Il trattamento primario del carcinoma dell’endometrio è chirurgico e consiste nell’isterectomia totale con ovarosalpingectomia bilaterale e colpectomia
del terzo superiore per via laparotomica. Per le pazienti, nelle quali per condizioni
generali (età avanzata) viene esclusa la fattibilità della chirurgia per via addominale
deve essere valutata, prima di altre scelte terapeutiche, l’operabilità per via
vaginale. La scelta chirurgica come approccio terapeutico di prima istanza si
basa sulla considerazione che la maggior parte delle neoplasie sono confinate
al corpo uterino e che la chirurgia può essere di per sé atto terapeutico sufficiente
e definitivo; consente inoltre l’identificazione dei fattori di rischio definiti
dalla stadiazione patologica. Quando la chirurgia non comprende la linfadenectomia
o il sampling linfonodale, può essere considerata accettabile la previsione dell’interessamento
metastatico ai linfonodì regionali basata sui fattori di rischio legati alla neoplasia
primitiva sulla scorta di considerazioni statistiche linfonodale pelvico e lombo-aortico
è in rapporto diretto con il grado di differenziazione e con la profondità di
infiltrazione del miometrio. E' inferiore al 5% quando la neoplasia è confinata
all’endometrio; l’invasione del terzo interno del miometrio e un grading 2 si
associano a coinvolgimento dei linfonodi pelvici nel 5-9% dei casi e dei linfonodi
para-aortici nel 5%. Quando c’è invasione della metà esterna del miometrio o un
grading 3, l’invasione dei linfonodi pelvici varia dal 18 al 25% con il 11-17%
di interessamento paraaortico. Dopo l’intervento chirurgico e prima di eventuali
terapie adiuvanti può essere indicato programmare accertamenti volti ad individuare
alterazioni postchirurgiche con particolare riferimento ad alterazioni della minzione,
della funzione renale o intestinale. La radioterapia radicale esclusiva è indicata nelle pazienti con neoplasia in fase localmente avanzata, clinicamente
e strumentalmente accertata in modo inequivocabile, ovvero nelle pazienti inoperabili
per condizioni patologiche associate.
Terapia allo Stadio I
La semplice isterectomia per via laparotomica con ovarosalpingectomia bilaterale
ed asportazione di un colletto vaginale di 1-2 cm, preceduta dal lavaggio peritoneale
per l’esame citologico, è il trattamento adeguato nelle pazienti con malattia
allo Stadio Ia con:
elevato grado di differenziazione (GI);
penetrazione miometriale assente;
linfonodi negativi alla verifica intraoperatoria;
citologia peritoneale negativa.
Sono in queste condizioni circa il 40-50% delle pazienti con carcinoma endometriale.
In questi casi la sopravvivenza a cinque anni si avvicina al 98% e la prognosi
migliore sembrano averla le pazienti in età premenopausale. I tumori con invasione
limitata alla metà interna del miometrio (stadio Ib), se il grado di differenziazione
è favorevole (G1-G2) non richiedono un ulteriore trattamento, mentre nei casi
con grado di differenziazione o istotipo sfavorevoli viene generalmente impiegato
un trattamento adiuvante. Nei tumori che invadono la metà esterna del miometrio
(Ic), qualunque sia l’istotipo e il grado di differenziazione, viene generalmente
impiegata una terapia adiuvante.
