Epidemiologia e fattori di rischio Ogni anno in Italia oltre 11.000 donne muoiono di cancro mammario. I dati d’incidenza
forniti dai Registri tumori sono sicuramente più affidabili, ma la distribuzione
disomogenea dei Registri sul territorio nazionale non consente valutazioni sicure.
Fattori di rischio Tra i fattori di rischio, alcuni riguardano la storia mestruale e riproduttiva.
È noto che il rischio è tanto minore quanto più tardivo è il menarca e quanto
più precoce è la menopausa: quest’ultimo effetto è abbastanza marcato, per cui
un anticipo di 10 anni della menopausa dimezza il rischio di cancro mammario per
tutta la vita.
Un altro fattore di rischio esogeno, su cui inizia a esservi consenso, è il consumo di alcol; restano tuttavia ancora molte incertezze, specie in termini di relazione dose-effetto. Ancora incerta è invece la relazione con fattori di rischio dietetici, poiché gli studi finora condotti non sono riusciti a confermare in maniera chiara le indicazioni fornite dai confronti geografici e soprattutto dagli studi sugli animali. Per quanto riguarda i contraccettivi orali, il loro uso su larga scala è troppo recente per permettere conclusioni definitive, specie sugli effetti a lungo termine: per ora è stato possibile stabilire che, nel breve termine, si può avere un incremento di rischio che, se presente, è comunque di dimensioni molto limitate. Gli scarsi dati disponibili sugli effetti a lungo termine non sembrano indicare alcun aumento del rischio, e anzi qualcuno ipotizza un possibile effetto protettivo: è evidente che una stima del rapporto complessivo tra rischi e benefici sarà possibile solo con una valutazione accurata degli eventuali effetti in età post-menopausale, in cui il rischio di base è maggiore. Al momento, comunque, non esistono seri motivi di preoccupazione. Non dissimili sono le valutazioni degli effetti di preparati ormonali utilizzati nelle donne in menopausa: la maggior parte degli studi su donne che avevano preso preparati contenenti solo estrogeni (di solito estrogeni coniugati, per via orale) non ha mostrato un incremento di rischio, o lo ha mostrato solo dopo un uso molto prolungato. L’aumento (di circa il 20-30%) sembra presente solo dopo 15 anni di assunzione, in studi in cui i dosaggi giornalieri erano generalmente superiori a quello standard di 0,625 mg. Non sono disponibili dati sull’effetto delle preparazioni parenterali (transdermiche), anche se studi sugli effetti ormonali delle due vie di somministrazione danno sostegno all’ipotesi che l’effetto sul rischio di carcinoma mammario possa essere più marcato. Gli studi sugli effetti dei preparati contenenti progestinici in aggiunta agli estrogeni hanno fornito risultati discordanti. La ragione di questo disaccordo potrebbe essere scritta al diverso tipo di progestinico contenuto nei preparati utilizzati nelle aree dove si sono condotti questi studi. Se ciò venisse confermato, alcuni dei preparati estroprogestinici sarebbero associati a un aumento del rischio di carcinoma mammario. La familiarità Tra i fattori utili a definire il rischio individuale di carcinoma mammario la storia familiare ha molta importanza, come è stato confermato da recenti studi di biologia e genetica molecolare. A questo proposito bisogna però evitare la confusione: circa il 10-15% delle donne che sviluppano un carcinoma mammario ha una parente di primo grado che è già stata colpita dalla stessa malattia. D’altra parte, la malattia è così frequente (una donna su 10-15 ha tale diagnosi entro i 75 anni, se non muore prima per altre cause) che anche molte donne senza tumore mammario hanno parenti di primo grado con un carcinoma della mammella. In effetti, è stato ripetutamente dimostrato che quando una donna ha una parente di primo grado con cancro della mammella il suo rischio è doppio o triplo. Nella maggior parte degli studi