A cura di Rossana Berardi
Clinica di Oncologia Medica
Universitá Politecnica delle Marche
Ancona
Epidemiologia a fattori di rischio
Il carcinoma del colon retto rappresenta una delle più frequenti cause di morte
per neoplasia nei paesi occidentali. La sua incidenza è in aumento in tutto il
mondo ed in Europa vengono diagnosticati ogni anno 200.000 casi.
Tale neoplasia è rara prima dei 40 anni, presentandosi più frequentemente intorno
ai 60 anni. L’incidenza nei due sessi non mostra differenze per quanto riguarda
la localizzazione colica, mentre a livello rettale sembra essere leggermente più
frequente nel sesso maschile. Le sedi più colpite sono il retto (50% dei casi)
ed il sigma (20% dei casi), il colon ascendente ed il trasverso con la flessura
splenica sono interessati rispettivamente nel 16% e nell’8% dei casi.
Tumore del colon-retto
Il 70% dei pazienti si presenta alla diagnosi con malattia chirurgicamente aggredibile,
il 30% con malattia metastatica; il 25% dei pazienti operati radicalmente presenterà
una ripresa di malattia dopo un tempo variabile.
La sua eziologia, la causa, è sconosciuta, anche se studi epidemiologici hanno
identificato possibili fattori di rischio:
Abitudini alimentari: alcune osservazioni attribuiscono ad una dieta povera di fibre e ricca di grassi
un ruolo importante. Le ipotesi riguardo ai meccanismi con cui la dieta potrebbe
influenzare lo sviluppo della neoplasia sono diversi:
-
Il grasso alimentare può avere una azione diretta aumentando il turnover epiteliale,
oppure può agire indirettamente attraverso il suo metabolismo ad acidi biliari
nel fegato. Gli acidi biliari vengono quindi escreti e convertiti in promotori
tumorali dai batteri presenti nel lume intestinale.
-
Le fibre alimentari avrebbero la capacità di legare ed amalgamare i grassi e
gli acidi biliari o inibire la loro attività promotrice con una azione di diluizione.
Inoltre la loro fermentazione batterica ad acidi grassi a breve catena può contribuire
alla acidificazione delle feci che sembra avere un ruolo protettivo, forse riducendo
la idrossilazione batterica degli stessi acidi grassi.
Fattori genetici: è possibile identificare molte sindromi ereditarie associate alla presenza
di polipi adenomatosi e ad alto rischio di sviluppare neoplasie del grosso intestino:
La poliposi familiare adenomatosa è una malattia ereditaria trasmessa con un
meccanismo autosomico dominante caratterizzata dalla presenza di centinaia o migliaia
di polipi adenomatosi in cui, in assenza del trattamento, lo sviluppo del carcinoma
è la regola (100%) ed avviene in età giovanile adulta, alcuni anni dopo la comparsa
dei polipi.
Nella sindrome di Lynch (HNPCC, cancro colorettale ereditario senza poliposi)
il processo neoplastico interessa, oltre il colon-retto, anche lo stomaco, l’ovaio,
la mammella.
Una suscettibilità ereditaria, e non una vera e propria sindrome come le precedenti,
sarebbe responsabile dello sviluppo del carcinoma nei soggetti che presentano
una storia familiare della malattia.
Polipi neoplastici: la trasformazione maligna è più frequente negli adenomi villosi (35-40%) e
tubulo-villosi (16-22%) rispetto ai tubulari (1-4%), e nelle lesioni multiple
ed in quelle con maggiori dimensioni (oltre i 2.5 cm).
Malattie infiammatorie intestinali: la storia naturale della colite ulcerosa, può essere contrassegnata dallo sviluppo
di un carcinoma del colon-retto, a sua volta condizionato dalla durata e dall’estensione
della malattia. Il rischio è circa 20 volte superiore a quello della popolazione
generale per i pazienti con una malattia datante da più di 10 anni. Rilievi analoghi,
ma a livelli estremamente più bassi, sono stati riscontrati anche nel morbo di
Crohn.
