Citando Alfred Kinsey, uno dei pionieri della sessuologia scientifica, si osserva
come i contesti sociale e culturale influenzino pesantemente le caratteristiche
comportamentali e nello specifico sessuali degli individui: “al di là delle interpretazioni
morali, non c’è alcuna ragione scientifica per considerare particolari tipi di
attività sessuali come intrinsecamente, per origine biologica, normali o anormali”.
Sono la società e la cultura che costantemente impongono regole e leggi a favore
del “sano” comportamento erotico-sessuale.
Ma che cos’è “sano” e quando si può parlare di “devianza" o di "perversione”?
Attraverso un excursus delle terminologie appropriate e inappropriate, virando
tra i possibili e potenziali meccanismi che spingono gli individui a prediligere
una certa sessualità più o meno spinta, più o meno personalizzata, verranno descritte
quelle pratiche appartenenti ad un erotismo definito estremo e “incarnato” nel
movimento BDSM.
Perversione vs Parafilia
Come spesso accade, il non conoscere, l’ignorare elementi fondamentali dei vissuti
intimi delle persone può condurre la società a definire con termini forti e giudicanti
i comportamenti e i modi di fare agiti dagli stessi individui.
Quando il comportamento è messo in relazione con la sessualità il rischio di
entrare in pericolosi giudizi e preconcetti diventa sempre più elevato. Un esempio
lo si può ritrovare nella trasformazione del concetto “pericoloso” che si nasconde
dietro il termine “impotenza” rispetto a quanto di più tecnico e meno giudicante si celi dietro quello di
“disturbo dell’erezione”. Molto probabilmente un uomo che si confronta con il
disagio del disturbo dell’erezione può evitare quella sensazione di pesantezza
nei confronti di un’impotenza, che non riguarda solo il suo pene, bensì tutta
la sua “potenzialità” di essere UOMO.
Anche il termine “perversione” inteso come “deviante” rischia di fondare le proprie
radici in un concetto strettamente giudicante e invalidante.
Ecco che ad oggi infatti, è preferibile rapportarsi a quelle pratiche sessuali
che sembrano uscire dai comportamenti comunemente e socialmente legittimati con
il termine parafilia.
Tale termine deriva dal greco ed è composto dalla particella “parà” che può avere molteplici accezioni del tipo: “presso”, “accanto”, “oltre” e
dal sostantivo “filia” che significa “amore”, “affinità”. Indica quindi, l'eccitamento sessuale provocato
da situazioni o oggetti sessuali che possono interferire con la capacità di avere
relazioni sessuali basate sullo scambio reciproco di affettuosità.
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Tale terminologia viene introdotta nel 1980 nel Diagnostic and Statistical Manual
of Mental Disorders, Third Edition (DSM III) con il tentativo di “sanare” il termine
perversione, in quanto più scientifico e meno penalizzante sul piano morale.
A tale riguardo è utile ricordare quanto probabilmente il contesto sociale di
riferimento indirizza le società e gli individui che la compongono verso l’utilizzo
di certe terminologie. Infatti, come non ricordare l’importanza che poteva avere
il parlare di “perversione” ai tempi di Freud. In tale periodo storico aveva un
significato da esprimersi nei confronti delle perversioni definendole come “quelle
attività sessuali finalizzate alle regioni del corpo non genitali” (Freud, 1905),
oggi, in seguito ai cambiamenti sociali e soprattutto alla nascita della sessuologia
come scienza, una simile “diagnosi” rischierebbe di valutare come “patologiche”
le condotte sessuali della quasi totalità della popolazione mondiale.
L’aspetto socio-culturale nella genesi delle parafilie, può rappresentare, come
suggerisce la Kaplan (1992) una semplice strategia mentale che utilizza uno o
l’altro stereotipo sociale di virilità o femminilità per ingannare l’osservatore
sui significati inconsci dei comportamenti che egli ha di fronte agli occhi. L’ossessione di dover compiere sempre un determinato comportamento e la disperazione che potrebbe insorgere nel non mettere in atto tale “pratica” sono le due caratteristiche
principali che fanno di qualsiasi “azione” una “perversione”!
