Ogni anno in Italia oltre 11.000 donne muoiono di cancro mammario. I dati d’incidenza
forniti dai Registri tumori sono sicuramente più affidabili, ma la distribuzione
disomogenea dei Registri sul territorio nazionale non consente valutazioni sicure.
Il rischio di carcinoma mammario in Italia aumenta rapidamente con l’età, raggiungendo
un tasso annuo superiore ai 150 casi per 100.000 donne in epoca menopausale, per
poi continuare a crescere, più lentamente, fino a tarda età. Questo fenomeno è
evidente in tutte le popolazioni ad incidenza e mortalità stabili, mentre nelle
popolazioni in cui il rischio è in rapido aumento l’incidenza nelle donne in età
premenopausale, appartenenti a generazioni più recenti e quindi esposte per tutta
la vita ai fattori responsabili dell’aumento del rischio, può risultare uguale
o addirittura superiore a quella delle donne in età postmenopausale.
Fattori di rischio
Tra i fattori di rischio, alcuni riguardano la storia mestruale e riproduttiva.
È noto che il rischio è tanto minore quanto più tardivo è il menarca e quanto
più precoce è la menopausa: quest’ultimo effetto è abbastanza marcato, per cui
un anticipo di 10 anni della menopausa dimezza il rischio di cancro mammario per
tutta la vita.
Una riduzione del rischio a lungo termine si osserva anche nelle donne che hanno
avuto figli rispetto alle nullipare, e la protezione è tanto maggiore quanto più
numerosi sono i figli e quanto più precoce è l’età al momento della prima gravidanza.
Questa protezione sembra però preceduta da un breve periodo (alcuni anni), subito
dopo una gravidanza, in cui si osserva un aumento nel rischio di cancro mammario.
Esiste anche una correlazione tra rischio di cancro e obesità, presente solo dopo
la menopausa.
Per quanto riguarda i fattori di rischio esterni, va sottolineato l’effetto cancerogeno delle radiazioni ionizzanti, che è direttamente
legato non solo alla dose cumulativa, ma anche all’età in cui ci si espone: l’effetto
è massimo prima dei 20 anni, diminuisce progressivamente tra i 20 ed i 40, per
poi diventare quasi trascurabile.
Un altro fattore di rischio esogeno, su cui inizia a esservi consenso, è il consumo di alcol; restano tuttavia ancora molte incertezze, specie in termini di relazione dose-effetto.
Ancora incerta è invece la relazione con fattori di rischio dietetici, poiché
gli studi finora condotti non sono riusciti a confermare in maniera chiara le
indicazioni fornite dai confronti geografici e soprattutto dagli studi sugli animali.
Per quanto riguarda i contraccettivi orali, il loro uso su larga scala è troppo
recente per permettere conclusioni definitive, specie sugli effetti a lungo termine:
per ora è stato possibile stabilire che, nel breve termine, si può avere un incremento
di rischio che, se presente, è comunque di dimensioni molto limitate. Gli scarsi
dati disponibili sugli effetti a lungo termine non sembrano indicare alcun aumento
del rischio, e anzi qualcuno ipotizza un possibile effetto protettivo: è evidente
che una stima del rapporto complessivo tra rischi e benefici sarà possibile solo
con una valutazione accurata degli eventuali effetti in età post-menopausale,
in cui il rischio di base è maggiore. Al momento, comunque, non esistono seri
motivi di preoccupazione.
Non dissimili sono le valutazioni degli effetti di preparati ormonali utilizzati
nelle donne in menopausa: la maggior parte degli studi su donne che avevano preso
preparati contenenti solo estrogeni (di solito estrogeni coniugati, per via orale)
non ha mostrato un incremento di rischio, o lo ha mostrato solo dopo un uso molto
prolungato. L’aumento (di circa il 20-30%) sembra presente solo dopo 15 anni di
assunzione, in studi in cui i dosaggi giornalieri erano generalmente superiori
a quello standard di 0,625 mg. Non sono disponibili dati sull’effetto delle preparazioni
parenterali (transdermiche), anche se studi sugli effetti ormonali delle due vie
di somministrazione danno sostegno all’ipotesi che l’effetto sul rischio di carcinoma
mammario possa essere più marcato.