Manifestazioni cliniche
La neoplasia può presentarsi a livello clinico con una serie di sintomi e segni
che oltre allo stadio della malattia, dipendono anche dalla sua localizzazione
nei vari tratti in cui il colon ed il retto vengono suddivisi.
Colon destro
Le lesioni che si sviluppano a questo livello sono in genere vegetanti, spesso
di notevoli dimensioni, talvolta ulcerate e facilmente sanguinanti. Sul piano
clinico possono determinare:
Anemia secondaria allo stillicidio cronico e costante di sangue dalla neoplasia
ulcerata (sangue difficilmente osservabile macroscopicamente nelle feci).
Dolore di tipo gravativo, non molto intenso, subcontinuo, localizzato ai quadranti
addominali di destra e talvolta all’epigastrio. Può essere associata una vaga
sintomatologia dispeptica.
Astenia, per lo più correlata all’anemizzazione.
Massa palpabile all’emiaddome destro di solito nelle fasi avanzate di malattia.
Anoressia e dimagrimento.
Colon sinistro
I tumori che interessano il colon sinistro hanno uno sviluppo prevalentemente
di tipo anulare ed infiltrante e ciò, può determinare frequentemente un ostacolo
alla canalizzazione.
I sintomi e segni clinici predominanti sono, quindi, rappresentati da:
Modificazioni dell’alvo caratterizzate da stipsi o diarrea, ma in genere dall’alternanza
tra una e l’altra.
Presenza di sangue nelle feci, talora in modesta quantità ed, a volte, in misura
copiosa associato, non di rado ad emissione di muco.
Dolore addominale, spesso intermittente, e di intensità variabile localizzato
in genere ai quadranti sinistri o diffuso a tutto l’addome.
Retto
Le neoplasie che si sviluppano a questo livello sono prevalentemente vegetanti
ed ulcerate e facilmente sanguinanti. A seconda della localizzazione del tumore
a livello sopra-ampollare, ampollare, sotto-ampollare, si distinguono quadri clinici
diversi:
Le neoplasie sovra-ampollari si presentano con una sintomatologia analoga a quella
descritta per il colon sinistro.
I tumori ampollari danno luogo a tenesmo, senso di corpo estraneo o ad un senso
di peso, talora associati ad un dolore di tipo gravativo e a rettorragia sia durante
che dopo la defecazione o indipendentemente da essa con mucorrea.
Le neoplasie sotto-ampollari si presentano con tenesmo imponente, dolore perineale
e perianale che si accentua durante la defecazione ed evacuazione di feci nastriformi,
frammiste a sangue e muco.
Anatomia patologica
Gli adenocarcinomi, nell’ambito dei quali vengono annoverate anche le rare forme
mucinose, a cellule ad anello con castone, squamocellulari e le forme indifferenziate,
rappresentano il 95% delle neoplasie del grosso intestino. I rimanenti istotipi
comprendono carcinoidi, sarcomi e linfomi.
Vie di diffusione
Il carcinoma del colon retto può diffondere attraverso varie vie:
Per continuità: infiltrando in profondità la parete intestinale.
Per contiguità: infiltrando organi vicini con possibile formazione di fistole
nel tenue, nella vescica, nello stomaco, ecc.
Per propagazione endocavitaria: causando carcinosi peritoneale e talvolta metastatizzazione
a livello pelvico.
Per via linfatica: le stazioni linfatiche del colon seguono il decorso dei vasi
sanguigni e le stazioni linfonodali sono quelle pericoliche, paracoliche ed intermedie.
Il retto ha tre vie di deflusso linfatico: una superiore che drena la porzione
superiore del retto ed anche parte di quella inferiore, una media per la porzione
inferiore del retto e per il canale anale, ed una inferiore per il canale e l’orifizio
anale.
