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LA TUBERCOLOSI

A cura di Luigia Atorino

Fu il medico tedesco Robert Koch a stabilire, nel 1882, che l’agente responsabile della tubercolosi o Tbc è il Mycobacterium tuberculosis, un batterio Gram-positivo, detto anche Bacillo di Koch, dal nome del suo scopritore.
In quel periodo questa malattia infettiva, che veniva anche chiamata tisi, era la principale causa di mortalità in Europa e negli Stati Uniti, provocando centinaia di migliaia di decessi. Con il miglioramento delle condizioni di vita e la scoperta dei farmaci antitubercolari la diffusione e la pericolosità della malattia si sono notevolmente ridotte in Occidente. Tuttavia, seppure oggi non rappresenti più la minaccia di un tempo, in quanto la si può prevenire e curare, la Tbc continua a essere una patologia altamente letale. Ecco quanto stimato nel 2008: circa due milioni di morti e quasi nove milioni e mezzo di nuovi contagi in tutto il mondo. Si tratta dei dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) in occasione della Giornata mondiale della tubercolosi (World Tb Day), celebrata da diversi anni il 24 marzo allo scopo di diffondere le iniziative ideate dall’Oms per fronteggiare questa malattia.

La tubercolosi, nella maggior parte dei casi, interessa i polmoni, anche se qualsiasi parte del corpo può esserne colpita. Normalmente non ci si accorge del primo contatto con il germe (infezione primaria). In alcuni casi, anche dopo anni all’infezione, questa può riacutizzarsi e originare la malattia vera e propria (infezione attiva). Si calcola che solo il 10-15% delle persone infettate dal Mycobacterium tuberculosis sviluppa la malattia nel corso della vita.
Altri micobatteri come il Mycobacterium bovis, il Mycobacterium africanum, il Mycobacterium canetti e il Mycobacterium microti possono causare la tubercolosi, ma queste specie di solito non infettano persone adulte sane.

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Come avviene il contagio?
Il bacillo tubercolare si trasmette per contagio interumano, vale a dire da una persona ammalata a una sana, attraverso le goccioline di saliva emesse quando si parla, con gli starnuti o con la tosse. L’infezione si diffonde piuttosto facilmente negli ambienti chiusi e affollati dove è più ravvicinato il contatto tra le persone. Un soggetto ammalato se non è sottoposto a cure adeguate può infettare, nell’arco di un anno, una media di 10-15 persone.
Le persone maggiormente a rischio di contrarre la Tbc sono:
- i soggetti a stretto contatto con ammalati di Tbc in fase contagiosa (non curati);
- gli anziani;
- i bambini;
- i diabetici;
- i pazienti trattati con cortisonici a elevato dosaggio o altri farmaci immunosoppressori;
- le persone che presentano un calo delle difese immunitarie in generale;
- i tossicodipendenti;
- le persone che vivono in ospizi, istituti di correzione, e in tutti gli ambienti affollati e poco arieggiati;
- le persone che possono essere esposte alla Tbc sul posto di lavoro come gli operatori sanitari.

Quali i sintomi?
I sintomi della tubercolosi polmonare attiva sono tosse cronica, perdita di peso, stanchezza, dolore toracico, presenza di sangue nel muco, cefalea, febbre e sudorazioni notturne. Se la malattia si estende può provocare pneumotorace, ingrossamento dei linfonodi e dispnea. Abbastanza frequenti sono i versamenti pleurici: in individui giovani, infatti, è proprio la presenza di versamento pleurico, la “spia radiologica” di un’infezione tubercolare.
Quando dai polmoni raggiunge altri organi, l’infezione causa altri tipi di Tbc. Le forme extra-polmonari di tubercolosi possono interessare reni, ossa, meningi e cervello e normalmente non sono contagiose. I loro sintomi variano a seconda dell’organo colpito, del tipo di micobatterio responsabile e del modo in cui il sistema immunitario reagisce.