Gli studi sugli effetti dei preparati contenenti progestinici in aggiunta agli
estrogeni hanno fornito risultati discordanti. La ragione di questo disaccordo
potrebbe essere scritta al diverso tipo di progestinico contenuto nei preparati
utilizzati nelle aree dove si sono condotti questi studi. Se ciò venisse confermato,
alcuni dei preparati estroprogestinici sarebbero associati a un aumento del rischio
di carcinoma mammario.
La familiarità
Tra i fattori utili a definire il rischio individuale di carcinoma mammario la
storia familiare ha molta importanza, come è stato confermato da recenti studi
di biologia e genetica molecolare. A questo proposito bisogna però evitare la
confusione: circa il 10-15% delle donne che sviluppano un carcinoma mammario ha
una parente di primo grado che è già stata colpita dalla stessa malattia. D’altra
parte, la malattia è così frequente (una donna su 10-15 ha tale diagnosi entro
i 75 anni, se non muore prima per altre cause) che anche molte donne senza tumore
mammario hanno parenti di primo grado con un carcinoma della mammella. In effetti,
è stato ripetutamente dimostrato che quando una donna ha una parente di primo
grado con cancro della mammella il suo rischio è doppio o triplo. Nella maggior
parte degli studi non viene però fatta alcuna distinzione tra le familiarità "sporadiche"
e la vera aggregazione, all’interno di una stessa famiglia, di più casi di cancro
mammario, spesso in età giovanile. Queste aggregazioni sono verosimilmente legate
a fattori genetici ereditari, ed i progressi nel campo della biologia molecolare
hanno già in parte permesso di caratterizzarle, e ancor più dovrebbero permetterlo
in un prossimo futuro (vedi paragrafo successivo). Per ora appare importante riconoscerle,
per poter identificare le situazioni in cui il rischio è molto elevato, anche
se il comportamento successivo rimane problematico. A tale scopo può essere necessaria
la competenza di genetisti clinici specializzati. Queste situazioni sono però
abbastanza rare: nella maggior parte dei casi, invece, la presenza di un parente
di primo grado (o anche di secondo) comporta un incremento di rischio relativamente
modesto, inferiore per esempio a quello che si ha passando dai 35 ai 55 anni di
età. Non sembrano perciò giustificati eccessivi allarmismi. Anche quando due casi
di cancro mammario si verificano nella stessa famiglia, non necessariamente si
è in presenza di una sindrome neoplastica ereditaria: l’associazione può essere
dovuta semplicemente al caso (circa un terzo/metà dei casi) o a fattori ambientali
presenti all’interno della famiglia. È anche possibile che alcuni casi di aggregazione
familiare siano dovuti a particolari varietà costituzionali (ereditarie) che determinano
una diversa suscettibilità ai fattori ambientali, ma questa è per ora solo un’ipotesi
di ricerca.
In generale, le strategie che mirano all’identificazione dei soggetti con familiarità
di primo grado per cancro mammario da avviare indiscriminatamente a protocolli
di screening clinico e mammografico intensivo non sembrano giustificate, in assenza
di un’accurata valutazione del rapporto tra rischi e benefici. Sembra invece necessaria
la definizione, con la collaborazione di specialisti di varia estrazione, di protocolli
per identificare le famiglie dove è presente un rischio molto alto di cancro mammario,
e di opportuni protocolli comportamentali.
Aspetti patologici
I più frequenti istotipi sono il carcinoma duttale e quello lobulare. I due termini sono stati introdotti alcuni decenni fa, ritenendo che la prima
forma derivasse dai dotti principali e la seconda dai lobuli. In realtà, la maggior
parte dei carcinomi insorge nelle unità terminali dottolobulari (UTDL) e successivamente,
per meccanismi ancora non ben noti, dà luogo a tumori diversi, non solo per la
loro morfologia, ma anche per il loro comportamento biologico.
Per entrambi i tipi si riconoscono una forma in situ ed una forma infiltrante.
Il tipo duttale (in forma pura o mista) rappresenta circa il 75% dei tumori infiltranti,
mentre il lobulare circa il 5%. Istotipi infiltranti meno frequenti sono il carcinoma
midollare (15%), il colloide o mucinoso (2%), il tubulare (1-2%), ai quali si
aggiungono numerose altre forme rare. A volte le cellule di un carcinoma in situ
dei dotti principali, ma anche insorto nelle UTDL, possono migrare fino a raggiungere
l’epidermide del capezzolo o anche dell’areola, causando una flogosi della cute,
spesso simile ad un eczema. Questo quadro è noto come malattia di Paget ed il suo riconoscimento clinico è di particolare importanza, in quanto con il
tempo il tumore diventa invasivo.