Per via ematica: il fegato in primo luogo ed il polmone rappresentano la sede
più frequente di metastasi; sono state riscontrate talvolta metastasi a livello
osseo.
Stadiazione e prognosi
Sono molti i sistemi proposti per la stazione dei tumori del colon-retto, e tra
questi il più usato è stato quello introdotto da Dukes nel 1932 (Tabella 1), modificato
circa 20 anni dopo da Astler e Coller (Tabella 2).
Tabella 1
STADIO A
Neoplasia confinata entro la parete intestinale.
STADIO B
Neoplasia che si stende oltre la parete intestinale.
STADIO C
Qualsiasi neoplasia con metastasi linfonodali.
STADIO D
Metastasi a distanza.
Tabella 2
STADIO A
Neoplasia confinata entro la parete intestinale.
STADIO B1
Neoplasia che invade la muscolaris propria ma non si estende oltre.
STADIO B2
Neoplasia che si estende oltre la muscolaris propria.
STADIO C1
Come B1 ma con metastasi linfonodali.
STADIO C2
Come B2 ma con metastasi linfonodali.
STADIO D
Metastasi a distanza.
Attualmente si utilizzano più comunemente la classificazione TNM (Tabella 3)
e le classificazioni associate AJCC (American Joint Commettee on cancer) e UICC
(Union Internationale contre le Cancer) (Tabella 4)16 per avere una stadiazione
separata e parallela sia del tumore primitivo, sia del coinvolgimento linfonodale,
che delle metastasi a distanza.
Tabella 3
T-TUMORE PRIMITIVO
TX: Tumore primitivo non accertabile
Tis: Carcinoma in situ
T0: Non evidenza di tumore primitivo
T1: Tumore che invade la sottomucosa
T2: Tumore che invade la muscolare propria
T3: Tumore che penetra attraverso la muscolare propria nella sottosierosa o nei tessuti
pericolici o perirettali non ricoperti da peritoneo
T4: Tumore che invade direttamente altri organi o strutture ( l’invasione diretta
in T4 comprende l’invasione di altri segmenti del colon-retto attraverso la sierosa:
ad esempio l’invasione del colon sigmoideo da un carcinoma del cieco).
N-LINFONODI REGIONALI
NX: Linfonodi regionali non valutabili
N0: Linfonodi regionabili liberi da metastasi
N1: Metastasi in 1-3 linfonodi regionali
N2: Metastasi in 4 o più linfonodi regionali
M-METASTASI A DISTANZA
Mx: metastasi a distanza non accertabili
M0: Metastasi a distanza assenti
M1: Metastasi a distanza presenti
Tabella 4
STADIO 0
Tis
N0
M0
STADIO 1
T1-2
N0
M0
STADIO 2
T3-4
N0
M0
STADIO 3
T1-4
N1-3
M0
STADIO 4
Qualsiasi T
Qualsiasi N
M1
Lo stadio iniziale della malattia è il più importante fattore predittivo della
sopravvivenza che risulta essere, a 5 anni, dell’85-90% per i pazienti in stadio
A di Dukes e di circa il 60% per quelli in stadio B; tale sopravvivenza si riduce
ulteriormente ad un valore del 40% in caso di coinvolgimento linfonodale ed è
inferiore al 5% in caso di metastasi a distanza.
Dopo asportazione chirurgica radicale, la sopravvivenza globale a 5 anni varia
dal 55% al 75%, mentre dopo la resezione chirurgica presuntivamente curativa per
metastasi epatiche o polmonari, è del 25-30%. Altri criteri prognostici maggiori
possono essere suddivisi schematicamente in criteri clinici, istopatologici e
biologici.
Criteri prognostici clinici:
Età: La prognosi è peggiore nei soggetti giovani al di sotto dei 30 anni, perché
di solito la diagnosi è tardiva, e si ha spesso la presenza di un adenocarcinoma
mucoide ad alto grado (53% nei soggetti giovani, contro il 20% negli anziani),
con frequenti metastasi linfonodali.