Terapia allo Stadio II Lo Stadio II del cancro endometriale è rappresentato da quella situazione nella
quale il tumore si è esteso al collo uterino. Nell’ambito di questa estensione
si debbono però distinguere le invasioni della sola mucosa cervicale (stadio IIa),
la microdiffusione al solo stroma e/o al muscolo cervicale ed il coinvolgimento
massivo di questo tratto dell’utero (stadio IIb). Queste tre diverse condizioni
implicano infatti una prognosi diversa. Non sempre è agevole diagnosticare in
modo sicuro questo stadio. Infatti prima dell’intervento, il curettage frazionato
dell’endocervice e della cavità del corpo presenta sovente dei falsi positivi,
dovuti a frustoli di mucosa endometriale cancerizzati caduti nel canale cervicale
e prelevati perciò in questa zona. Questa contaminazione porta a sovrastadiare
la paziente classificandola allo Stadio II mentre in realtà ha uno Stadio I. Si
possono avere anche falsi negativi se chi pratica il raschiamento endocervicale
non asporta mucosa da ogni punto di questo canale. La prognosi è migliore nei
casi con invasione limitata alla mucosa della cervice, peggiore nei casi di invasione
molto estesa del muscolo cervicale. La terapia allo Stadio II dopo intervento
chirurgico dovrebbe consistere in un’irradiazione esterna della pelvi completata
successivamente da una irradiazione del fondo vaginale. Se durante l’intervento
era stata fatta una linfoadenectomia o per lo meno il controllo intraoperatorio
dei linfonodi pelvici e paraaortici e se detti linfonodi sono risultati istologicamente
o clinicamente negativi, l’irradiazione esterna sarà solo pelvica. Al momento
non vi esistono evidenze sull’utilità di un trattamento radiante preoperatorio.
Terapia allo Stadio III
Nei casi appartenenti a questo stadio (il cancro è uscito dall’utero ma è ancora
confinato alla pelvi e/o vi sono metastasi ai linfonodi pelvici e/o paraaortici)
occorre distinguere varie situazioni ma occorre tener presente che la positività
dei linfonodi è elevata e varia dal 30 al 50%. Le differenti caratteristiche della
diffusione neoplastica negli stadi IIIa, IIIb e IIIc possono richiedere una terapia
adiuvante personalizzata. La radioterapia esterna è stata ampiamente utilizzata
negli stadi IIIa e IIIb. Vi è molta discussione circa il trattamento delle pazienti
classificate in stadio IIIa soltanto per la positività della citologia peritoneale.
Molti autori ritengono che questa ultima non necessiti di un trattamento adiuvante
in assenza di malattia extrauterina o di altri fattori prognostici sfavorevoli.
Analogamente, secondo le linee guida della Società Italiana di Oncologia Ginecologica
la citologia peritoneale di per sé non dovrebbe influenzare le decisioni terapeutiche.
Nello stadio IIIc la radioterapia esterna e/o la chemioterapia sono state variamente
impiegate quale trattamento adiuvante. Le pazienti con invasione della mucosa
vescicale o rettale alla diagnosi, sottoposte un tempo a radioterapia primaria
o a chirurgia eviscerativa, sono attualmente trattate con chemioterapia neoadiuvante
seguita da radioterapia di consolidamento.
Terapia allo Stadio IV
Per fortuna questa condizione viene diagnosticata in una paziente con carcinoma
endometriale piuttosto raramente e di solito si tratta delle varietà più aggressive
della neoplasia (carcinoma squamo-adenomatoso, carcinoma indifferenziato, ecc.).
In questo stadio l’irradiazione ha per lo più valore palliativo avendo lo scopo
di diminuire le metrorragie ed i dolori. Molte di queste pazienti possono venire
trattate solo con alte dosi di progestinici e/o con la polichemioterapia.
Indicazione ai trattamenti adiuvanti
Il trattamento adiuvante più diffuso e accettato è la radioterapia esterna sulla
pelvi, la cui efficacia è dimostrata però solo per il controllo locale della malattia.
La radioterapia adiuvante è indicata in funzione del rischio di recidive pelviche
e/o di recidiva vaginale. Nel primo caso il trattamento è costituito dall’irradiazione
con fasci esterni; nel secondo caso dalla brachiterapia endovaginale. In presenza
di entrambi di rischio, le due metodiche vanno associate.
Il rischio di recidiva vaginale è correlato all’entità della colpectomia e agli
stessi fattori di rischio condizionanti l’indicazione all’irradiazione pelvica.
I tumori con invasione dello stroma cervicale (stadio IIb) non sottoposti a chirurgia
adeguata (isterectomia radicale con annessiectomia bilaterale e linfadenectomia
pelvica) devono essere trattati con radioterapia postoperatoria.
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Nei tumori con diffusione alla tuba e all’ovaio (stadio IIIa) non è documentata
l’utilità di un trattamento adiuvante post-chirurgico, anche se i dati delle serie
retrospettive sembrano suggerire un trattamento chemioterapico soprattutto per
gli istotipi sfavorevoli (sierosopapillifero, adenosquamoso e a cellule chiare).