Il carcinoma infiltrante in assoluto più frequente è il duttale, caratterizzato
da un’abbondante quantità di stroma fibroso o scleroialino, che gli conferisce
una consistenza molto dura, da cui prende anche il nome di carcinoma scirroso
(cioè duro); la popolazione neoplastica si dispone in isolotti solidi, in cordoni
grossolani, in strutture tubulari. Spesso si usa aggiungere al termine di carcinoma
duttale infiltrante (o invasivo) le parole "non altrimenti specificato" (NAS,
o NOS secondo la terminologia inglese), che distinguono questo istotipo da quelli
più rari e a prognosi più favorevole quali il midollare ed il mucinoso.
Il carcinoma lobulare infiltrante (o invasivo) è caratterizzato dal fatto che
le cellule invadono lo stroma in filiere sottili, unicellulari (a fila indiana),
spesso disponendosi concentricamente intorno alle strutture duttali o lobulari.
Questo tumore più spesso del precedente è multifocale e bilaterale.
La metà dei casi di carcinoma insorge nel quadrante superiore esterno (QSE) della
mammella, il 20% nell’area centrale o subareolare, il 10% in ciascuno dei rimanenti
tre quadranti. La maggiore incidenza nel QSE è verosimilmente legata al fatto
che in questa zona è presente la maggior parte dell’albero ghiandolare. Nella
sua crescita invasiva un carcinoma di qualsiasi tipo può infiltrare la cute sovrastante
e retrarla (nel caso è il capezzolo a essere retratto) o può infiltrare la parete
toracica e quindi rimanere fisso durante la palpazione. In seguito a una diffusa
infiltrazione neoplastica dei vasi linfatici può verificarsi un linfedema della
cute della mammella, che diventa ispessita e dura, e assume un aspetto finemente
granulare, detto a "buccia d’arancia", per la dilatazione degli orifizi di sbocco
delle ghiandole annessiali; la linfangiosi, se molto diffusa, può causare un’intensa
reazione infiammatoria dell’intera mammella, che diventa arrossata, tumefatta,
dolente e dolorabile, dando luogo al cosiddetto carcinoma infiammatorio.
Sia i carcinomi infiltranti sia quelli in situ possono contenere delle microcalcificazioni,
piccole, numerose e riunite in gruppi, che sono di grande utilità per la diagnosi
mammografica di neoplasia maligna.
I carcinomi invasivi della mammella si diffondono inizialmente per via linfatica,
dando metastasi in primo luogo ai linfonodi ascellari e mammari interni, con frequenza
diversa secondo la zona della mammella in cui sono insorti.
Fattori prognostici
Il ruolo prognostico dello stadio di malattia è ben conosciuto, e il suo utilizzo
nella pianificazione terapeutica del carcinoma della mammella ormai consolidato.
Tuttavia, la variabilità prognostica registrata all’interno di categorie di pazienti
omogenee per stadio anatomo-clinico ha indotto a una più estesa ed approfondita
caratterizzazione biologica del tumore.
Tale impegno scientifico è contrassegnato dallo studio dei due aspetti fondamentali:
quello morfologico e quello biofunzionale. Dallo studio dell’aspetto morfologico
sono derivate le definizioni di:
istotipo, e cioè carcinoma duttale, lobulare, mucinoso, papillare e tubulare, e la discriminazione
tra forme invasive e non;
grado istologico, limitatamente ai carcinomi duttali invasivi, distinto in grado 1, 2, 3 sulla
base della formazione di strutture tubulari, numero di mitosi ed entità di atipie
nucleari;
grado nucleare, distinto in grado 1, 2, e 3, corrispondenti rispettivamente a un elevato, moderato
e scarso differenziamento dei nuclei, definito sulla se della loro forma, atipia
e colorabilitàba;
invasione dei vasi linfatici, ossia la presenza di emboli neoplastici nei vasi linfatici peritumorali;
neoangiogenesi tumorale: la capacità di produrre fattori angiogenetici correlati alla malignità del
tumore si traduce in una maggiore possibilità d’invasione delle cellule neoplastiche
nel circolo ematico, aumentando la possibilità di diffusione metastatica.
