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L’organo genitale maschile, nella storia della civiltà occidentale è stato da
sempre considerato come un elemento che andava ben al di là di una semplice parte
del corpo. Come sottolinea David Friedman (2007) “il pene era un’idea, uno strumento
concettuale, ma in carne e ossa, che determinava il posto dell’Uomo nel Cosmo”.
Con questa affermazione è chiaro che pur riconoscendo il fatto “scientifico” che
gli uomini abbiano un pene, non è altrettanto scontato immaginare l’idea che questi
possano averne al riguardo, quello che solitamente arrivano a provarne a livello
emotivo e soprattutto l’uso che ne fanno! Ogni cultura ha la sua proiezione giusta
o sbagliata dell’organo genitale, quindi la corrispondente immaginativa che, inevitabilmente,
solleva elementi psicologici e psicopatologici della sessualità maschile.
Anatomia tutta al maschile
Dando un breve sguardo alla storia è chiaro ad esempio quanto il pene venisse
associato al potere. In primis un potere di tipo “divino”, infatti come sottolinea
Sarah Dening in The Mythology of Sex quando un re succedeva ad un altro, era consuetudine
che il nuovo eletto mangiasse il pene del suo predecessore onde assorbirne la
sacra autorità. Ma anche nella Bibbia è facile ritrovare il membro virile, anche
se sotto mentite spoglie (la coscia), dove venivano addirittura effettuati giuramenti
sacri fra Israeliti. Infatti, come viene narrato dalla Genesi nel momento in cui
Giacobbe lottò con Dio quest’ultimo gli toccò la cavità della coscia. Da quel
momento sembra che Giacobbe ogni qual volta avesse dovuto fare giurare o promettere
qualcosa a qualcuno invocasse l’importanza di mettere la mano sotto la sua coscia.
A tale riguardo, la riprova sta nel fatto che molti dei traduttori della Bibbia
hanno spesso utilizzato il termine “coscia” come eufemismo di pene.
Sembra abbastanza chiaro quindi che, sin dai tempi dei tempi, l’organo genitale
maschile acquisti un significato importantissimo nella sperimentazione e affermazione
di sé degli uomini.
E le dimensioni?
Storicamente si sono osservati importanti passaggi legati al concetto delle dimensioni
dell’organo genitale maschile anche se tendenzialmente l’idea di grande e grosso
riecheggia fino a nostri giorni. In Grecia infatti, gli artisti erano soliti dipingere
schiavi e forestieri con peni particolarmente enormi a segno di disprezzo e disdegno.
Per i greci le dimensioni dovevano essere molto simili a quelle di un giovane
atleta adolescente; nel pene veniva osservata “la misura della prossimità [dell’individuo
greco] al potere divino, alla divina intelligenza…” (Friedman, 2007). Come viene
sottolineato anche dagli scritti di Aristotele un pene piccolo era migliore di
uno più grande, in quanto “scientificamente” nel secondo caso, lo sperma si raffredda,
divenendo meno fecondo. Si ricorda quanto la curiosità della meccanica dell’erezione
e dell’orgasmo siano cresciute costantemente con l’intelligenza dell’uomo.
Al fine di fare maggiore chiarezza rispetto all’oscillazione dell’importanza
del pene come piccolo, ovvero grande si deve arrivare fino ai romani, dove la
divinità di Priapo (amato in Grecia, ma considerato nume minore) divenne l’icona
più significativa, in quanto rappresentazione di estrema virilità. Priapo con
il suo enorme membro poteva penetrare uomini e donne dando estrema prova di forza
e potere.
Ecco quindi che un pene grande rappresentava il potere di Roma che si incarnava
ed ogni uomo adulto che metteva in mostra la sua “nuda” verità (un esempio erano
le terme romane) poteva suscitare negli altri una chiara e forte invidia.
Quindi tra i greci e i romani si osserva una particolare differenza nella concezione
di dimensione del membro maschile associabile al concetto di “potere”, pur avendo
in comune la rappresentazione mentale di forza associata a procreazione. Ma anche
il concetto di “piacere” sembrerebbe essere percepito e vissuto con modalità differenti.