Sesso: le donne hanno una prognosi migliore in termini di sopravvivenza.
Sintomatologia: la mortalità a 5 anni dei soggetti sintomatici è del 49% contro il 79% di quelli
asintomatici, specie quando i sintomi hanno una durata di almeno 6 mesi.
Sanguinamenti rettali: pur potendo mettere in pericolo la vita del paziente, se massivi, possono comunque
migliorare la prognosi perché consentono di effettuare una diagnosi precoce.
Ostruzioni e perforazioni: sono delle complicazioni che spesso portano all’exitus del paziente.
Sede: rispetto alle altre localizzazioni, il carcinoma del retto e del retto-sigma
presentano una prognosi peggiore.
Criteri prognostici istopatologici:
Aspetto macroscopico: La forma vegetante ha una prognosi migliore rispetto a quella infiltrante.
Grado ed istotipo. In base alle caratteristiche istologiche, si possono distinguere diversi gradi
di differenziazione e varietà tumorali. L’istotipo mucinoso e/o la neoplasia ad
alto grado di malignità sono fattori prognostici negativi.
Ploidia: il contenuto in DNA delle cellule tumorali è un fattore prognostico indipendente
ai fini della sopravvivenza.
Invasione dei vasi linfatici e dei sanguigni venosi: rappresenta un fattore prognostico negativo indipendente per la sopravvivenza.
L’invasione dei vasi linfatici è più frequente negli stadi avanzati di malattia
ed il coinvolgimento dei vasi venosi può essere intramurale, cioè dentro la parete
intestinale, o extramurale, cioè nel grasso pericolico o nell’avventizia.
Invasione perineurale: la sua presenza (incidenza del 14%-32%), è correlata a maggiore frequenza di
recidiva locale ed ad una riduzione della sopravvivenza a 5 anni (7% vs il 35%
dei negativi).
Risposta immune al tumore primitivo: la mancanza della risposta infiammatoria intorno al tumore primitivo può diminuire
la sopravvivenza (46 contro l’89% a 5 anni). Altro fattore negativo è l’aumento
di eosinofili ai margini del tumore, mentre l’infiltrazione linfocitaria rappresenta
un fattore prognostico positivo. Sembra essere correlata ad una migliore prognosi,
inoltre, una risposta immune nei linfonodi regionali.
Criteri biologici prognostici:
Antigene carcino-embrionario: tale antigene è spesso elevato nei pazienti con
neoplasia retto-colica avanzata; è un fattore prognostico importante, ma non è
utile nello screening, né nella diagnosi. Alcuni autori sostengono che un valore
di CEA maggiore a 5 ng/ml prima dell’intervento chirurgico sia indice di maggior
rischio di recidiva, mentre altri non concordano con tale affermazione. Dopo un
trattamento adeguato, il CEA si abbassa notevolmente ed un suo nuovo aumento,
registrato nel follow up dei pazienti operati, è indice di ripresa di malattia.
CA 19-9: si è rivelato essere un marker abbastanza specifico.
Oncogeni: il c-myc è un oncogene espresso soprattutto da adenocarcinomi mucinosi
ed ad alto grado a prognosi spesso negativa, così come l’oncogene ras, associato
generalmente ad interessamento linfonodale. Gli oncogeni h-ras e ki-ras invece,
sono espressioni indipendenti da grado, stadio e ploidia. Di tutt’altra natura
sono i geni multi drug resistance 1 (MDR 1) e catepsina B, mutati in genere in
tumori meno aggressivi.