Queste caratteristiche morfologiche hanno implicazioni prognostiche: l’istotipo,
il grading istologico e nucleare quali espressioni di differenziamento; la neoangiogenesi
e l’invasione dei vasi linfatici quali espressione di potenziale metastatico.
Le aree di maggiore e crescente sviluppo, dalle quali sono emersi indicatori
prognostici validati o in via di validazione, possono essere così riassunte:
recettori per ormoni steroidei, estradiolo (ER) e progesterone (PgR), come espressione di differenziamento,
valutati con metodiche quantitative in charcoal destrano, o immunometriche e semiquantitative
in immunoistochimica; si tratta di un’importante informazione da acquisire, non
solo come fattore prognostico, ma anche come importante indicatore di risposta
al trattamento;
attività proliferativa: le conoscenze di base sul ciclo cellulare hanno consentito la proposta di diversi
approcci, rivolti essenzialmente a quantificare la frazione di cellule in fase
S (ossia nella fase di sintesi del DNA), o l’intera frazione di cellule proliferanti.
Diagnostica del carcinoma mammario
Tecniche e metodologie: presupposti per una corretta attività diagnostica
Obiettivo primario è trovare tumori iniziali possibilmente nella fase preclinica
(non palpabili), essendo noto che la terapia chirurgica non demolitrice e la maggior
curabilità della neoplasia sono strettamente legati all’anticipo diagnostico.
Obiettivo non meno importante è la diagnosi corretta delle lesioni benigne al
fine di evitare stati di ansia e biopsie inutili.
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Autoesame Non è una tecnica sensibile per identificare lesioni in fase preclinica. Essa
ha tuttavia un ruolo potenzialmente importante. Se eseguita in modo corretto,
consente infatti la conoscenza delle proprie mammelle da parte della donna, evitando
falsi allarmi derivanti dalla scoperta di pseudonoduli; può inoltre facilitare
una diagnosi tempestiva di lesioni palpabili ma relativamente piccole, avviando
senza ritardi l’iter diagnostico ed il successivo programma terapeutico. Allorché
si adottino tecniche d’indagine preclinica, infine, può fornire utili indicazioni
diagnostiche per le lesioni che si manifestano nel periodo che intercorre fra
i controlli periodici previsti (i cosiddetti carcinomi intervallo). È consigliabile
che l’autovisita sia insegnata dal medico curante e che la stessa venga ripetuta
al termine di ogni flusso mestruale, se presente, oppure con cadenza mensile nelle
donne in menopausa.
Esame clinico
L’esame clinico consente in alcuni casi la diagnosi di tumori in fase iniziale,
ma ha molti altri compiti. Anzitutto una corretta informazione: è l’occasione
migliore e forse l’unica per informare la donna su alcuni aspetti di fisiologia
della mammella; per ridurre la sua ansia nei confronti di malattie benigne; per
spiegarle il ruolo dell’autoesame; per stimolarla ad accettare i programmi di
prevenzione secondaria; per indirizzarla verso i centri diagnostici più qualificati.
È inoltre fondamentale per la ricerca di lesioni focali ai fini diagnostici: l’esame
clinico spesso non fornisce la certezza di benignità, né permette di escludere
con sicurezza la malignità; in effetti i noti segni clinici di neoplasia (nodulo
duro e a contorni irregolari, retrazione della cute, edema, scarsa mobilità della
tumefazione, secrezione ematica o sieroematica monoporica, alterazioni del capezzolo,
adenopatia ascellare) hanno un buon valore predittivo positivo solo per le forme
più avanzate.
Va comunque sempre ricordato che il sospetto clinico di neoplasia merita un accertamento
bioptico anche in presenza di negatività dei test strumentali, e che l’esame clinico
dovrebbe far parte integrante degli accertamenti diagnostici fornendo guida all’esecuzione
ed aiuto all’interpretazione.
Mammografia
È l’unica tecnica che permette l’esplorazione della mammella in tutta la sua
completezza, ed è quella che offre la maggiore sensibilità, in particolare per
i tumori in fase iniziale: su 100 tumori di diametro inferiore a 1 cm, infatti,
la mammografia ne può svelare oltre 90, le altre tecniche 40 o meno. L’evoluzione
tecnologica della mammografia, avvenuta negli anni ottanta, ha reso questa tecnica
più affidabile anche nelle donne al di sotto dei 50 anni.