Per i romani infatti era usuale, come rilevano alcuni referti importantissimi
(un esempio sono gli affreschi rinvenuti nella Casa dei Vettii a Pompei), godere
della breve esperienza fornita dalla vita. Un altro esempio può essere ancora
più esaustivo: sempre a Pompei i romani erano soliti fare scolpire dei bassorilievi
raffiguranti un pene eretto con una particolare effige. “Hic habitat felicitas
(Qui abita la felicità).
Quindi, nonostante le divergenze osservate nelle varie forme e soprattutto dimensioni
del pene nelle diverse culture, l’organo genitale maschile continua ancora oggi
a suscitare attenzioni e preoccupazioni da parte degli stessi uomini.
Ciò che sembra essere rimasto ancorato alle idee e ai pensieri dei nostri avi
è sicuramente l’associazione dell’organo sessuale maschile al concetto di “potere”.
Non a caso infatti, qualora in un uomo venissero riscontrate disfunzionalità dell’erezione,
quest’ultimo si sentirebbe colpito da una terribile disgrazia: l’“impotenza”.
A tale riguardo si ricorda quanto medici e sessuologi continuino ancora oggi ad
evidenziare l’importanza nel ridefinire tale esperienza negativa. L’inesattezza
del termine impotenza rispetto a quello più corretto di disfunzione erettile, può costantemente causare
disagi di natura psicologica procurando nell’uomo una forte componente negativa
di tipo ansioso-depressivo, coinvolgendolo in un malessere non più focalizzato
solo sull’erezione, bensì generalizzato nell’esperienza di vita (non sono più
in grado di fare nulla!).
Molti uomini hanno la convinzione che il loro pene non sia collegato al loro
cervello, come se avesse una propria autonomia. Spesse volte infatti anche nell’attività
clinica viene osservata una forte tendenza a non comprendere l’esatta funzionalità
dell’organo genitale, dando per scontato l’esistenza di un “pulsante”, situato
ipoteticamente in prossimità del pene, che si è guastato e non risponde più a
certi comandi.
Tale fantasia è strettamente correlata ad un immaginario maschile che, come già
accennato in precedenza, fa fatica a svincolarsi da certi clichè, che continuano
ad essere trasmessi culturalmente soprattutto dagli stessi appartenenti a questo
“genere”.
Dismorfofobia peniena e la sindrome da spogliatoio
Sembra che nel percorso evolutivo di un maschio “sano” la fantasia di non avere
una dimensione del proprio organo genitale adeguata, conforme agli standard sociali,
sia un passaggio pressoché obbligato. Quello che più colpisce riguarda essenzialmente
la paura in tali individui di non sentirsi conformi anatomicamente rispetto alla
dimensione del proprio organo genitale nello stato di riposo.
Ecco svelata la sindrome da spogliatoio. Infatti la maggior parte dei giovani
adolescenti che iniziano ad entrare in contatto con i propri coetanei, oppure
con individui anche più adulti durante l’attività sportiva, tendono a confrontarsi
costantemente focalizzando soprattutto l’attenzione sulla zona genitale, rischiando
di preoccuparsi ed incastrarsi in pensieri assolutamente impropri.
Lo stato di flaccidità del pene ha una dimensione del tutto variabile e questo
dipende essenzialmente da alcuni fattori:
a) la struttura anatomica costituzionale dell’individuo,
b) agenti ambientali come temperature troppo elevate (il pene si distende), ovvero
troppo fredde (il pene si restringe),
c) condizioni di “salute” dello stesso individuo.
Inoltre è importante sottolineare quanto la percezione che un uomo può avere
del proprio organo genitale sia “visivamente” distorta rispetto al possibile confronto
con un altro simile posizionato di fronte. L’auto-osservazione, se non effettuata
allo specchio rimanderà costantemente una prospettiva completamente differente
(alto-basso) rispetto a quanto osservato frontalmente. Il pene di chi abbiamo
di fronte apparirà inevitabilmente più allungato e proporzionato! Spesse volte
infatti, nell’attività clinica è possibile intervenire rapidamente su quegli individui
che sentono di avere una certa inadeguatezza rispetto al proprio organo genitale,
facendoli semplicemente confrontare con se stessi di fronte ad uno specchio. Se
non sussistono altre disfunzionalità di tipo psicopatologico, la possibile presa
di coscienza permetterà un primo passo importante verso il processo di adeguamento
delle proprie sensazioni psico-corporee.
