcio; tra i cibi andrebbero limitati semi di rapa, cavolo, broccoli, cavolfiori, cavoletti di Bruxelles, patate dolci, maizena, fagioli di lima, soia. È anche necessario limitare il consumo di carne rossa, uova, grassi e zuccheri. Via libera, invece, a banane, pesce, barbabietole, radicchio, prezzemolo, semolino.

Ci sono fattori di rischio?
Ci può essere una familiarità, una predisposizione genetica, ma è soprattutto una malattia al femminile, che colpisce in prevalenza donne, con una percentuale tra l'8 e il 10 per cento di quelle in gravidanza, a causa dei cambiamenti ormonali. In questo caso però si tratta, in genere, di una patologia transitoria che si risolve dopo il parto. L'eccesso di iodio è un fattore di rischio importante perché le sostanze che lo contengono stimolano lo sviluppo del processo autoimmune in chi è predisposto, quindi l'eccessiva produzione di anticorpi. Secondo alcuni ricercatori ci sarebbe un collegamento tra ipotiroidismo e incidente di Chernobyl, perché hanno notato una correlazione tra esposizione a basse dosi di radiazioni e comparsa di anticorpi antitiroide. L'età è un fattore rilevante, perché la malattia si manifesta più frequentemente col passare degli anni; ed è necessario controllare le infezioni, perché si ritiene, pur in mancanza di dati certi, che siano possibili fonti di insorgenza di questa patologia in soggetti predisposti, con pregressa tiroidite.

Quanto conta l'attività fisica?
L'attività fisica è sempre fondamentale; in questo caso lo è ancora di più, e andrebbe praticata, a seconda delle proprie condizioni, almeno tre volte a settimana, perché apatia e stanchezza sono due sintomi classici della tiroidite di Hashimoto. Gli sport più consigliati sono corsa, tennis e nuoto; lo scopo è cambiare ritmo al metabolismo che è stato rallentato dalla malattia, con la conseguenza della sensazione di astenia: lo sport praticato regolarmente aiuterà a combatterla.

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