La mammografia non è comunque esente da errori, e bisogna avere una conoscenza
sufficiente dei suoi limiti per evitare una falsa tranquillità. La mancata dimostrazione
di un carcinoma può dipendere dall’uso di apparecchiature non idonee, da una non
perfetta esecuzione metodologica, da un’interpretazione errata, ma anche dal fatto
che il tumore può non lasciarsi riconoscere a causa della sua particolare struttura
o a causa del contesto morfostrutturale nel quale si sviluppa.
I segni mammografici più frequenti di carcinoma sono la formazione noduliforme
radiopaca a contorni irregolari e la presenza di focolai di piccole calcificazioni
(150300 micron). Quest’ultimo segno è presente nella metà circa dei carcinomi
scoperti in fase preclinica.
Ecografia
Non può essere usata come unica tecnica diagnostica per la diagnosi del carcinoma.
Per quanto si usino apparecchiature sofisticate, l’ecografia non consente l’esplorazione
globale di tutto l’organo, non mostra molte microcalcificazioni (frequentissima
spia di tumori in fase iniziale) e non permette la sicura diagnosi differenziale
tra lesioni solide benigne e maligne. La sensibilità dell’ecografia nei carcinomi
di piccole dimensioni rimane bassa (inferiore al 40%) in qualsiasi fascia di età,
e quindi è sempre errato consigliare l’ecografia come alternativa alla mammografia
ai fini della diagnosi del tumore in fase iniziale.
L’ecografia è da considerarsi invece molto utile sia per diagnosticare in modo
atraumatico molte lesioni benigne (per esempio le cisti) rilevate clinicamente
o mammograficamente, sia per reperire in modo facile le lesioni in fase preclinica
mostrate con mammografia, per indirizzare agoaspirazione e biopsia chirurgica.
Sono necessarie sonde a elevata frequenza, anche superiore ai 10 MHz, uso corretto
delle curve di guadagno e della localizzazione, grande esperienza dell’operatore,
e conoscenza adeguata della patologia mammaria.
Agoaspirazione e microbiopsia
È una tecnica di ausilio all’esame clinico e alle metodiche d’imaging, al fine
d’identificare la natura di masse o alterazioni sospette. L’indagine può essere
eseguita, a seconda delle circostanze, su guida clinica oppure su guida ecografica
oppure ancora mammografica. In mani sufficientemente esperte l’esame citologico
per agoaspirazione ha una sensibilità per il carcinoma del 90-95%, specificità
maggiore del 99% e tasso d’inadeguati inferiore al 10%. La citologia non permette
di distinguere il carcinoma infiltrante dal carcinoma in situ. La quota di esami
citologici inadeguati su agoaspirazione è maggiore nelle lesioni benigne. Inoltre
in presenza di lesioni piccole, profonde, non ben localizzate clinicamente, è
necessario ricorrere ad un esame guidato sotto guida ecografica o mammografica.
La sequenza dell’agoaspirazione, nell’iter diagnostico, può essere variabile a
seconda dell’entità del dubbio o del sospetto.
Iter diagnostici
Per disegnare un corretto iter diagnostico è utile effettuare una prima distinzione
fra i quesiti diagnostici riferiti alla donna sintomatica e quelli alla donna
asintomatica, e una seconda distinzione fra la donna in premenopausa oppure con
età inferiore a 50 anni, e la donna in postmenopausa o con età di 50 anni e oltre.
Donne sintomatiche
I sintomi ed i segni clinici riferiti alla donna sintomatica sono sostanzialmente
diversi nella donna in premenopausa e nella donna in postmenopausa. Nella prima
le alterazioni morfofunzionali indotte dalle influenze ormonali e dalle loro modificazioni
cicliche configurano uno spettro praticamente illimitato di situazioni cliniche.
Denominazioni quali mastopatia disfunzionale, mastopatia benigna o mastopatia
fibrocistica si sforzano di raggrupparle, partendo da quadri minimi quale quello
di mammelle caratterizzate semplicemente da una configurazione ghiandolare più
ricca e densa di quella abituale, fino a quadri conclamati, che comprendono la
formazione di grosse cisti. Nella donna in premenopausa la presenza di dubbi e
di incertezze interpretative, l’evocazione di falsi allarmi e la potenziale richiesta
di prestazioni diagnostiche è molto rilevante, quantitativamente del tutto sproporzionata
rispetto alla comparsa di allarmi veri, sostenuti più spesso dalla presenza di
una massa clinicamente dubbia o sospetta.