Come si evidenzia?
La diagnosi di infezione tubercolare si basa sulla presenza dei sintomi tipici e sui risultati di specifici esami quali l’isolamento del batterio dalle secrezioni bronchiali, con esame colturale e il test cutaneo alla tubercolina. Quest’ultimo in determinate situazioni, per esempio nelle scuole, viene eseguito attraverso l’impiego di un dispositivo (Tine test) costituito da piccoli aghi imbevuti di una sostanza innocua chiamata tubercolina, che viene applicato come un timbro sulla parte interna dell’avambraccio. In ospedale, o per confermare il Tine test, si esegue, invece, la reazione di Mantoux, che consiste nell’iniettare una piccola quantità di tubercolina con una siringa, dotata di un ago sottilissimo, al di sotto della cute del braccio. Due o tre giorni dopo è necessario far esaminare la sede del Tine test o dell’iniezione da un operatore sanitario per stabilire se la reazione è negativa o positiva. In caso di positività si forma un piccolo indurimento sottocute, di solito inferiore al centimetro. Differentemente, un test è negativo quando non si evidenzia alcuna reazione. In alcuni casi, viene suggerito di ripetere il test a distanza di alcune settimane per confermare un esito negativo. Una risposta positiva comporta la necessità di eseguire una radiografia toracica per verificare la presenza della malattia a livello polmonare.

In che modo si cura?
Così come raccomandato dai Cdc (Centers for Disease Control and Prevention) americani, la terapia della tubercolosi si basa sull’impiego di antibiotici, in particolare di isoniazide, rifampicina, etambutolo (o streptomicina) e pirazinamide (definiti farmaci di prima linea), per due mesi. Nei successivi 4-6 mesi, si prosegue con due medicinali in associazione, per esempio isoniazide ed etambutolo. Nel caso in cui insorga farmacoresistenza, ossia il micobatterio diventi resistente agli antibiotici, si deve necessariamente ricorrere per molto più tempo ai farmaci di seconda linea, che oltre ad essere più costosi possono avere maggiori effetti collaterali.
In molti Paesi a scopo preventivo viene utilizzato, specialmente per i più piccoli, il vaccino Bcg (Bacillo di Calmette-Guérin). La protezione del Bcg nei confronti dello sviluppo di forme gravi di Tbc nei bambini è superiore all’80%; la sua efficacia protettiva per prevenire la tubercolosi polmonare negli adolescenti e negli adulti varia dallo 0 all’80%.

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Quali i fattori di rischio?
Tutte le condizioni che provocano una diminuzione delle difese dell’organismo rappresentano dei fattori di rischio per lo sviluppo della malattia tubercolare. Più precisamente il diabete, le malattie gastrointestinali croniche, la denutrizione, l’alcolismo, l’Aids (Sindrome da Immunodeficienza Acquisita) e le malattie debilitanti in genere possono predisporre l’organismo ad ammalarsi di Tbc. Anche il fumo è sicuramente uno dei principali fattori di rischio di questa grave malattia infettiva e, secondo un recente studio, bisogna fare attenzione anche al fumo passivo che insieme all’inquinamento degli ambienti chiusi può essere responsabile dell’insorgenza di tubercolosi polmonare.

Come limitare i casi?
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la tubercolosi un’emergenza sanitaria globale nel 1993 e la Stop TB Partnership ha messo a punto un Piano mondiale di lotta alla Tbc con l’obiettivo di salvare 14 milioni di vite tra il 2006 e il 2015.
Il tasso di incidenza della malattia sta, infatti, diminuendo ancora troppo lentamente, soprattutto nei Paesi del terzo mondo in cui si registra la stragrande maggioranza dei decessi. Inoltre, destano sempre maggiore preoccupazione la Mdr-Tb (Multidrug resistant tubercolosis) e la Xdr-Tb (Extensively drug-resistant tubercolosis), due forme di tubercolosi che si sono rivelate particolarmente tenaci al trattamento con i tradizionali farmaci di prima (Mdr-Tb) e seconda linea (Xdr-Tb). In particolare, la Mdr-Tb è ormai presente in ogni area del mondo e costituisce uno dei problemi più importanti nel controllo e cura della Tbc.
Va sottolineato, infine, che la tubercolosi tende a interagire in modo drammatico con il virus Hiv (virus dell’immunodeficienza umana) e la combinazione delle due infezioni è pericolosissima: una malattia accelera l’andamento dell’altra poiché entrambe distruggono progressivamente alcune componenti fondamentali del sistema immunitario, rendendo l’organismo suscettibile all’attacco di molti microrganismi. Anche se una persona può presentare entrambe le infezioni negli stadi iniziali e non essere malata, avere sia l’infezione tubercolare che l’infezione Hiv aumenta enormemente il rischio di sviluppare la malattia tubercolare. Delle malattie associate all’Hiv, la Tbc è tra le più frequenti.

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