non viene però fatta alcuna distinzione tra le familiarità "sporadiche" e la vera aggregazione, all’interno di una stessa famiglia, di più casi di cancro mammario, spesso in età giovanile. Queste aggregazioni sono verosimilmente legate a fattori genetici ereditari, ed i progressi nel campo della biologia molecolare hanno già in parte permesso di caratterizzarle, e ancor più dovrebbero permetterlo in un prossimo futuro (vedi paragrafo successivo). Per ora appare importante riconoscerle, per poter identificare le situazioni in cui il rischio è molto elevato, anche se il comportamento successivo rimane problematico. A tale scopo può essere necessaria la competenza di genetisti clinici specializzati. Queste situazioni sono però abbastanza rare: nella maggior parte dei casi, invece, la presenza di un parente di primo grado (o anche di secondo) comporta un incremento di rischio relativamente modesto, inferiore per esempio a quello che si ha passando dai 35 ai 55 anni di età. Non sembrano perciò giustificati eccessivi allarmismi. Anche quando due casi di cancro mammario si verificano nella stessa famiglia, non necessariamente si è in presenza di una sindrome neoplastica ereditaria: l’associazione può essere dovuta semplicemente al caso (circa un terzo/metà dei casi) o a fattori ambientali presenti all’interno della famiglia. È anche possibile che alcuni casi di aggregazione familiare siano dovuti a particolari varietà costituzionali (ereditarie) che determinano una diversa suscettibilità ai fattori ambientali, ma questa è per ora solo un’ipotesi di ricerca. In generale, le strategie che mirano all’identificazione dei soggetti con familiarità di primo grado per cancro mammario da avviare indiscriminatamente a protocolli di screening clinico e mammografico intensivo non sembrano giustificate, in assenza di un’accurata valutazione del rapporto tra rischi e benefici. Sembra invece necessaria la definizione, con la collaborazione di specialisti di varia estrazione, di protocolli per identificare le famiglie dove è presente un rischio molto alto di cancro mammario, e di opportuni protocolli comportamentali. Aspetti patologici
Per entrambi i tipi si riconoscono una forma in situ ed una forma infiltrante. Il tipo duttale (in forma pura o mista) rappresenta circa il 75% dei tumori infiltranti, mentre il lobulare circa il 5%. Istotipi infiltranti meno frequenti sono il carcinoma midollare (15%), il colloide o mucinoso (2%), il tubulare (1-2%), ai quali si aggiungono numerose altre forme rare. A volte le cellule di un carcinoma in situ dei dotti principali, ma anche insorto nelle UTDL, possono migrare fino a raggiungere l’epidermide del capezzolo o anche dell’areola, causando una flogosi della cute, spesso simile ad un eczema. Questo quadro è noto come malattia di Paget ed il suo riconoscimento clinico è di particolare importanza, in quanto con il tempo il tumore diventa invasivo. Il carcinoma infiltrante in assoluto più frequente è il duttale, caratterizzato da un’abbondante quantità di stroma fibroso o scleroialino, che gli conferisce una consistenza molto dura, da cui prende anche il nome di carcinoma scirroso (cioè duro); la popolazione neoplastica si dispone in isolotti solidi, in cordoni grossolani, in strutture tubulari. Spesso si usa aggiungere al termine di carcinoma duttale infiltrante (o invasivo) le parole "non altrimenti specificato" (NAS, o NOS secondo la terminologia inglese), che distinguono questo istotipo da quelli più rari e a prognosi più favorevole quali il midollare ed il mucinoso. Il carcinoma lobulare infiltrante (o invasivo) è caratterizzato dal fatto che le cellule invadono lo stroma in filiere sottili, unicellulari (a fila indiana), spesso disponendosi concentricamente intorno alle strutture duttali o lobulari. Questo tumore più spesso del precedente è multifocale e bilaterale.