Oncosoppressori: il gene APC è associato a sindromi ereditarie e simultaneamente
coinvolto in neoplasie sporadiche. Benché sia ritenuto responsabile della poliposi
colica familiare, mutazioni somatiche di tale gene rappresentano il primo evento
nella storia naturale del carcinoma sporadico del colon. Tale gene è localizzato
sul cromosoma 5 (5q21) e codifica per una proteina citoplasmatica che riveste
un ruolo chiave nella regolazione della apoptosi, del ciclo cellulare, della interazione
ed adesione intercellulare, dei processi di migrazione nonché di metastatizzazione.
Attualmente, comunque la funzione meglio conosciuta è quella di regolazione della
beta-catenina. Nel 50% degli adenomi sporadici del colon e nell’80% dei carcinomi
l’APC è inattivato ed incapace di regolare la beta-catenina che si accumula nel
nucleo e forma complessi con fattori di trascrizione fungendo da co-attivatore
di geni attivatori di crescita e proliferazione cellulare (c-myc, ciclica D1),
nonché di proteasi extracellulari (MMP7), che facilitano i processi di invasione
e metastasi. Alterazioni strutturali del gene oncosoppressore p53 che è localizzato
sul cromosoma 17 ed ha funzione di attivatore della trascrizione, modulatore del
processo apoptotico, partecipa ai meccanismi di riparo del Dna e controllo dei
processi angiogenetici mediante regolazione dei fattori di crescita vascolari
(VEGF) si riscontrano nel carcinoma del colon-retto con una frequenza che oscilla
tra il 40 ed il 60%. La perdita di tale gene potrebbe accelerare la progressione
tumorale attraverso la promozione di una instabilità genetica, che inoltre può
determinare anche una condizione di chemioresistenza, attraverso l’amplificazione
dei geni che intervengono nella resistenza farmacologica (gene TS, DHF-Reduttasi,
Gene MDR1).
Delezioni alleliche: i pazienti i con tumori che mostrano delezioni alleliche
ai cromosomi 17 e 18, hanno una maggiore percentuale di recidive ed una ridotta
sopravvivenza, in una recente pubblicazione dell’ASCO, analisi effettuate su campioni
di tessuto confermano che i pazienti con alta frequenza di instabilità microsatellitare
(MSI-H) hanno una maggiore sopravvivenza rispetto ai pazienti con tumori con stabilità
microsatellitare (MSS). Tuttavia questo vantaggio viene perduto in presenza della
chemioterapia. La terapia adiuvante sembra avere un effetto benefico in pazienti
con tumori MSS mentre nei pazienti con MSI-H determina un peggiore risultato.
Tuttavia lo studio di Barratt e altri dimostra che la ritenzione di eterozigosi
ad uno o più microsatelliti entro il gene della p53 sul 17p o sul 18q comporta
un notevole beneficio nella terapia adiuvante con fluorouracile.
Marcatori di crescita vascolare e di proliferazione tumorale: La presenza di
marcatori molecolari o biologici di crescita vascolare potrebbe essere rilevante
per il rischio di metastasi. Cascinu ed altri hanno recentemente valutato l’espressione
di fattori di crescita endoteliale (VEGF) e la frazione di cellule in fase S in
pazienti con linfonodi positivi con o senza recidive dopo chemioterapia adiuvante.
La maggioranza dei pazienti senza recidiva di malattia (69 su un totale di 94)
aveva tumori con bassa frazione di cellule in fase S e bassa espressione di fattori
di crescita endoteliale. Dei pazienti con ricadute precoci di malattia, tutti
tranne uno avevano entrambe i fattori elevati mentre i pazienti con ricadute più
tardive avevano una alta espressione o di fattori di crescita endoteliali o delle
cellule in fase S. Tali dati sono sufficienti per indicare il significato prognostico
di questi fattori nei pazienti in stadio III di malattia, fattori che inoltre
possono guidare nella scelta del tipo di trattamento. Altro fattore importante
è l’espressione della Timidalato Sintetasi (TS): in uno studio su alcuni pazienti
che hanno ricevuto terapia adiuvante con fluorouracile, la maggioranza dei pazienti
con recidiva erano TS positivi, mentre tra quelli senza malattia il 67% erano
TS negativi. I pazienti inoltre con overexpression di TS godrebbero di un migliore
beneficio se trattati con farmaci aventi un meccanismo diverso dal 5FU.