Nei tumori con coinvolgimento della vagina (stadio IIIb) il trattamento radioterapico
è il trattamento di scelta. Nei tumori con coinvolgimento linfonodale (stadio
IIIc) è consigliato un trattamento post-chirurgico. Attualmente il trattamento
più impiegato in questa condizione è la radioterapia. Alcuni elementi della storia
naturale della malattia suggeriscono una possibile utilità della chemioterapia,
ma non vi sono ancora studi clinici controllati a sostegno di tale indicazione.
In letteratura sono state riportate piccole serie di pazienti che hanno ricevuto
una radioterapia esterna pelvica e para-aortica per carcinoma endometriale con
impegno linfonodale para-aortico. Nella studio di Feuer e Calanog la sopravvivenza
a 5 anni dopo radioterapia a campo esteso era 66,7% nelle pazienti con metastasi
aortiche microscopiche e 16,7% in quelle con metastasi aortiche macroscopiche.
Rose et al. hanno sottoposto a radioterapia para-aortica 17 delle 26 pazienti
con metastasi linfonodali in questa area, ed hanno osservato che il 53% di esse
erano viventi e libere da malattia dopo un intervallo mediano di 27 mesi. La sopravvivenza
delle pazienti non sottoposte a questa terapia radiante e trattate con ormonoterapia
o chemioterapia era significativamente peggiore (p = 0,004). La radioterapia para-aortica
si associa tuttavia ad una non trascurabile incidenza di gravi complicanze intestinali.
Hicks et al., analizzando 19 pazienti con impegno linfonodale para-aortico, hanno
riscontrato che la sopravvivenza libera da malattia a 5 anni era 27% nelle pazienti
trattate con radioterapia pelvica e para-aortica e 0% in quelle trattate con radioterapia
pelvica ed ormonoterapia. Una positività dei linfonodi pelvici o para-aortici
è stata trovata in 23 delle 856 donne incluse in uno studio multicentrico italiano
sul trattamento del carcinoma endometriale in I stadio clinico. Queste pazienti
hanno ricevuto una radioterapia pelvica e para-aortica, associata o meno ad ormonoterapia
con medrossiprogesterone acetato 200 mg/die per os per 1 anno. Complessivamente
6 (26,1%) pazienti hanno sviluppato una recidiva, che era a distanza in 3 casi,
regionale in 2 casi e pelvica in 1 caso. L'irradiazione dell'area para-aortica
può essere efficace soprattutto nel controllo della malattia microscopica, anche
dopo debulking chirurgico. Questo trattamento radiante è comunque poco utilizzato
nella pratica clinica sia per il rischio di gravi sequele iatrogene sia perché
l'eventuale interessamento dei linfonodi para-aortici è ritenuto sinonimo di diffusione
sistemica di malattia.
I tumori con estensione alla vescica o al retto, così come i tumori con metastasi
a distanza, alla diagnosi (stadi IVa e IVb) hanno una prognosi molto sfavorevole
e sono trattati con un’indicazione personalizzata.
Tab. III Pazienti per le quali non è raccomandato alcun trattamento adiuvante
Età
> 75 anni
< 75 anni
< 75 anni
Patologia concomitante
presente
indifferente
indifferente
Grading
1
< 3
< 3
Infiltrazione miometriale
1
1
1
Istologia
endometrioide
endometrioide
speciali
Linfonodi
indifferente
N-Nx
N-N
Tab. IV Pazienti che possono beneficiare di un trattamento radioterapico adiuvante
Età
≥ 75 anni
≥ 75 anni
≥ 75 anni
< 75 anni
< 75 anni
< 75 anni
Patologia concomitante
presente
assente
assente
indifferente
indifferente
indifferente
Grading
2-3
indifferente
indifferente
indifferente
indifferente
3
Infiltrazione miometriale
2
indifferente
2
indifferente
2
1
Istologia
indifferente
indifferente
indifferente
indifferente
indifferente
indifferente
Linfonodi
N+
N+
N-Nx
N+
N-Nx
N-Nx
Tab.V Pazienti che possono beneficiare di un trattamento chemioterapico adiuvante
Età
≥ 75 anni
≥ 75 anni
< 75 anni
< 75 anni
< 75 anni
Patologia concomitante
presente
assente
indifferente
indifferente
indifferente
Grading
2-3
indifferente
indifferente
indifferente
3
Infiltrazione miometriale
2
indifferente
indifferente
2
1
Istologia
speciali
speciali
speciali
speciali
speciali
Linfonodi
N+
N+
N+
N-Nx
N-Nx
Riprese di malattia e controllo periodico dopo trattamento
Le recidive vengono distinte rispetto alla sede in:
sulla cupola vaginale, dovuta ad una diffusione neoplastica intraoperatoria;
sul terzo inferiore della vagina, dovuta ad una disseminazione vascolare più
spesso linfatica che ematica.