La metà dei casi di carcinoma insorge nel quadrante superiore esterno (QSE) della mammella, il 20% nell’area centrale o subareolare, il 10% in ciascuno dei rimanenti tre quadranti. La maggiore incidenza nel QSE è verosimilmente legata al fatto che in questa zona è presente la maggior parte dell’albero ghiandolare. Nella sua crescita invasiva un carcinoma di qualsiasi tipo può infiltrare la cute sovrastante e retrarla (nel caso è il capezzolo a essere retratto) o può infiltrare la parete toracica e quindi rimanere fisso durante la palpazione. In seguito a una diffusa infiltrazione neoplastica dei vasi linfatici può verificarsi un linfedema della cute della mammella, che diventa ispessita e dura, e assume un aspetto finemente granulare, detto a "buccia d’arancia", per la dilatazione degli orifizi di sbocco delle ghiandole annessiali; la linfangiosi, se molto diffusa, può causare un’intensa reazione infiammatoria dell’intera mammella, che diventa arrossata, tumefatta, dolente e dolorabile, dando luogo al cosiddetto carcinoma infiammatorio. Sia i carcinomi infiltranti sia quelli in situ possono contenere delle microcalcificazioni, piccole, numerose e riunite in gruppi, che sono di grande utilità per la diagnosi mammografica di neoplasia maligna. I carcinomi invasivi della mammella si diffondono inizialmente per via linfatica, dando metastasi in primo luogo ai linfonodi ascellari e mammari interni, con frequenza diversa secondo la zona della mammella in cui sono insorti. Fattori prognostici Il ruolo prognostico dello stadio di malattia è ben conosciuto, e il suo utilizzo nella pianificazione terapeutica del carcinoma della mammella ormai consolidato. Tuttavia, la variabilità prognostica registrata all’interno di categorie di pazienti omogenee per stadio anatomo-clinico ha indotto a una più estesa ed approfondita caratterizzazione biologica del tumore. Tale impegno scientifico è contrassegnato dallo studio dei due aspetti fondamentali: quello morfologico e quello biofunzionale. Dallo studio dell’aspetto morfologico sono derivate le definizioni di:
Queste caratteristiche morfologiche hanno implicazioni prognostiche: l’istotipo, il grading istologico e nucleare quali espressioni di differenziamento; la neoangiogenesi e l’invasione dei vasi linfatici quali espressione di potenziale metastatico. Le aree di maggiore e crescente sviluppo, dalle quali sono emersi indicatori prognostici validati o in via di validazione, possono essere così riassunte:
Diagnostica del carcinoma mammario
Obiettivo primario è trovare tumori iniziali possibilmente nella fase preclinica (non palpabili), essendo noto che la terapia chirurgica non demolitrice e la maggior curabilità della neoplasia sono strettamente legati all’anticipo diagnostico. Obiettivo non meno importante è la diagnosi corretta delle lesioni benigne al fine di evitare stati di ansia e biopsie inutili.
Non è una tecnica sensibile per identificare lesioni in fase preclinica. Essa ha tuttavia un ruolo potenzialmente importante. Se eseguita in modo corretto, consente infatti la conoscenza delle proprie mammelle da parte della donna, evitando falsi allarmi derivanti dalla scoperta di pseudonoduli; può inoltre facilitare una diagnosi tempestiva di lesioni palpabili ma relativamente piccole, avviando senza ritardi l’iter diagnostico ed il successivo programma terapeutico. Allorché si adottino tecniche d’indagine preclinica, infine, può fornire utili indicazioni diagnostiche per le lesioni che si manifestano nel periodo che intercorre fra i controlli periodici previsti (i cosiddetti carcinomi intervallo). È consigliabile che l’autovisita sia insegnata dal medico curante e che la stessa venga ripetuta al termine di ogni flusso mestruale, se presente, oppure con cadenza mensile nelle donne in menopausa. Esame clinico
Va comunque sempre ricordato che il sospetto clinico di neoplasia merita un accertamento bioptico anche in presenza di negatività dei test strumentali, e che l’esame clinico dovrebbe far parte integrante degli accertamenti diagnostici fornendo guida all’esecuzione ed aiuto all’interpretazione. Mammografia