Secondo il DSM IV-TR (2000) le caratteristiche essenziali per inquadrare a livello
diagnostico le parafilie sono: la presenza di fantasie, impulsi sessuali o comportamenti
ricorrenti e intensamente eccitanti sessualmente, che si manifestano per un periodo
di almeno sei mesi e che possono riguardare oggetti inanimati, la sofferenza o
l’umiliazione di se stessi o del partner, o bambini ed altre persone non consenzienti.
I comportamenti, i desideri, o le fantasie devono causare un disagio clinicamente
significativo o la compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre importanti
aree del funzionamento del soggetto.
Possono inoltre essere distinte tre differenti categorie:
a) forma lieve caratterizzata dalla presenza dell’impulso senza la sua messa
in atto;
b) forma moderata, in cui il soggetto agisce la fantasia solo in modo occasionale;
c) forma grave, in cui la messa in atto del comportamento è ripetuta e abituale.
Solitamente l’esordio dei comportamenti parafilici è connesso a variabili individuali
e situazionali, tuttavia l’origine si osserva nella fanciullezza o nella prima
adolescenza e diviene più definita e elaborata durante l’età adulta.
Sempre seguendo le linee guida del DSM IV-TR possono essere individuate nove
tipologie di parafilie:
Esibizionismo
Feticismo
Froutterismo
Pedofilia
Masochismo sessuale
Sadismo Sessuale
Voyeurismo
Feticismo da Travestimento
Parafilie Altrimenti non Specificate
BDSM e l’erotismo estremo Chiarita la nozione di parafilia, prima di affrontare in modo semplice il concetto
della pratica del “trampling” è doveroso fare un breve inciso sulla nascita negli
Stati Uniti, intorno al 1985, del movimento BDSM che nel suo insieme raccoglie,
con una parola sola, centinaia di differenti pratiche e situazioni erotiche in
cui un partner si abbandona alla volontà e alle fantasie dell’altro (Ayzad, 2004).
Questa sigla sta a promuovere l’erotismo estremo distaccato dalle patologie mentali
e dai crimini che nei secoli passati ne hanno condiviso l’etimologia creando confusione
e equivoci spiacevoli.
BDSM rappresenta la somma di differenti acronimi, le quattro iniziali hanno dei
significati ben precisi in riferimento alle pratiche che più frequentemente implicano:
B di bondage, che dall’inglese significa “legame”, quindi corde, nodi, lacci diventano necessari
e indispensabili… è utile ricordare quanto tale “lettera” possa sottintendere
anche “costrizione”,“schiavitù”, la libertà del gioco erotico estremo “fammi tutto
quello che vuoi”!
D di domination, si riferisce al piacere di lasciarsi guidare nelle proprie esperienze, emozioni
e sensazioni dalla volontà del partner. Come ricorda anche Ayzad (2004) per alcuni
il significato della D è rappresentativo di “disciplina”, ovvero colui che domina
nell’atto sessuale impone delle regole alla/o sottomessa/o che implicano una punizione
nel momento in cui fossero disattese. “…sta al gusto delle persone coinvolte scegliere
fin dove si voglia spingere questo aspetto della relazione…”.
S di sadismo: consiste nel gioco di far sperimentare al proprio partner una fisicità dimenticata
in un contesto erotico di grande coinvolgimento. Quindi al bando tutte quelle
fantasie legate all’immaginario stereotipato tipico di alcuni film dove un individuo
raggiunge il proprio piacere orgasmico facendo urlare di dolore i propri prigionieri!
M di masochismo: si riferisce a quelle persone che hanno imparato a sperimentare attraverso
la propria sensorialità, e all’interno di una situazione erotica, quegli stimoli
intensi provocati da una sensazione di dolore, apprezzandoli positivamente
“L’erotismo estremo è tutto questo e molto di più, e viene interpretato da ciascuno
nella chiave più adatta alla propria personalità e alle proprie caratteristiche”
(Ayzad, 2004).
Il BDSM come si è sottolineato precedentemente si distacca dalle comuni pratiche
sadomasochiste in quanto sono presenti chiare regole fondamentali che possono
essere riassunte con la formula inglese Safe, Sane, Consensual (SSC) che può essere tradotta in italiano con Sicuro - Sano – Consensuale.