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OMOGENITORIALITÀ: ANATOMIA DI UNA “NUOVA” FAMIGLIA

A cura del Dott. Fabrizio Quattrini

Introduzione
Il termine “omogenitorialità” è un neologismo creato nel 1997 dall’Associazione dei Genitori e Futuri Genitori Gay e Lesbiche (APGL) francese (Homoparentalité) per designare tutte quelle situazioni familiari nei quali almeno un adulto, che si autodefinisce omosessuale, è il “genitore” di almeno un bambino (Gross, 2003) all’interno della nuova famiglia costituita.
In Italia è questo un tema che non solo risulta delicato e spesso incomprensibile, ma difficile da gestire in quanto non esiste una regolamentazione giuridica in merito, le coppie omosessuali non godono di alcun tipo di regolamentazione e rischiano costantemente una certa clandestinità sociale. Quando all’interno di queste coppie (gay o lesbiche che siano) è presente anche un figlio la situazione può essere particolarmente complessa e difficile da gestire. Questo però non necessariamente per l’impossibilità genitoriale da parte dei gay o delle lesbiche, quindi relativa al tipo di orientamento sessuale, bensì, sostenuto anche da numerose ricerche scientifiche, dall’impossibilità socio-culturale e giuridica di accettare e costituire “nuove” regolamentazioni in merito.