La mammografia non è comunque esente da errori, e bisogna avere una conoscenza sufficiente dei suoi limiti per evitare una falsa tranquillità. La mancata dimostrazione di un carcinoma può dipendere dall’uso di apparecchiature non idonee, da una non perfetta esecuzione metodologica, da un’interpretazione errata, ma anche dal fatto che il tumore può non lasciarsi riconoscere a causa della sua particolare struttura o a causa del contesto morfostrutturale nel quale si sviluppa. I segni mammografici più frequenti di carcinoma sono la formazione noduliforme radiopaca a contorni irregolari e la presenza di focolai di piccole calcificazioni (150300 micron). Quest’ultimo segno è presente nella metà circa dei carcinomi scoperti in fase preclinica. Ecografia
Agoaspirazione e microbiopsia
Iter diagnostici Per disegnare un corretto iter diagnostico è utile effettuare una prima distinzione fra i quesiti diagnostici riferiti alla donna sintomatica e quelli alla donna asintomatica, e una seconda distinzione fra la donna in premenopausa oppure con età inferiore a 50 anni, e la donna in postmenopausa o con età di 50 anni e oltre. Donne sintomatiche
Un’altra funzione fondamentale del medico è educare via via la donna a ben interpretare da sola, con la cosiddetta autovisita, o attraverso periodici esami clinici, tali quadri senza ricorrere in linea di principio a indagini strumentali. Va comunque ricordato che la diagnosi clinica del carcinoma mammario, anche se
palpabile, può essere più difficile nelle donne giovani e che al di sopra dei
quarant’anni l’interpretazione diagnostica con il ricorso a esami strumentali
ed eventuale citologia per agoaspirato è fondamentale.
Stadiazione del carcinoma mammario La stadiazione del carcinoma della mammella è rilevante nella programmazione della strategia terapeutica. Per la corretta caratterizzazione di T (tumore) e di N (linfonodi ascellari), l’esame clinico e mammografico (cTNM) ed in particolare l’esame istopatologico (pTNM) costituiscono punti certi e insostituibili di riferimento. Sui criteri e sugli esami diagnostici per la definizione di M (metastasi) c’è un ampio dibattito in letteratura, in particolare sull’utilità clinica delle varie indagini per identificare la malattia metastatica. Le indagini alle quali viene riconosciuto un ruolo sono:
Classificazione TNM La stadiazione del carcinoma mammario, secondo il sistema TNM è universalmente accettata per stimare la prognosi, definire la terapia più adatta e per valutare i risultati. Consente una descrizione dell’estensione della malattia neoplastica in un dato momento, ricorrendo a tre parametri:
La combinazione dei tre elementi permette di assegnare il singolo tumore ad uno stadio che ha una prognosi e una terapia proprie. La stadiazione clinica (cTNM) è impiegata per valutare l’estensione della malattia prima d’intraprendere qualsiasi terapia. La stadiazione chirurgica (sTNM) consente l’acquisizione di elementi aggiuntivi sull’estensione del processo neoplastico nelle pazienti sottoposte a resezione mammaria. La stadiazione patologica (pTNM) consente infine precisazioni sul materiale patologico asportato nel corso dell’exeresi chirurgica, mentre la stadiazione autoptica (aTNM) fornisce informazioni post mortem. Classificazione clinica T Tumore primitivo
N Linfonodi regionali
M Metastasi a distanza
Classificazione patologica pT Tumore primitivo Per la classificazione patologica è necessario l’esame del carcinoma primitivo. Se vi è infiltrazione macroscopica dei margini di resezione, il tumore primitivo viene classificato pTx, mentre la classificazione pT è possibile quando l’infiltrazione del margine di resezione è rilevabile solo microscopicamente. Le categorie pT corrispondono alle categorie T. pN Linfonodi regionali Per la classificazione patologica è necessaria l’asportazione e l’esame almeno dei linfonodi della parte inferiore dell’ascella (I livello). Tale asportazione comprende normalmente 6 o più linfonodi.
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