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PSICOLOGIA E CINEMA

A cura di Barbara Celani,
Psicologia in Movimento
Perché si va al cinema? Per condividere la visione con altri e successivamente scambiarsi opinioni. Per evadere momentaneamente dalla realtà e per viaggiare con la fantasia. Per riflettere su temi sociali ed etici. Le motivazioni possono essere molteplici e legate, ad esempio, alle forti emozioni che le vicende dei protagonisti di un film e l’interpretazione degli attori evocano nello spettatore: le rappresentazioni cinematografiche del tempo e dello spazio trasportano in un mondo immaginario, fuori dalla realtà e dalla quotidianità e modificano anche le abilità percettive attraverso i cambiamenti nel linguaggio cinematografico relativi a inquadrature, ritmo, sonorizzazione, tecnologie, utilizzo della musica etc.
Il cervello di uno spettatore odierno è anatomicamente identico a quello, ad esempio, di uno spettatore di fine Ottocento, ma il contesto storico e tecnologico è diverso: gli spettatori contemporanei possiedono delle abilità percettive, alimentate anche dalla televisione e dalle nuove reti mediatiche, differenti dai loro predecessori e sono costretti a frequenti e faticosi adattamenti; per i nuovi nati invece, in virtù della storicizzazione delle funzioni cerebrali, il contesto percettivo, cinematografico e non, diventa un dato accettato e consueto. Alle origini il cinema, ad esempio quello dei Lumière e dei Méliès, emozionava in assenza di un vero sviluppo narrativo. La narrazione diventa pregnante dagli anni Venti ai Cinquanta, con il cinema classico, mentre la consapevolezza e la partecipazione critica dello spettatore divengono protagoniste dal dopoguerra agli anni Ottanta. Successivamente, uno spazio sempre crescente è riservato agli effetti speciali, alla tecnologia, al tridimensionale, al dolby-sorround. L’utilizzo di tecnologie avanzate, la creazione di immagini sempre più spettacolari e l’evoluzione degli impianti acustici hanno fatto sì che coloro che assistono allo spettacolo vengano catapultati all’interno di un film con un maggior coinvolgimento.