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Aspetti psicologici, sociologici e giuridici
Sono molte le persone omosessuali (gay e lesbiche) che, ancora oggi, vivono l’omogenitorialità clandestinamente, che si sentono ostacolate e boicottate nel diritto di costituire un nucleo familiare e che si vedono ignorare anche in situazioni già esistenti dove ad essere coinvolti non sono solo gli stessi adulti omosessuali, ma a volte anche i loro figli.
Negli ultimi anni sono state presentate numerose ricerche scientifiche che evidenziano quanto l’orientamento sessuale dei genitori non incide necessariamente sullo sviluppo “sano” ed equilibrato dei loro figli. In fondo basterebbe pensare che un/a figlio/a omosessuale, ancora oggi, nasce cresce e si sviluppa seguendo il proprio “naturale” orientamento gay e lesbico in una famiglia eterosessuale!
Nonostante il termine omosessuale sia stato eliminato dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) nel 1974 e l’omosessualità sia stata quindi, riconosciuta come una naturale espressione del vivere la propria attrazione erotico-sessuale verso persone dello stesso sesso, paradossalmente ancora oggi gli individui con orientamento gay e lesbico devono sentirsi ostacolati, respinti e purtroppo ancora troppe volte umiliati.
L’omogenitorialità deve essere osservata da più angolature. Infatti, non deve essere visto solo il desiderio di maternità e di paternità nei gay e nelle lesbiche, ma anche la responsabilità paterna e materna di tutti quegli omosessuali che nelle loro storie precedenti (anche eterosessuali, quindi) hanno “procreato”.
Come già precedentemente evidenziato, la non regolamentazione giuridica italiana in tema di omogenitorialità e soprattutto di riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso, non aiuta, o comunque rende molto più difficile la raccolta di dati demografici e scientifici. Comunque, i pochi dati a disposizione come evidenzia anche Lingiardi (2007) e provenienti dall’Istituto Superiore di Sanità, descrivono circa centomila bambini e ragazzi cresciuti da genitori dello stesso sesso. Altri dati emersi da due ricerche psicosociologiche molto importanti (Barbagli e Colombo, 2001; Saraceno, 2003), per quanto i campioni di entrambe le ricerche non sono casuali, rimarcano che il 7% delle lesbiche e il 4,5% dei gay sono genitori
Ricordando quanto nelle vicine Francia, Spagna, Germania e Inghilterra, Belgio (solo per citare alcuni paesi europei) la realtà omogenitoriale, tanto quanto il riconoscimento dell’unione tra persone dello stesso sesso, è integrata nella regolamentazione giuridico-sociale (PACS francesi, matrimonio spagnolo per esempio), si rende necessario provare a descrivere alcune delle importanti caratteristiche del “fenomeno” sociale, culturale, umano in questione.
In una società continuamente in evoluzione è utile ricordare quanto anche la famiglia deve essere osservata e “riadattata” in quanto espressione massima di educazione e rappresentazione della crescita dei singoli componenti. Come agenzia formativa deve “ristrutturare” la modalità e le caratteristiche interne, che permettono la “salute” e l’evoluzione dei figli a prescindere dagli orientamenti sessuali dei genitori e dalla composizione “diversa” del nucleo familiare stesso.
Oggi infatti, si osserva con molta facilità la famiglia “plurale” dove alcune caratteristiche definite da sempre pilastri fondamentali (procreazione, legami di parentela e rapporto coniugale) sono messi in discussione, in quanto non coincidono più necessariamente!
Considerando il bambino come punto di partenza, in riferimento al suo contesto di vita, per descrivere le “eventuali” caratteristiche della famiglia contemporanea, è facile osservare che quest’ultime seguono indistintamente due modelli: “bi-parentale” e “multi-parentale”
Come descritto da Gross (2003) le famiglie omogenitoriali si orientano indistintamente in queste pluralità di modelli familiari. La struttura bi-parentale è quella dove un massimo di due adulti (sposati o conviventi, eterosessuali o omosessuali) allevano un bambino. La nozione di coppia è nel cuore di questo tipo di struttura. Le famiglie multi-parentali invece sono caratterizzate da più di due persone che crescono e allevano dei bambini. Il fulcro di tale struttura vede convivere contemporaneamente i genitori biologici e i genitori sociali. (Sono genitori sociali tutte quelle persone che si definiscono “genitore”, ma che non ne hanno il diritto biologico). Un esempio potrebbe essere quello di una famiglia “ricomposta”, dove i figli di un genitore divorziato convivono nella stessa famiglia con il nuovo partner della madre o del padre.
Nonostante nella società italiana si osservi la “metamorfosi” evolutiva del modello “famiglia”, gli individui che la compongono continuano a rifiutare in modo pesante e distruttivo l’“evolution in progress”. Ne sono la riprova non tanto i casi “isolati” o meno di discriminazione “eterosessista” nei confronti di famiglie omoparentali e dell’omosessualità in generale, ma il comportamento discriminatorio e invalidante trasmesso costantemente dalla cultura politico-amministrativa e anche religiosa.
Senza addentrarci nei meandri del contesto religioso cattolico, è utile ricordare un episodio estratto dal contributo di una “pensatrice libera”, come la definisce Lingiardi (2007), Rosi Bindi, al Convegno “Tempi Moderni e Famiglia” tenutosi a Roma il 12 marzo 2007:

 …il desiderio di maternità e di paternità un omosessuale se lo deve scordare. […] il legislatore deve tutelare il bambino, compreso quello che vive solo, dalle suore, o in un istituto trattato male, o in Africa. Paradossalmente è meglio che stia in Africa nella tribù, piuttosto che cresca con due donne o con due uomini. Non ho dubbi da questo punto di vista.

Sempre nel testo di Lingiardi viene espressamente riportata anche una contestualizzazione della stessa allora ministra (Repubblica, 18 marzo 2007) dove specifica che,

quando la legge affronta il destino futuro di un piccolo individuo ha l’obbligo di tener conto delle conoscenze e delle acquisizioni scientifiche più accreditate.