Cosa più pericolosa riguarda invece il disagio vissuto da alcuni uomini rispetto
alla convinzione costante e destrutturate di non avere un organo genitale adeguato
sia questo nello stato di flaccidità, che in quello di erezione.
La dismorfofobia peniena infatti evidenzia il forte stato stressogeno in un uomo
a prescindere dall’età, dalle esperienze vissute e dal contesto sociale di riferimento.
Tale stato è alla base di un costante disagio di tipo ansioso con presunti tratti
depressivi. Il non riuscire a svincolarsi da pensieri ossessivi oltre ad incastrarlo
in un circolo vizioso, portano lo stesso individuo ad isolarsi e chiudersi costantemente
in se stesso allontanandolo quindi dal contesto sociale di appartenenza.
Le presunte motivazioni riguardano sia elementi psicologici o psicopatologici,
ma anche possibili caratteristiche anatomiche dello stesso organo genitale.
Ma qual è la dimensione “normale” dell’organo genitale maschile?
I diversi studi effettuati sulla misurazione del pene, considerando la difficoltà
a procedere in un’indagine valutata come invasiva e le varie tecniche di misurazione
utilizzate, hanno evidenziato alcune dimensioni standard, ovvero relative alla
media della popolazione (normalità statistica). La concordanza dei dati evidenzia
una dimensione a riposo pari a 8-10 cm in lunghezza (dalla radice dorsale del
pene alla punta). Allo stato di erezione, invece, la lunghezza media varia tra
i 12-16 cm con una circonferenza pari a 12 cm
Probabilmente l’uomo che rimane legato al concetto di potenza-virilità non valuterà
positivamente tali dati numerici, bensì continuerà a confrontarli con le dimensioni
degli organi genitali di uomini più dotati. Ecco che il confronto fatto con la
pornografia può rimandare costantemente ad una visione distorta. A tale riguardo
è necessario ricordare che un pene per essere definito piccolo, o come viene scientificamente
nominato micropene deve avere una dimensione in erezione sotto i 7 cm. Questo
è stato definito in base all’impossibilità, di un pene con tali dimensioni in
erezione, di riuscire a penetrare la cavità vaginale. Infatti, le dimensioni del
canale vaginale a riposo sono di circa 7,5 cm, quindi un pene che in erezione
ne misura mediamente il doppio non avrà particolari difficoltà durante il coito.
Avendo accennato alle caratteristiche dei genitali femminili è importante ricordare
che la dimensione della larghezza vaginale ha invece una particolarità. Infatti,
la vagina può essere definita una cavità virtuale, le sue pareti sono normalmente
a contatto e quindi si adattano al pene durante il coito. Ha una grande elasticità
e si conforma a dimensioni diverse, non perdendo mai il contatto con il pene che
la penetra. Spesso alcuni uomini durante la penetrazione hanno la convinzione
che il loro pene non sia adatto per quella vagina. Questo viene riportato essenzialmente
in alcune sensazioni dove è presente un’abbondante lubrificazione vaginale. Forse
sarebbe necessario ricordarsi però che, se la vagina è particolarmente lubrificata,
la donna sta vivendo un costante e piacevole stato di eccitazione!
Quando si può parlare di patologia
Alcuni dati scientifici evidenziano quanto la richiesta di risoluzione di adeguamento
psico-fisico rispetto ad una dismorfofobia peniena sia in aumento. Infatti dagli
ultimi convegni di andrologia e sessuologia si evince un incremento di tali richieste.