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La vicenda cinematografica realizza la sua influenza psichica attraverso due meccanismi fondamentali, la proiezione e l’identificazione. Attraverso il primo processo, si attribuiscono agli attori idee e aspirazioni che sono dello spettatore, anche se non realizzate. Con il secondo, lo spettatore assimila l’aspetto e i sentimenti dei protagonisti dello schermo. L’identificazione può essere così intensa da indurre gli spettatori, soprattutto se in età evolutiva, a imitare, anche nella vita, gli atteggiamenti e l’abbigliamento dei propri idoli. Gli effetti sul pubblico di questi meccanismi psicodinamici sono la catarsi (purificazione) e la suggestione. In psicoterapia, il metodo catartico persegue, appunto, l’effetto di una “purificazione” attraverso una adeguata scarica, o abreazione, degli affetti patogeni. Per suggestione si intende, invece, il processo mediante cui una persona viene influenzata al punto da accettare altrui idee, credenze o modi di pensiero.
È stato osservato come l’elemento suggestivo sia una componente essenziale del fenomeno ipnotico. La forza suggestiva del film viene esaltata dalla situazione della sala; al buio, come durante il sonno, quando il contatto fisico con l’ambiente è limitato e la persona si trova in una situazione comoda e confortevole. Con l’attenzione concentrata sullo schermo, in virtù di molteplici processi fisici e mentali, lo spettatore si trova in una situazione di “rilassamento paraonirico”; qualcosa di analogo, sia pur lontanamente, a quello che si sperimenta nel sogno. Sia il sogno che il cinema rappresentano, infatti, delle forme di evasione dal mondo reale. Entrambe le situazioni, quella cinematografica e quella onirica, consentono, almeno parzialmente, di allentare la sorveglianza che si esercita su se stessi. Avviene che, per l’effetto catartico, lo spettatore sperimenta un appagamento psichico volto a ristabilire quell’equilibrio che le inconsce pulsioni insoddisfatte tendono ad alterare. D’altra parte, per l’effetto suggestivo, lo spettatore è anche indotto ad accettare più facilmente quegli elementi violenti ed erotici proposti dallo schermo, la cui ricerca potrebbe conseguentemente ritornare, in forme più o meno accentuate, anche nella vita reale. Queste mobilitazioni affettive, evocate dal cinema, costituiscono, fin dai suoi esordi, un problema a cui la società ha tentato di far fronte con l’istituto della censura. Va osservato che buona parte degli effetti che consentono la catarsi, possono promuovere contemporaneamente la suggestione. Non c’è azione catartica senza una profonda identificazione; ma l’identificazione è anche alla base dell’azione suggestiva. La valenza delle due diverse azioni va messa in relazione alle differenti personalità degli spettatori.
È interessante ritrovare, nei personaggi creati dal cinema, un aspetto della struttura della psiche concepita da C.G. Jung (1875-1961), uno dei più grandi pionieri della psichiatria dinamica. L’aspetto in questione è "l’ombra" che è definita da Jung come la somma di tutte quelle caratteristiche che il soggetto vuole nascondere sia a se stesso che agli altri, solo che così facendo, cioè tentando di nasconderla, non fa altro che aumentare la sua forza. Nel momento in cui l’ombra diviene più potente, liberandosi dal giogo della vera personalità, commette azioni malvagie senza che questa se ne accorga. Esempi di questo tipo si ritrovano in molti personaggi cinematografici (come anche letterari) come Il Dottor Jeckyll e Mr. Hyde.
I film che attirano più pubblico sono, generalmente, quelli in cui compaiono quei fattori nascosti che agiscono negli strati profondi della mente. Fattori che non si possono o non si vogliono soddisfare nella vita reale, ma a cui non si riesce a rinunciare completamente. Il film, entro certi limiti, consente di appagare, in forma innocua, quegli impulsi che la coscienza considera proibiti. Sono soprattutto gli elementi propri della vita istintuale ad essere mobilitati dal film. Ciò spiega perché, nella produzione cinematografica, l’erotismo e la violenza abbiano un così gran spazio. Anche se non sempre si è disposti a riconoscerlo, i temi erotici, quelli aggressivi e, in genere, le passioni interessano in modo particolare.
Applicazioni del cinema
La psicologia fisiologica della percezione cinematografica svolge attualmente ricerche che vanno dallo studio dei neuroni specializzati nell’analisi delle singole caratteristiche di movimento degli stimoli visivi, fino alla registrazione dei movimenti oculari dello spettatore. Per i ricercatori, il film è divenuto uno strumento scientifico per studiare la mente umana; come fecero numerosi grandi psicologi del passato (Lorenz, Von Fritsch, Spitz, Pavlov, Kohler, ecc.) che ricorsero al cinema sia per illustrare le loro scoperte, sia per individuare i “dati” delle ricerche. La percezione cinematografica, per molti aspetti, è un campo che promette ancora interessanti contributi alla ricerca. Ad esempio il cinema in tre dimensioni, ormai diffusissimo nelle sale di tutto il mondo e che prevede l’utilizzo di speciali occhiali per la fruizione, rappresenta un nuovo strumento per la medicina: l’idea è di utilizzarlo per la riabilitazione neurologica, perché può aiutare a stimolare aree cerebrali danneggiate e a riattivarne la funzionalità.
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Le ricerche più recenti delle neuroscienze si affiancano a quelle della psicoanalisi nel sottolineare il ruolo dell’immagine nell’organizzazione delle mappe neurali che rappresentano l’unità del sistema nervoso.
L’utilizzo del cinema può avere anche finalità terapeutica, relativa a psicosi, nevrosi, disturbi dell’umore, uso con pazienti psicosomatici, pazienti oncologici, pazienti terminali e terapia della famiglia. In generale, la modalità clinica permette di intervenire nell’area cognitiva, in cui è possibile migliorare alcune competenze come lo schema corporeo, l’apprendimento di concetti, l’area emotiva, incrementando la capacità di manifestare positivamente dei vissuti emotivi, sostenendo il superamento di paure e fobie e migliorando la stima di sé e l’area psicomotoria, in cui è possibile migliorare l’orientamento spaziale e la coordinazione motoria.
Il cinema può anche avere anche un efficace ruolo di facilitatore di conoscenza e di apprendimento nell’ambito della formazione. Guardare sullo schermo delle tranches di realtà immaginaria, ricostruita a uso e consumo di uno spettatore, aiuta il docente a farsi capire meglio e il discente a memorizzare ciò che vuole e deve imparare. In nome di questo semplice ed efficace valore aggiunto, si fa ormai largo uso del cinema nei processi educativi-formativi. Ad esempio, in ambito scolastico con fini di istruzione, educazione, dibattito su temi, il cinema può essere utilizzato da insegnanti, docenti, educatori, opinion-leader per proporre tematiche, suggerire soluzioni facendo riferimento agli esempi narrati nel film, stimolare la discussione su argomenti relativi all’età evolutiva o alle problematiche adolescenziali e giovanili. La modalità didattica può anche essere utilizzata con finalità sociologiche, di dibattito politico e culturale, tipica dei Cine-Forum.

Bibliografia
- Angelini A. (1988), La psicoanalisi in Russia, Napoli, Liguori
- Angelini A. (1992, rist. 2005), Psicologia del Cinema, Napoli, Liguori.
- Angelini A. (2002), Pionieri dell’inconscio in Russia (antologia), Napoli, Liguori.
- Arnheim R. (1933-1938), Film come arte, Il Saggiatore, Milano, 1960.
- Balbo E., L'utilizzo del cinema per la formazione degli adulti, www.opsonline.it
- Ejsenstejn S. (1949), Forma e tecnica del film e lezioni di regia, Einaudi, Torino, 1964.
- Musatti C. (1963), Problemi psicologici del cinema, Cinestudio, n° 9.
- Vygotskij L. (1925), Psicologia dell’arte, Editori Riuniti, Roma, 1972.
- Il cinema in 3D è una risorsa per la riabilitazione neurologica Articolo tratto da: www.iltempo.it
- Valentini T., Cinema e Psicologia, www.correrenelverde.it/cinema/cinemaepsicologia.htm
- www.cinematerapia.it

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