Quello che più spaventa riguarda proprio le “conoscenze e acquisizioni scientifiche più accreditate” in tema di omogenitorialità. In accordo con Lingiardi (2007) infatti, pur riconoscendo delicato e complesso l’argomento in questione, è necessario non negare importanti dati emersi dalle ricerche condotte sulle famiglie omogenitoriali in quei paesi, non troppo lontani dall'Italia, dove è consentito legalmente costituire una “famiglia” omosessuale.
Devono essere abbattuti tutti quei pregiudizi e quelle false credenze che, come spesso viene osservato quando il contenuto della tematica è di tipo “sessuale”, alimentano e fomentano l’ignoranza, quindi, nel caso specifico, l’omofobia.
Prima di addentrarci nella descrizione dell’omogenitorialità gay e lesbica crediamo sia utile ricordare quali stereotipi continuano ancora oggi ad echeggiare nella nostra cultura e società quando ci riferiamo ad una famiglia composta da due uomini o due donne e i rispettivi “figli”.
Lo stereotipo più forte è sicuramente quello relativo al fatto che i figli devono avere una madre e un padre, ma anche quello che una coppia omosessuale, che desidera dei figli, non ha fatto i conti con i limiti che la sua condizione gli impone. Poi ci sono tutti quei pregiudizi che continuano a promuovere una forma “patologica” dell’orientamento omosessuale: le lesbiche e i gay non sono in grado di crescere un figlio, le lesbiche sono meno materne delle altre donne, i gay sono dei pedofili. Infine da non dimenticare l’immaginario collettivo in cui le relazioni omosessuali maschili sono meno stabili di quelle eterosessuali e quindi non offrono garanzia di continuità familiare, oppure l’idea preponderante che i figli di persone omosessuali hanno più problemi psicologici di quelli di persone eterosessuali e i figli di persone omosessuali diventano più facilmente omosessuali.
Vediamo come la ricerca scientifica disconferma queste preoccupazioni.