Nella donna in postmenopausa, con situazioni sfumate e intermedie nelle età di
passaggio, la scena dei sintomi e dei segni clinici cambia radicalmente. Scompare
la serie di falsi allarmi o d’incertezze evocate dalle alterazioni morfofunzionali
cliniche, e la maggior parte dei segni e dei sintomi rilevati dalla donna rappresentano
veri allarmi in senso oncologico.
Nella donna in premenopausa la funzione principale del medico di base e dello
specialista clinico è individuare, attraverso l’anamnesi e l’esame clinico, eventualmente
integrato da indagini strumentali (quali per esempio lo svuotamento di grosse
cisti con agoaspirazione), situazioni palesemente attribuibili ai quadri disfunzionali
o alla cosiddetta inastopatia fibrocistica.
Un’altra funzione fondamentale del medico è educare via via la donna a ben interpretare
da sola, con la cosiddetta autovisita, o attraverso periodici esami clinici, tali
quadri senza ricorrere in linea di principio a indagini strumentali.
Va comunque ricordato che la diagnosi clinica del carcinoma mammario, anche se
palpabile, può essere più difficile nelle donne giovani e che al di sopra dei
quarant’anni l’interpretazione diagnostica con il ricorso a esami strumentali
ed eventuale citologia per agoaspirato è fondamentale.
Nella donna in premenopausa, oppure in quella in postmenopausa che presenti masse
o altre alterazioni dubbie o sospette, la funzione dei medico è arrivare alla
diagnosi corretta nel modo più efficiente e tempestivo possibile servendosi, oltre
che dell’esame clinico, anche delle indagini strumentali dimostratesi finora efficaci
ed efficienti. Esse sono costituite da una sorta di tripletta che comprende la
mammografia, l’ecografia e l’agoaspirato con esame citologico.
Stadiazione del carcinoma mammario
La stadiazione del carcinoma della mammella è rilevante nella programmazione
della strategia terapeutica. Per la corretta caratterizzazione di T (tumore) e
di N (linfonodi ascellari), l’esame clinico e mammografico (cTNM) ed in particolare
l’esame istopatologico (pTNM) costituiscono punti certi e insostituibili di riferimento.
Sui criteri e sugli esami diagnostici per la definizione di M (metastasi) c’è
un ampio dibattito in letteratura, in particolare sull’utilità clinica delle varie
indagini per identificare la malattia metastatica. Le indagini alle quali viene
riconosciuto un ruolo sono:
radiografia del torace
ecografia addominale
scintigrafia ossea
determinazione dei marcatori tumorali (CEA e CA 15-3)
esami di laboratorio, ed in particolare fosfatasi alcalina, transaminasi e gamma
GT
Classificazione TNM
La stadiazione del carcinoma mammario, secondo il sistema TNM è universalmente
accettata per stimare la prognosi, definire la terapia più adatta e per valutare
i risultati. Consente una descrizione dell’estensione della malattia neoplastica
in un dato momento, ricorrendo a tre parametri:
l’estensione del tumore primario (fattore T);
l’estensione del coinvolgimento linfonodale (fattore N);
le metastasi a distanza (fattore M).
La combinazione dei tre elementi permette di assegnare il singolo tumore ad uno
stadio che ha una prognosi e una terapia proprie. La stadiazione clinica (cTNM)
è impiegata per valutare l’estensione della malattia prima d’intraprendere qualsiasi
terapia. La stadiazione chirurgica (sTNM) consente l’acquisizione di elementi
aggiuntivi sull’estensione del processo neoplastico nelle pazienti sottoposte
a resezione mammaria. La stadiazione patologica (pTNM) consente infine precisazioni
sul materiale patologico asportato nel corso dell’exeresi chirurgica, mentre la
stadiazione autoptica (aTNM) fornisce informazioni post mortem.