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Terapia
L’andamento delle curve di incidenza e mortalità dell’ultima decade testimoniano
il successo della diagnosi precoce e l’efficacia delle terapie attuate. Esiste
pieno accordo nel riconoscere la chirurgia come unico trattamento con possibilità
di guarigione, alla quale possono essere utilmente associate la radioterapia e
la chemioterapia.
CHIRURGIA
Il miglioramento delle tecniche diagnostiche che chirurgiche negli ultimi 40
anni ha determinato un miglioramento della prognosi.
Generalmente il 70% dei pazienti viene sottoposto ad interventi chirurgici apparentemente
radicali a scopo curativo; invece nel restante 30% dei casi, già in fase avanzata
di malattia al momento della diagnosi, viene eseguita una chirurgia a scopo palliativo.
Nei pazienti operati in maniera apparentemente radicale, il rischio di recidiva
varia con lo stadio patologico del tumore primitivo: ad esempio in uno stadio
iniziale di malattia T3 N0 M0 vi sono recidive nel 30% dei casi, con uno stadio
T3N1M0 invece, nel 50%.
La chirurgia può essere inoltre utile, e talora indispensabile, nella malattia
avanzata, per prevenire complicanze, come occlusioni, sanguinamenti o perforazioni,
oppure per asportare recidive locoregionali o metastasi a distanza (al fegato,
polmone, ecc.), talora con intento curativo.
RADIOTERAPIA
Negli adenocarcinomi del retto, nei quali è più frequente la recidiva locale,
viene adoperata di routine a scopo adiuvante, associata alla chemioterapia.
Un trattamento radiochemioterapico inoltre, può essere eseguito pre-operatoriamente
nelle neoplasie localmente avanzate per ridurne la massa e consentire al paziente
di essere sottoposto all’intervento chirurgico.
Recentemente, inoltre, il trattamento radiante neoadiuvante è stato esteso, spesso
all’interno di studi clinici, anche a tumori resecabili fin dalla diagnosi, e/o
per localizzazioni rettali basse, così da aumentare la resecabilità del tumore
e consentire il salvataggio dello sfintere anale.
CHEMIOTERAPIA ADIUVANTE
La chemioterapia adiuvante è quel trattamento che viene somministrato dopo l’intervento
chirurgico di asportazione radicale del tumore, al fine di ridurre il rischio
che la malattia si ripresenti.
Il 5-fluorouracile (5-FU), fluoropirimidina appartenente al gruppo degli anti-metaboliti,
sin dalla sua introduzione, risalente a circa 40 anni fa, rappresenta a tutt’oggi,
il farmaco di scelta nel trattamento del carcinoma del colon retto. Altri chemioterapici
usati in passato in monochemioterapia come alcune nitrosuree, la mitomicina C,
il ftoraful, non hanno mostrato, in termini di risposte o sopravvivenza, un vantaggio
rispetto al 5 fluorouracile usato da solo.
Attualmente la somministrazione in bolo di 5-FU con acido folinico (AF) 5 giorni
al mese per 6 mesi è considerato il trattamento standard adiuvante nei pazienti
in stadio III, capace di determinare un incremento della sopravvivenza assoluta
pari al 5-10%, rispetto ai pazienti che non hanno ricevuto chemioterapia adiuvante.
Nel recente studio MOSAIC è stato osservato che l’associazione del 5-FU/AF con
l’oxaliplatino (schema FOLFOX), già efficace nel trattamento di prima linea del
carcinoma colon-retto avanzato, è efficace e sicura anche nel trattamento adiuvante.