Durante le visite andrologiche il 20% richiede un possibile intervento risolutivo
anche di tipo chirurgico, mentre l’80% di uomini che effettua una visita per disagi
non inerenti alla possibile micropenia, comunque pone la domanda relativa alla
presunta “normalità” della dimensione del loro organo genitale. Questo fa molto
riflettere sulla “potenza” del confronto tra gli uomini, come anche sull’ipotesi
che “essere migliori (potenti)” significhi avere un pene più grande! L’idea che
l’ignoranza in materia e la scarsa educazione socio-affettiva delle persone continui
a mantenere alto il grado degli stereotipi e dei pregiudizi, sembra confermare
un forte disagio psicologico che risulta essere tendenzialmente invalidante.
Esistono diversi quadri clinici, molto rari, che nell’età infantile
e in quella adulta osservano una conformazione ridotta delle dimensioni del pene.
In queste casistiche è possibile rilevare la vera forma patologica del micropene,
quindi un organo genitale con una dimensione in erezione al di sotto dei 7 cm.
Vi sono sindromi genetiche come quella denominata Klinefelter, dove il soggetto
nasce con una conformazione anatomica dei genitali esterni essenzialmente poco
sviluppata, ma essendo una sindrome si osservano anche altre forme patologiche
come un forte ritardo mentale.
Anche disagi di tipo endocrino come l’ipogonadismo-ipogonadotropo evidenziano
una particolare difficoltà nello sviluppo dei genitali maschili. Inoltre, alcune
forme di anomalie di tipo funzionale, se non risolte chirurgicamente, possono
impedire un corretto sviluppo del pene, ovvero una regolare funzionalità erettile.
Nello specifico si ricorda l’ipospadia (uno sbocco anomalo del meato uretrale).
Per risolvere alcune delle forme più gravi e pericolose di micropene si ricorre
essenzialmente agli interventi chirurgici, ma vista la rarità di tali disfunzioni
e la richiesta di allungamento del pene, tale metodica acquista sempre di più
un interesse di tipo estetico.
A tale riguardo gli allungamenti del pene che, come sottolineano molti urologi
ed andrologi nella maggior parte dei casi non sarebbero “funzionalmente” necessari,
riguardano in primis la recisione del legamento sospensore e le innovative tecniche
di stiramento ed elongazione dei corpi cavernosi.
Nel primo caso la possibilità di recidere tale legamento, che sostiene l’asta
del pene alla base del pube sulla sacca scrotale, consente all’organo genitale
di cadere a piombo sopra i testicoli acquistando in media circa 2 cm. Spesse volte
tale intervento viene richiesto dagli attori porno per aumentare ulteriormente
le loro dimensioni già consistenti.
Per quanto riguarda invece le tecniche di elongazione consistono in sedute definibili
fisioterapiche, dove vengono applicati dei tutori all’organo genitale al fine
di creare, per mezzo di una costante trazione, un aumento di circa 3 cm.
Conclusioni
Il fenomeno della sindrome del pene piccolo sembra essere in costante aumento
e l’importanza di una chiara diagnosi differenziale utile a comprender il vero
stato delle reali dimensioni dell’organo genitale, diventa fondamentale nonché
indispensabile.
Non è un caso che alcuni studiosi hanno rilevato quanto la richiesta di eventuali
interventi di allungamento non fosse direttamente correlata ad una reale caratteristica
di micropene. A tale riguardo il disagio rimanda essenzialmente ad una dismorfofobia
peniena, che difficilmente si sarebbe risolta con l’ausilio di tecniche di allungamento
chirurgiche e/o fisioterapiche.
Quando il disagio è più di natura psicologica diventa necessario un intervento
psicosessuologico utile a ridimensionare il vissuto catastrofico, che si manifesta
nell’espressione di una precisa inadeguatezza fisica.
La possibilità di rieducare e fare riappropriare alcuni uomini della loro sicurezza
e stima di sé è alla base di una modificazione e di una migliore percezione di
alcune parti del proprio corpo. Per quanto riguarda l’organo genitale, probabilmente
si tratta di riappropriarsi di uno status di “potere” necessario al buon funzionamento
intimo e soprattutto “relazionale”.
Bibliografia
Dening. S., (1992), The Mythology of Sex, Macmillan, New York
Friedman, D. M., (2007), Storia del Pene, Castelvecchi, Roma.
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