TUMORE DELLA PROSTATA - I ParteA cura della Dott.ssa Molinaro Maria Angela |
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Le terapie Combinate
Ancora oggi il trattamento elettivo del tumore prostatico è molto complesso: vigile attesa, ormonoterapie, radioterapia, prostatectomia radicale. Poiché sembra certo che la sopravvivenza del paziente non viene modificata in alcun modo (P. C. Albertsen 1996) la terapia di combinazione potrebbe essere instaurata contemporaneamente o in successione differita. Però le associazioni terapeutiche sono così varie che è impossibile trarre delle conclusioni sulla loro reale efficacia e spesso sono scelte secondo la preferenza del curante.
ORMONOTERAPIA
L’obiettivo del trattamento ormonale con deprivazione androgenica prima del trattamento chirurgico a scopo neoadiuvante è quello di ridurre l’estensione locale della neoplasia per aumentare la probabilità di ottenere margini di resezione negativi. In effetti, vari studi hanno dimostrato che la percentuale di margini positivi può essere ridotta di più della metà (dal 40% al 17%) con la soppressione degli androgeni, che è in grado di ridurre i livelli di PSA in >90% dei casi e il volume della prostata in circa il 35% dei pazienti. Tuttavia il suo impatto sul controllo locale e soprattutto sulla sopravvivenza rimane da definire. Più consistenti sembrano essere i dati relativi all’efficacia della combinazione tra ormonoterapia e radioterapia, anche sulla base di dati sperimentali estrapolati da modelli animali. Le ragioni che possono spiegare questo effetto sinergico sono molteplici: dalla riduzione del numero delle cellule clonogene e del volume ghiandolare con incremento dello stato di ossigenazione del tumore, all’aumento delle cellule rimosse dal ciclo con riduzione dei fenomeni di ripopolamento cellulare durante la radioterapia oltre ad un vero e proprio effetto additivo sui meccanismi di induzione dell’apoptosi. L’ormonoterapia si basa, sulla eliminazione dell’azione degli androgeni. Ciò può essere ottenuto con vari metodi riconducibili alla soppressione/inibizione della produzione di androgeni e inibizione dell’azione degli androgeni.
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Gli antiandrogeni competono con gli androgeni a livello dei recettori per gli androgeni. Si distinguono in antiandrogeni puri e antiandrogeni steroidei.
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Endocrinoterapia precoce o differita
Poiché il carcinoma prostatico in fase avanzata non è guaribile con la terapia ormonale, si è posto il problema dell’opportunità di iniziare subito il trattamento in pazienti asintomatjci. In un recente studio di vasta portata, è stato evidenziato che la progressione della malattia da M0 a Ml e la comparsa di dolore dovuto a metastasi sono state più rapide in pazienti sottoposti a terapia differita. Inoltre, i pazienti trattati precocemente hanno beneficiato un prolungamento della sopravvivenza e di una minore incidenza di complicazioni (compressione del midollo spinale, fratture patologiche, ecc.). Il trattamento differito, tuttavia, potrebbe trovare indicazione in pazienti anziani con malattia non metastatica o in pazienti giovani che desiderano conservare la potenza sessuale.
Endocrinoterapia intermittente
Questa modalità di trattamento mira a ridurre la tossicità della terapia ed a ritardare lo sviluppo di doni cellulari ormono-resistenti. Nella pratica clinica viene effettuata per 2-3 mesi fino ad ottenere la massima risposta con normalizzazione dei livelli di PSA. Con la sospensione del trattamento, il PSA comincia ad aumentare ed il ciclo di terapia è riiniziato al raggiungimento di livelli predeterminati. Vi sono evidenze che, procedendo in tal modo, la qualità di vita del paziente migliora e può essere procrastinata l’insorgenza dell’ormono-indipendenza, ma non si conosce qual è l’impatto sulla sopravvivenza.
Forme avanzate non ormonoresponsive
Quando un paziente affetto da carcinoma prostatico con metastasi a distanza non risponde alla terapia ormonale o diventa refrattario ad essa, si pone inevitabilmente il problema di un’ulteriore linea terapeutica che generalmente è di tipo chemioantiblastico. In considerazione dell’ampia letteratura sulla limitata efficacia della chemioterapia sistemica in tali pazienti le opzioni possibili variano dal “no treatment” alla miglior terapia di supporto possibile.
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In ultima analisi consideriamo il possibile
TRATTAMENTO PALLIATIVO DELLE METASTASI OSSEE
Nei pazienti con metastasi ossee l’approccio terapeutico deve essere di tipo sintomatico, volto al mantenimento di un accettabile livello di qualità della vita, in quanto il dolore è un elemento estremamente debilitante. La radioterapia esterna è il trattamento di prima scelta per la sua brevità, semplicità ed efficacia. Esso consente di ottenere una remissione completa o parziale del dolore (con riduzione o abolizione del supporto farmacologico analgesico) in circa l’80% dei pazienti. L’irradiazione svolge anche una buona profilassi di rischio di frattura patologica, anche se nella patologia secondaria prostatica questo fenomeno è meno frequente che in altri tipi di carcinoma. Anche alcuni radioisotopi beta-emittenti con elettivo tropismo osseo che hanno dimostrato un notevole effetto antalgico rappresentano un utile presidio terapeutico. Il trattamento metabolico può essere impiegato da solo, in alternativa alla radioterapia esterna, nei pazienti con localizzazioni ossee diffuse, o, forse più razionalmente, rappresentare una utile integrazione alla stessa. Tra i differenti isotopi lo stronzio-89 è il più utilizzato; una remissione del dolore è ottenibile nel 70% dei pazienti non più suscettibili di terapia specifica, con una durata dell’effetto antalgico compresa tra 5 e 18 settimane. Il trattamento metabolico comporta una modesta tossicità midollare, correlata alla dose del radiofarmaco. Leucopenia e piastrinopenia significative si possono verificare in circa il 5% dei pazienti nel caso di trattamenti ripetuti. Le possibilità terapeutiche si sono oggi arricchite con l’introduzione dei bisfosfonati. I bisfosfonati sono analoghi del pirofosfato in grado di inibire l’attività osteoclastica attraverso svariati meccanismi:
Recentemente, è stato altresì evidenziato come la stimolazione dell’attività osteoclastica, in pazienti con carcinoma prostatico ormono-refrattario, non sia solo focale, ma anche generalizzata, coinvolgendo cioè tutto lo scheletro ad opera di due meccanismi:
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