Nei pazienti in stadio II e III trattati con FOLFOX, infatti, tale studio ha osservato
una riduzione del rischio di ricaduta di malattia a 3 anni del 25%.
Il ruolo della chemioterapia adiuvante nello stadio B di Dukes, è più controverso,
e deve essere ancora definito. Nel suddetto studio di De Gramont et al. è stata
evidenziata una riduzione del rischio di ricaduta di malattia a 3 anni pari al
25% sia nei pazienti in stadio II che in stadio III che hanno ricevuto trattamento
secondo schema FOLFOX.
TERAPIA DELLA MALATTIA AVANZATA
Nella gestione dei pazienti affetti da carcinoma del colon retto in fase metastatica
sono state impiegate diverse modalità terapeutiche. La chemioterapia sistemica,
la chemioterapia locoregionale, le terapie ablative, la chirurgia e la combinazione
di tutti i trattamenti hanno un ruolo nella gestione di questi pazienti.
Il trattamento chemioterapico rappresenta il fulcro delle possibilità terapeutiche
disponibili in questo gruppo di pazienti. Le percentuali di risposta obiettiva
ottenute con la chemioterapia sono pari al 20% con una breve durata di risposta
ed una bassa percentuale di risposte complete (solo il 5%); le stabilizzazioni
di malattia rappresentano circa il 30-40%.
Il 5-FU è stato per oltre 40 anni l’unica arma terapeutica disponibile nel carcinoma
del colon retto in fase avanzata, e nessun farmaco testato negli anni successivi
fino ad oggi è stato capace di ottenere risposte obiettive in misura superiore
ad esso. Pochi altri farmaci nel passato si sono dimostrati efficaci nel carcinoma
del colon retto, in particolare la mitomicina-C e le nitrosuree, con cui però
non si sono mai ottenuti risultati superiori al 5-FU.
L’associazione tra l’AF e il 5-FU ha dimostrato un vantaggio in termini di risposte
obiettive (20-30%) ed in alcuni casi anche in termini di sopravvivenza rispetto
alla monochemioterapia con 5-FU.
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Negli ultimi anni nuovi farmaci sono stati studiati in associazione o meno con
il 5-FU per cercare di migliorare la sopravvivenza in pazienti affetti da carcinoma
metastatico del colon-retto. Tra questi l’Irinotecan (CPT-11) e l’Oxaliplatino
rivestono un ruolo fondamentale. Il CPT-11 recentemente in associazione con il
5-FU, ha mostrato percentuali di risposte obiettive e tempo alla progressione
maggiori rispetto ai pazienti trattati con solo 5-FU con una sopravvivenza globale
di circa 17 mesi. L’oxaliplatino ha un’attività molto interessante nei confronti
del carcinoma del colon-retto, riuscendo in monochemioterapia ad ottenere risposte
obbiettive in prima e seconda linea nella fase avanzata rispettivamente nel 24%
e 10% dei casi. E’ stato osservato inoltre che l’oxaliplatino in associazione
con il 5-FU/AF, agisce in maniera sinergica sia in vitro che in vivo e numerosi
studi sono stati condotti allo scopo di verificare tale sinergismo.
Un importante vantaggio terapeutico dello schema FOLFOX è la sua capacità di
determinare una riduzione del volume e del numero delle metastasi epatiche in
pazienti con carcinoma metastatico del colon-retto, che è risultato essere correlato
ad un aumento della percentuale di sopravvivenza di tali pazienti sia a 2 che
a 5 anni e all’aumento delle possibilità di intervenire chirurgicamente su metastasi
epatiche considerate inoperabili prima della chemioterapia. Studi clinici hanno
valutato, inoltre, l’associazione dell’oxaliplatino con il Raltitrexed (TOMUDEX).
Quest’ultimo è un farmaco con un maneggevole profilo di tossicità sia nei pazienti
trattati precedentemente con chemioterapia adiuvante sia nei pazienti non trattati.
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