La prima si verifica in genere entro 6 mesi, la seconda entro i 2 anni dalla
prima terapia. Le riprese a distanza più frequenti sono quelle polmonari, epatiche
ed ossee.
Il 75% delle recidive compare entro 2 anni. Le pazienti dovrebbero pertanto essere
seguite con uno stretto follow-up con esame pelvico, colpocitologia, vaginoscopia
e visita generale. La vaginoscopia con test di Schiller e la colpocitologia permettono
di diagnosticare precocemente una recidiva superficiale vaginale, facilitandone
la cura.
Dopo il secondo anno le pazienti vanno seguite ogni 6 mesi alla ricerca delle
metastasi più frequenti. Accertamenti specifici di diagnostica per immagini (TC,
RM) dovranno essere eseguiti per quesiti clinici specifici ed in riferimento alla
classe di rischio della paziente e al trattamento effettuato.
Va ricordato che sono possibili riprese di malattia anche dopo un lungo intervallo
dal trattamento primario. Il follow-up di queste pazienti deve pertanto essere
continuato, con cadenza annuale, anche dopo il quinto anno.
Trattamento delle riprese di malattia Le recidive superficiali sulla cupola vaginale possono essere risolte con la
sola brachiradioterapia. Il trattamento delle recidive pelviche, centrali e regionali
va personalizzato in base alle loro dimensioni, al tempo di comparsa e al trattamento
precedente. Una recidiva pelvica centrale o laterale, se di piccole dimensioni
ed in pazienti non pre-trattate con radioterapia esterna, può essere affrontata
con la radioterapia esterna.
I trattamenti di elezione delle riprese a distanza sono la chemioterapia e la
terapia ormonale. La chemioterapia si avvale del platino e dei suoi derivati,
e delle antracicline, con risposte intorno al 20-25%. La terapia ormonale si avvale
dei progestinici a dosi medio alte (160-1.000 mg die) a seconda dei farmaci usati.
Si può prendere in considerazione un approccio chirurgico in caso di metastasi
viscerali isolate.
Prognosi
La prognosi per una paziente con neoplasia limitata al corpo dell’utero (stadio
I) varia dal 70 al 95% di sopravvivenza a cinque anni, in funzione del grado istologico
e dell’infiltrazione miometriale, essendo migliore per le neoplasie ben differenziate
con minima o assente infiltrazione miometriale, e peggiore per quelle con questi
elementi prognostici di segno sfavorevole.
Anche le pazienti con una neoplasia a diffusione cervicale, quando trattate con
una terapia chirurgica adeguata ed una terapia adiuvante se necessario, hanno
una buona sopravvivenza a cinque anni (70-80%).
Le neoplasie al terzo stadio dimostrano una prognosi diversa in rapporto alla
sede della diffusione extrauterina (30-60%); in tale ambito la prognosi è migliore
in caso di sola citologia peritoneale positiva (fino all’80%) ed inferiore per
neoplasie con ampia diffusione pelvica e linfonodale e/o metastasi ovariche.
La prognosi delle pazienti con neoplasia al quarto stadio è di solito pessima
(0-15%) in rapporto alla presenza o meno di localizzazioni secondarie extrapelviche
e alle condizioni generali (performance status) che possono condizionare le scelte
terapeutiche personalizzate.