Omogenitorialità lesbica, omogenitorialità gay
Rompere questi schemi, abbattere i forti stereotipi socio-culturali, significa provare a comprendere, come evidenziano anche Bottino & Danna (2005) le possibili incomprensioni che si celano dietro il concetto del maschile e del femminile, del biologico e della società. Infatti, anche se il primo livello della maternità e paternità è chiaramente biologico (unione dei gameti maschili e femminili nell’utero della donna), si deve fare attenzione a non fare entrare questo principio in un semplice automatismo rispetto all’imperativo sociale, che vuole vedere una famiglia fondata “solamente” da due persone di sesso diverso, anche se nella società italiana sono moltissime le famiglie “moderne” rappresentate da quei nuclei familiari composti da singoli e singole individui e rispettiva prole.
Inoltre, non va dimenticato quanto la scienza abbia già fatto passi da gigante rispetto alle tecniche di procreazione. Un esempio riguarda proprio una recente ricerca pubblicata sulla rivista New Scientist dove un gruppo di scienziati britannici ha annunciato di aver messo a punto una tecnica per “trasformare” le cellule del midollo osseo della donna in “spermatozoi”, con il risultato di “escludere” il contributo maschile dal processo di concepimento, vorremmo però ricordare che anche elementi apparentemente così indiscutibili (aspetto biologico della procreazione) possono, con il tempo, variare, quindi “rivedere” certi presunti dogmi sociali e culturali (maternità e paternità solo eterosessuale); possono abbattere e/o trasformare gli stereotipi.
L’omogenitorialità lesbica è probabilmente ad oggi più accettata dal contesto sociale rispetto a quella gay. In generale le coppie lesbiche con figli sono rappresentate da due donne che, prima della decisione di formare un nucleo omogenitoriale, (una delle due od entrambe) hanno avuto un’esperienza di coppia eterosessuale (soprattutto matrimoniale) dalla quale è nato uno o più figli. Ci sono poi quelle donne che, pur convinte della loro omosessualità e decidendo di avere una gravidanza (sia convivendo con un’altra donna che rimanendo single), mettono in atto strategie utili a realizzare il loro desiderio di maternità. In Italia, non è possibile ottenere una fecondazione mediante la procreazione medicalmente assistita nei casi di donne singole o di coppie lesbiche, tali donne potrebbero quindi decidere di trovare un donatore (spesso un amico), oppure rivolgersi ai paesi nord europei più vicini dove la legge consente la fecondazione assistita anche quando è solo una donna, o una coppia di lesbiche, a richiederla.
Per quanto riguarda l’omogenitorialità gay invece, la situazione è un po’ più complessa. Infatti, anche per gli uomini la paternità può essere rintracciata in precedenti relazioni eterosessuali, anche di tipo matrimoniale, dove è stato concepito un figlio. Però in questi casi non è detto che il figlio nato dalla relazione eterosessuale, al momento in cui il padre decide di separarsi dalla madre e inizia una relazione omosessuale, possa più o meno liberamente frequentare la nuova coppia “omogenitoriale”. Tendenzialmente sempre in merito alla non regolamentazione giuridica delle unioni tra persone dello stesso sesso vigente in Italia, è sicuro che non solo questo figlio non verrà affidato totalmente al padre, quindi alla nuova coppia di gay, ma addirittura che la ex compagna, in fase di separazione o divorzio, si opponga drasticamente anche per un allontanamento.
Quando invece l’uomo non ha mai avuto relazioni eterosessuali stabili, o comunque utili per una gravidanza, in questi casi per i gay è molto più complesso che per le donne lesbiche riuscire a sperimentare la paternità. Infatti, la gravidanza è un qualcosa che comunque deve coinvolgere una donna, (utero) e avviene insindacabilmente al di fuori della coppia omogenitoriale gay.
Sempre in altri paesi molto vicini all’Italia, vi è la possibilità dell’adozione, oppure dell’affido temporaneo di bambini che hanno difficoltà a vivere nelle proprie famiglie di origine, alternativa interessante, ma controversa se non socialmente sostenuta.
Nei paesi come gli Stati Uniti, dove è stato possibile censire numericamente quanti minori vivono e crescono regolarmente in famiglie “omoparentali”, si osserva, fino al 2003, che il 33% delle coppie lesbiche e il 22% di quelle gay vivono con dei minori (USA). Altri dati di paesi europei ridimensionati al numero della popolazione studiata sono comunque molto vicini a quelli americani.
Da circa una decina di anni anche in Italia però, pur riconoscendo la difficoltà di censire dati ufficiali per merito della non legislazione in materia di unioni omosessuali e regolamentazione della famiglia omoparentale, sembra essere in aumento il numero dei figli che vivono e crescono all’interno di coppie omosessuali, figli procreati nelle precedenti storie eterosessuali. Questo elemento dovrebbe essere alla base non solo di una chiara regolamentazione giuridica da approvare tempestivamente, ma e soprattutto, alla base della risoluzione di tutte quelle ingiustizie, o comunque difficoltà sociali che non vengono vissute solamente dalla coppia omogenitoriale gay e lesbica. Sono proprio i loro figli nati, cresciuti e vissuti in ambienti omoparentali che rischiano costantemente di subire delle conseguenze.