Classificazione clinica
TTumore primitivo
Tx
Il tumore primitivo non può essere definito
T0
Non segni del tumore primitivo
Tis
Carcinoma in situ; carcinoma intraduttale, o carcinoma lobulare in situ o malattia
di Paget (1) del capezzolo senza che sia evidenziabile il tumore
T1
Tumore di 2 cm o meno nella dimensione massima
T1a Tumore di 0,5 cm o meno nella dimensione massinia
T1b Tumore superiore a 0,5 cm ma non più di 1 cm nella dimensione massima
T1c Tumore superiore a 1 cm ma non più di 2 cm nella dimensione massima
T2
Tumore superiore a 2 cm ma non più di 5 cm nella dimensione massima
T3
Tumore superiore a 5 cm nella dimensione massima
T4
Tumore di qualsiasi dimensione con estensione diretta alla parete toracica o
alla cute (2)
T4a Estensione alla parete toracica
T4b Edema (inclusa la pelle a buccia d’arancia), od ulcerazione della cute della
mammella o noduli satelliti della cute situati nella medesima mammella
T4c Presenza contemporanea delle caratteristiche di T4a e T4b
T4d Carcinoma infiammatorio (3)
NLinfonodi regionali
Ni
I linfonodi regionali non possono essere definiti (ad esempio se precedentemente
asportati)
N0
Non metastasi nei linfonodi regionali
N1
Metastasi in linfonodi ascellari omolaterali mobili
N2
Metastasi in linfonodi ascellari omolaterali fissi tra di loro o ad altre strutture
N3
Metastasi nei linfonodi marninari interni omolaterali
MMetastasi a distanza
Mi
La presenza di metastasi a distanza non può essere accertata
M0
Non metastasi a distanza
M1
Metastasi a distanza (comprese le metastasi nei linfonodi sopraciaveari)
La malattia di Paget associata a tumore viene classificata secondo la dimensione
del tumore.
La parete toracica include le coste, i muscoli intercostali ed il muscolo dentato
anteriore, ma non i muscoli pettorali.
Il carcinoma infiammatorio della mammella è caratterizzato da un diffuso indurimento
infiammatorio della cute con bordo crisipelatoide, di solito senza una massa sottostante
palpabile. Se la biopsia della cute è negativa e non vi è un cancro primitivo
localizzato misurabile, quando la diagnosi clinica è di carcinoma infiammatorio
(T4d) nello staging patologico la categoria T va indicata come pTx. Quando si
effettua la classificazione pT, come dimensione del tumore va considerata la componente
invasiva. Se esiste un’ampia componente in situ (ad esempio 4 cm) ed una limitata
componente invasiva (ad esempio 0.5 cm) il tumore va codificato pT1a. L’affondamento
della cute, la retrazione del capezzolo, le altre modificazioni cutanee, fatta
eccezione per quelle di T4, possono esservi nei T1, T2 o T3 senza modificarne
la classificazione.
Classificazione patologica
pT Tumore primitivo
Per la classificazione patologica è necessario l’esame del carcinoma primitivo.
Se vi è infiltrazione macroscopica dei margini di resezione, il tumore primitivo
viene classificato pTx, mentre la classificazione pT è possibile quando l’infiltrazione
del margine di resezione è rilevabile solo microscopicamente. Le categorie pT
corrispondono alle categorie T.
pN Linfonodi regionali
Per la classificazione patologica è necessaria l’asportazione e l’esame almeno dei linfonodi della parte inferiore dell’ascella (I livello). Tale asportazione
comprende normalmente 6 o più linfonodi.
pNx
I linfonodi regionali non possono essere definiti (non sono stati prelevati per
venire esaminati o sono stati rimossi in precedenza)
pN0
Non metastasi nei linfonodi regionali
pN1
Metastasi in linfonodi ascellari omolaterali
pNla
Solo micrometastasi (non superiori a0.2 cm)
pN1b
Metastasi in linfonodi (qualcuna superiore a0.2 cm)
pN1b
Metastasi in 1+3 linfonodi fra 0.2 e 2.0 cm nella dimensione massima
pN1b
Metastasi in 4 o più linfonodi tra 0.2 e 2.0 cm nella dimensione massima
pN1b
Estensione oltre la capsula di una metastasi linfonodale inferiore a 2 cm nella
dimensione massima
pN1b
Metastasi in un linfonodo di 2 cm o più nella dimensione massima
pN2
Metastasi in linfonodi ascellari omolaterali fissi tra di loro o ad alte strutture
pN3
Metastasi in linfonodi mammari interni omolaterali