Uno sguardo ai figli
“Gli ostacoli sociali alla genitorialità omosessuale meritano un’attenzione rigorosa”, così viene espresso in un commento di Stacey e Biblarz (2001) l’importanza di valutare da parte dei ricercatori gli studi in progress sulla genitorialità omosessuale. Infatti, oltre ad accogliere i punti di forza della coppia genitoriale gay e lesbica è necessario accogliere anche quelli di vulnerabilità e soprattutto evitare di assegnare come considerano anche Bottino & Danna (2005) dei “voti” ai genitori e ai figli secondo la loro identità sessuale (modello gerarchico), ma osservare le dinamiche relazionali con un approccio che tenga presente e valuti genuinamente la “pluralità” della diversità familiare.
Il lavoro di raccolta dei dati provenienti dagli studi più importanti internazionali sulla genitorialità omosessuale prodotto nell’opera di Bottino & Danna (2003), rimarca delle conclusioni importanti e significative.
Le due autrici hanno diviso gli studi sull’omogenitorialità in due periodi: a) quelli che vanno dal 1981 al 1998 e b) quelli invece dal 1999 al 2004. In entrambi i casi i dati hanno riportato l’inesistenza di differenze “preoccupanti” per ciò che concerne il benessere psicofisico o le funzioni cognitive dei bambini. In definitiva il punteggio degli stili genitoriali e del livello di investimento delle famiglie omogenitoriali sui figli risulta pari a quello dei genitori eterosessuali. Anche la qualità delle relazioni non sembra differenziarsi a causa dell’orientamento sessuale, bensì, indirettamente, tramite il genere dei genitori (maschio-femmina).
Cosa comunque da non sottovalutare riguarda il fatto che i bambini che crescono e vivono in famiglie omoparentali devono, purtroppo, battersi maggiormente contro la stigmatizzazione sociale.
Questo deve fare riflettere sul problema dell’omofobia: infatti, la discriminazione e l’atteggiamento omofobo possono essere considerati i soli motivi per cui l’orientamento sessuale dei genitori può avere influenza sui figli.
A sostegno di questo dato altre ricerche evidenziano che anche per i bambini intervistati il disagio non è la preferenza sessuale dei genitori, bensì gli atteggiamenti che il contesto socio-culturale può avere nei confronti di tale preferenza. I bambini non sentono disagio verso l’orientamento sessuale dei genitori, ma verso l’affrontare le difficoltà causate dal divorzio dei genitori, e l’integrare i nuovi partner dei genitori nelle proprie vite, proprio come accade comunque anche ai bambini delle famiglie eterosessuali che vivono una separazione.
Quindi le “conoscenze ed acquisizioni scientifiche più accreditate” esistono, e sembrano in tutta tranquillità rimarcare una non differenza in tema di coppie omoparentali e soprattutto dello sviluppo e della crescita dei bambini in queste “nuove famiglie”.

Conclusione
Tutte le trasformazioni individuali, sociali, culturali hanno bisogno di tempo per essere metabolizzate e realmente accettate. L’omogenitorialità sembra procedere in questa faticosa evoluzione sostenuta costantemente dai contributi scientifici, e soprattutto dai diretti interessati, nonostate le numerose difficoltà che incontrano sul piano sociale e culturale. 
In conclusione, si riporta il pensiero dell’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry (AACAP) specificatamente promosso nell’interesse del bambino e estratto dal testo di Lingiardi (2007):

La base su cui devono reggersi tutte le decisioni in tema di custodia dei figli e diritti dei genitori è il migliore interesse del bambino […] Non ci sono prove a sostegno della tesi per cui genitori con orientamento omo o bisessuale siano di per sé diversi o carenti nella capacità di essere genitori, di saper cogliere i problemi dell’infanzia e di sviluppare attaccamenti genitore-figlio, a confronto con orientamento eterosessuale.
Da tempo è stato stabilito che l’orientamento omosessuale non è in alcun modo correlato a una patologia, e non ci sono basi su cui presumere che l’orientamento omosessuale di un genitore possa aumentare le probabilità o indurre un orientamento omosessuale nel figlio. Studi sugli esiti educativi di figli cresciuti da genitori omo o bisessuali, messi a confronto con genitori eterosessuali, non depongono per un maggior grado di instabilità nella relazione genitori-figli o disturbi evolutivi nei figli.
L’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry si oppone a ogni tipo di discriminazione basata sull’orientamento sessuale per quanto concerne i diritti degli individui come genitori adottivi o affidatari
."

Bibliografia

  • Barbagli, M., Colombo, A., (2001), Omosessuali Moderni. Gay e Lesbiche in Italia, Il Mulino, Bologna
  • Bottino, M., Danna, D., (2005), La Gaya Famiglia, Asterios Editori, Trieste
  • Gross, M., (2003), L’Homoparentalité, Presses Universitaires de France (PUF), Paris
  • Lingiardi, V., (2007) Citizen Gay, Il Saggiatore, Milano
  • Sareceno, C., (2003), Diversi da chi? Gay, lesbiche, transessuali in un’area metropolitana, Guerini, Milano
  • Stacey, J., Biblarz, T.J., (2001), “(How) Does the Sexual Orientation of Parents Matter?” American Sociologica Review, 66, 2:159-183

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